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Intervista a Roberto Bozzo del Sabatum Quartet | Intervista a Roberto Bozzo del Sabatum Quartet |
| Saturday, 31 October 2009 | |
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«Sono un secchione della musica» di Antonietta Malito
Portavoce del gruppo all’estero (parla perfettamente l’inglese e lo spagnolo) è ammirato non solo per il suo aspetto (è considerato il bello della band), quanto per la sua energia, che esplode a 360 gradi sul palcoscenico. Colto, sportivo, rockettaro, perfezionista, dimostra di possedere una personalità dalle mille sfaccettature, ricca di contenuti. Lo abbiamo incontrato per voi e ve lo proponiamo in quest’intervista. Mi racconti un po’ di te? «Sono il secondo di quattro figli, tre maschi e una femmina. La mia è una famiglia di emigranti, che mi ha trasmesso l’attenzione per le lingue straniere e per l’inglese in particolare. Dopo la maturità scientifica ho conseguito la laurea in Lingue. Per i primi due anni ho frequentato l’Università della Calabria conseguendo ottimi risultati, poi, grazie ad una borsa di studio, ho proseguito gli studi prima presso l’Università di Valencia, in Spagna, dopo alla Master University di Hamilton, in Ontario. Ho deciso di studiare Lingue per avere la possibilità di viaggiare e comunicare con tutti, e perché mi piaceva l’idea di andare a trovare i miei cugini che vivono oltreoceano e poter parlare con loro». Quali sono le tue più grandi passioni? «La musica è una passione che mi accompagna sin da quando ero bambino. È al primo posto nella mia vita benché, fino a 18 anni, abbia speso più tempo a giocare a calcio. Pensavo di fare il calciatore e sono arrivato fino alla serie B, ero nella “Primavera” del Cosenza. Ho sempre avuto la passione per lo sport in generale e, un giorno, per andare a fare una gara di sci, sono caduto, mi sono rotto i legamenti e mi sono sfondato la rotula. Questo incidente mi è costato caro: ho dovuto abbandonare l’idea di fare il professionista nel calcio, anche se con grande forza di volontà, nonostante il ginocchio mi sia rimasto danneggiato, ho trovato le energie necessarie per fare calcio dilettantistico e giocare nella Prima e nella Seconda Categoria. In ogni caso, anche fino ai 18 anni, nei ritagli di tempo tra la scuola e il calcio, ho imparato a suonare il pianoforte. Ho sempre avuto la passione per il rock, sono sempre stato rockettaro. Fin dai primi anni del liceo componevo canzoni e, proprio in quel periodo, ho fondato il mio primo gruppo storico, che ancora esiste. Non mi reputo un talento, ma un secchione della musica, perché suono da 20 anni e non mi limito a questo: affiggo i manifesti, organizzo la serata. Questo spiega perché il Sabatum Quartet è sempre ovunque, questo spiega che non c’entrano i politici, le raccomandazioni, i sovvenzionamenti, ma semplicemente la cultura del lavoro, che accomuna tutto il gruppo». Dal 1992 al 2005 hai suonato con i K-Byte, insieme ad Arcangelo Pagliaro e a Michele Petrone. Come ricordi quell’esperienza?«I K-Byte esistono ancora, anche se da quando c’è il Sabatum Quartet, per nostra fortuna, abbiamo così tanto lavoro e così tanti progetti da realizzare che il tempo rimasto per dedicarsi ai K-Byte è veramente pochissimo. Il Sabatum è nato nel 2005, nei primi due anni portavo avanti entrambi i progetti, tant’è vero che, proprio nel 2005, insieme ai K-Byte ho fatto una tournèe in Canada ed abbiamo inciso il nostro ultimo lavoro discografico, mai uscito per nostra volontà perché, subito dopo, è stato realizzato il primo album con il Sabatum. Il gruppo andava fortissimo, oltre ai tre cd messi in cantiere, abbiamo girato un film, partecipato a Sanremo rock, fatto