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La Voce del Savuto

Thursday
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Crisi economica? Siamo realistici
mercoledý 01 aprile 2009

Imagedi Vitantonio Di Gioia

In periodo di crisi è necessario essere quanto meno realistici e non sparare a zero su moneta unica, politica, economia e globalizzazione. Questi termini risultano essere, per i più, molto più grandi di loro e automaticamente,
divengono capro espiatorio per chi dovrebbe darci delle risposte che tardano ad arrivare o che, semplicemente, non si conoscono. L’avvento della moneta unica ha certamente scombussolato la nostra vita, se non altro per la confusione che ha generato. Di sovente, si incolpa l’Euro di avere causato speculazione e incremento di prezzi, ma, mettendo da parte la normale inflazione, quello da perseguire e combattere è la crescita quasi nulla dei redditi da lavoro dipendente che interessano il 65% degli Italiani. Si deve, anche, mettere l’accento sulla carenza infrastrutturale e sul gap che ci divide dalla velocissima crescita economica, in termini di PIL, che ha interessato il nostro paese, dagli anni sessanta al finire degli anni ottanta, dalla crescita limitata degli anni novanta e duemila. A metà degli anni ottanta, sia la ricchezza percepita, sia il Pil, erano a livelli della Gran Bretagna, crescendo, quindi, vorticosamente dal finire della seconda guerra mondiale ai primi anni novanta. Dall’inizio del decennio passato, gli unici paesi a trend di crescita esponenziale, sono stati quelli Scandinavi e la Spagna. La crescita di un paese si lega agli investimenti, al welfare, alle infrastrutture, alle leggi che facilitano il libero scambio di merci e alla fruibilità dei servizi da parte di tutti. L’Italia è rimasta, de facto, ferma a metà degli anni ottanta e diviene sempre più difficile tenere il passo con i paesi a economia emergente. Il problema più o meno investe gran parte dei paesi europei, ma in Italia è ancora più accentuato a causa di una classe politica inadeguata, che non riesce a dare risposte e certezze, semplicemente, per la impreparazione dilagante di chi amministra la cosa pubblica. Ogni evento, ogni scelta, operata dagli amministratori, senza tener conto delle relative conseguenze genera a distanza di anni tragedie evitabili. Se qualcuno si fosse preoccupato, quindici anni fa, di metter mano al mercato del lavoro, al welfare, alle infrastrutture e ai collegamenti, si sarebbero potute mettere in atto una serie di aggiustamenti di tiro e di vere e proprie riforme preparatorie che avrebbero contenuto o azzerato tutta una serie di problematiche insorte e accentuate con la moneta unica. La questione non è la speculazione dei commercianti, che in pratica segue il trend inflazionistico degli ultimi venti anni, anzi, in parte, lo rallenta per alcuni beni, ma è la stagnazione degli stipendi, fermi, come sostenuto da molti, al 1993. Sono sedici anni d’inflazione, è normale che qualsiasi cosa costi di più, almeno del 35%, rispetto a quanto percepito in busta paga. Discorso diverso è per i beni di prima necessità e gli alimentari. La crescita ciclopica di alcuni paesi dell’est Europa e di quelli asiatici, incide notevolmente sulla richiesta di questi beni che per la crudele legge della domanda e dell’offerta subiscono un’impennata di prezzo. Si sarebbe potuto arginare il problema, con una politica seria, che prevedesse una revisione totale del mercato del lavoro, una maggiore elasticità nella concessione di servizi bancari e il contestuale abbassamento delle relative tariffe, oltre che la necessità di specializzarsi in settori chiave per l’Italia, in cui siamo sempre stati maestri, come il design, una fetta dell’alta tecnologia, la ceramica, il turismo, la meccanica, le automobili ed i servizi. In questi ultimi vent’anni si è corso per strade sbagliate, omogenizzando l’economia di tutti i paesi della vecchia Europa e appiattendo ogni sorta di specializzazione, causando un ingessamento dell’economia di quei paesi non in grado di competere in altri settori, come l’Italia. Da ciò si deduce come sia necessaria una politica fatta da gente competente; necessità avvertita ad ogni livello della cosa pubblica, dalla circoscrizione, alla regione, al governo nazionale, perché non si può prescindere dai bisogni locali nella pianificazione degli interventi nazionali. Non si possono, ad esempio, concedere, a iosa autorizzazioni all’apertura di centri commerciali in una determinata zona. Il politico mediocre e interessato al solo consenso dell’elettorato spicciolo, penserà di risolvere i problemi dei suoi amministrati, offrendo una manciata di posti di lavoro che ne deriveranno da queste aperture, ma, non saprà valutare il progressivo impoverimento dell’economia locale. I proventi degli introiti finiranno nelle casse di multinazionali del commercio, generando la chiusura di molte attività al dettaglio, con grave deprezzamento anche degli immobili e delle proprietà degli amministrati; allo stesso modo, ad esempio, alcuni interventi sul mercato di lavoro, decisi a livello centrale, possono cozzare con alcune realtà locali.

Chi vota, dovrebbe, con la maturità acquista in questi anni, tener conto dello strumento che si ha in mano, regalando chance solo a chi realmente ha dato prova di coerenza e di preparazione, scartando chi, mediocremente ci ha amministrato o ci amministrerà.

 
 
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