una tournèe in Spagna nel ‘99-2000, un’altra in Canada e diverse sul circuito nazionale, ottenendo prestigiosi riconoscimenti quali l’Heineken Jammin Festival per il sud Italia. Nel circuito rock eravamo il gruppo di punta in Calabria. Questa esperienza l’abbiamo vissuta con molto entusiasmo e con grandi profitti. Forse una nostra mancanza è stata quella di non aver comunicato al mondo quello che ci succedeva perchè ci sembrava di essere autocelebrativi. Se avessimo saputo comunicare quello che ci era successo forse il gruppo avrebbe conosciuto altri ambiti professionali». Nel 2005, insieme a Trieste Marrelli e ad Antonio Ungaro hai fondato il Sabautm Quartet. Com’è nata questa idea?Io e Trieste, durante la nostra esperienza musicale antecedente al Sabatum Quartet, lui con “I Compromessi”, io con i K-Byte, nei giorni liberi ci riunivamo e facevamo un pianobar popolare molto divertente. Col nome “I Cantinari” ci siamo proposti nei villaggi turistici della costa e guadagnavamo anche bene. Quando, nel 2005, ci chiamarono a Dipignano per suonare ad una festa di piazza, ho pensato di aggiungere al nostro duo un terzo elemento, e siccome avevamo conosciuto Antonio Ungaro, che per voce, mandolino e chitarra è una forza della natura, gli ho proposto di accompagnarci nello spettacolo. A Dipignano, nonostante i problemi tecnici che ci sono stati, in tre siamo riusciti a divertire la folla. Dopo quella serata abbiamo pensato di fondare un gruppo mettendoci anche una bella ragazza. Conoscevo Rosa Mazzei perché faceva la hostess ed io lo steward e le ho fatto la proposta di aggregarsi a noi. Sapevo che lei, diplomata al Conservatorio e laureata in Lingue, avrebbe potuto dare tanto. Abbiamo così fondato il Sabatum Quartet perché ci sembrava giusto dare importanza alla nostra area di provenienza, ma allo stesso tempo, dare l’impressione di essere protesi verso il mondo. La parola Quartet, infatti, non è casuale. Avremmo potuto scegliere quartetto, ma non lo abbiamo fatto per la volontà di aprire il gruppo all’internazionalità. La band ha avuto successo fin dai primi concerti, ciononostante abbiamo avuto la capacità di capire che avremmo potuto migliorci arricchendola di nuovi elementi e strumenti. L’idea si è rivelata vincente, ma non è il frutto di una combinazione fortunata, perché dietro a questo successo c’è gente che ha fatto tanti anni di gavetta, che ha studiato». La vostra è una sorta di “world music”, perché si arricchisce di influenze multiculturali. Questa esigenza nasce dal desiderio di apertura verso l’estero e le diverse culture?«Gli studi, le esperienze passate, il bagaglio fatto con l’altro gruppo, tutto quanto racchiude ciò che è oggi il Sabatum Quartet e credo che questo sia il nostro segreto, proporre una musica più varia degli altri, in cui tutti si possono ritrovare». Durante il viaggio di andata in Canada, risalente al mese di maggio scorso, avete incontrato Antonello Venditti che è rimasto molto colpito dai tuoi tamburelli, ipotizzando una futura collaborazione con tutto il gruppo. Ce ne parli?«L’incontro con Venditti è stato casuale. All’aeroporto di Fiumicino ci siamo trovati affiancati al check-in e mi ha chiesto che strumenti avessi nella custodia che portavo con me. Quando gli ho mostrato i tamburelli, lui entusiasta mi ha confessato che avrebbe voluto inserirli in un suo nuovo lavoro e che stava cercando qualcuno che li suonasse in un modo diverso dal solito. Quando, successivamente, sul minibus che ci portava all’aereo, mi ha chiesto una dimostrazione e gliel’ho data, è rimasto piacevolmente impressionato ed ha chiesto al suo staff di appuntarsi il mio recapito, ipotizzando una collaborazione al suo prossimo lavoro. Questo mi ha riempito d’orgoglio e di soddisfazione, insieme al fatto che un artista di fama internazionale come Antonello Venditti non sia rimasto indifferente di fronte alla potenza dello strumento ancestrale della nostra tradizione che è il tamburello». L’essere etichettato “il bello del Sabatum Quartet” ti lusinga o pensi sminuisca le tue capacità artistiche?«Preciso che mi considero piacente, non bello, e non credo che questo possa sminuire le mie capacità. L’essere piacente per me è un vantaggio, perché chi viene ai concerti inizialmente mi nota per questo, poi cerca di capire cosa faccio. Ricordo che quando andavo nelle discoteche d’elite insieme ad alcuni miei amici facevano entrare solo me, perché, ci spiegavano all’ingresso, la direzione si riservava il diritto di selezionare. Questo ancora oggi mi infastidisce. All’università le docenti donne avevano un occhio di riguardo nei miei confronti, ed è una cosa che ritengo ingiusta anche se non me ne posso lamentare, altrimenti sarei ipocrita. Tuttavia, so benissimo cosa significa stare dall’altra parte. Alle scuole medie, infatti, non ero particolarmente visibile e soffrivo perchè alcuni miei compagni erano corteggiati dalle ragazze che sui muri del bagno scrivevano i loro nomi. Io, a quell’età, non ho mai trovato il mio nome scritto sui muri. Quello è stato un periodo importante per me, perché sono diventato più sensibile nei confronti delle persone con qualche limite fisico e, soprattutto, ho cercato di affinare altre qualità che poi mi sono ritrovato nel momento in cui, dopo l’adolescenza, ho capito di piacere alle ragazze. Sono consapevole che con l’andare del tempo questo essere piacente è destinato a calare per cui cerco di tenere stretti i valori che non passano e di tenere alto il livello di voglia di miglioramento, di approfondire le cose, di costruirmi una personalità “piacente”. Sono ben consapevole che ci sono ragazzine di 12-14 anni che vengono ai conecrti soltanto per guardarmi, non per apprezzare le mie doti di musicista, e sapere che nella loro stanza hanno il mio poster o la mia cartolina è una cosa che mi gratifica perché penso che oggi un’emozione gliela regalo con il mio aspetto, domani gliela regalerò con quello che so fare. Ma la cosa che mi rende maggiormente felice è il grandissimo entusiasmo che mi dimostrano i bambini, sempre molto presenti ai nostri concerti, bambini che, con il tamburellino in mano, si siedono sul palco ed emulano il mio modo di suonare». Quali sono i tuoi pregi e quali i tuoi difetti?«Ci sono alcune caratteristiche della mia personalità che possono essere annoverate sia tra i pregi che tra i difetti, come il fatto di essere perfezionista e maniacale nella preparazione delle cose. Sono della Vergine e la disciplina che impongo a me stesso è troppa, tanto che non riesco mai ad esaudirla e mi sento incompiuto. Ho sempre la smania di voler fare di più, cosa che mi fa impegnare tanto su me stesso: faccio una vita sana, non fumo, bevo poco, perché sul palcoscenico devo dare il meglio. Sono molto aperto, diretto, socievole, ma anche molto disordinato, e il mio disordine nasce proprio dal bisogno di avere vicino tutto quello che mi serve per migliorare. Nella mia stanza c’è di tutto, così come nel mio armadio. Anche la mia macchina è un contenitore di mille cose, dove, oltre a centinaia di cd, non manca il libro sugli errori tipici di grammatica italiana. Sono tormentato dalla paura di sbagliare i verbi e, spesso, quando sento usare il se con il condizionale inorridisco. Così come non devono mancarmi mai i dizionari di inglese, spagnolo e italiano. Al di là del lavoro non riesco a programmare nient’altro, neanche la mia vita privata, sono troppo istintivo, non sono bravo nella gestione di me stesso, non ho il senso del risparmio». Si dice che il poeta Federico Garcia Lorca sia stato il punto di riferimento della tua formazione culturale. Confermi?«Senza dubbio Federico Garcia Lorca è il mio poeta preferito, ma mi piacciono anche Joyce ed autori sudamericani come Garcia Marquez. Mai come oggi, Garcia Lorca risulta essere attuale. In Italia c’è una riscoperta di Pasolini perché finalmente c’è un po’ più di libertà, più rispetto per i gay. Garcia Lorca, gay e sinistroide, in periodo di franchismo è stato un martire della guerra civile. Le cose che ha fatto sono di un autentico e di un selvaggio che va al di là della bella scrittura, dei bei contenuti, delle storiografie, e di tutte quelle che sono le bellissime storie di fantasia. Garcia Lorca ti faceva respirare i profumi di quello che succedeva, l’eccitazione che nasceva dall’impossibilità di poter dire al mondo che era gay. La sua scrittura fa respirare l’Andalusia, il mondo gitano, il flamenco, la poesia “zingara”, fatta di persone che hanno girato l’Europa per poi trovare dimora in questo sud incanto della Spagna che ha un’atmosfera dalle “Mille e una notte”. È stato per me sempre un punto di riferimento che mi ha portato a leggere Pasolini, Oscar Wilde e tutto coloro i quali si sono affacciati anche ad una letteratura fatta di tinte forti». Perché questa predilezione verso autori gay?«Perché dalle nostre parti c’è una chiusura totale verso certe cose. Ho conosciuto nel mondo persone omosessuali molto sensibili, di una dolcezza, di una delicatezza e di una discrezione incredibili, visibilmente attratte da me, che non si sono mai permesse di lasciarlo trapelare in rispetto della mia eterosessualità, anche accentuata dal fatto che sono molto sensibile alla bellezza femminile. Questa loro delicatezza mi rimane sempre come un tesoro da custodire gelosamente, e questo universo nascosto che c’è da sempre, attraverso questi poeti che l’hanno saputo raccontare, ci arriva e forse ci fa capire che questo loro mondo alternativo merita una riflessione». Ti senti un po’ zingaro nell’animo?«Sì, perché la voglia di esplorare questo mondo non è stata solo una casualità, ma sicuramente un richiamo dell’animo. Se mi chiedi qual è la mia musica preferita ti rispondo il flamenco, se mi chiedi qual è il mio ballo preferito ti rispondo il flamenco, perché lo sento di più. Penso che una contaminazione tra la nostra musica, quella del sud Italia, e quella del sud della Spagna, quindi il flamenco moderno, sia una cosa da fare. Siccome non mi giunge memoria di voler contaminare il flamenco con la taranta e il sirtaki, ritengo che si debba lavorare su questo versante». Raccontami di quest’ultimo viaggio in Canada.«Quest’ultimo viaggio in Canada è stato il frutto di una fortunata combinazione. Il famoso Lenny Lombardi, figlio di Johnny Lombardi, manager di Chin Radio International Broadcasting, la più grande radio del Nord America, che ci aveva ascoltato durante la tounèe dello scorso mese di maggio, ci ha voluti come gruppo di punta al Little Italy Fiera Street Festival di Toronto. Per la prima volta nella sua vita ha deciso di puntare su un gruppo ancora sconosciuto in Canada e noi non l’abbiamo deluso. La festa degli italiani in Canada, che si fa in College Street, ha ospitato 100mila persone. Sotto il nostro palco c’erano circa 30mila persone. Quando siamo arrivati all’aeroporto di Toronto tanta gente ci ha riconosciuto, perché la radio ci aveva fatto una buona promozione trasmettendo ogni giorno le nostre canzoni. Per noi è stata l’occasione della vita. Abbiamo fatto due concerti, il secondo dei quali è stato trasmesso in diretta nazionale, interviste, tutto organizzato nei minimi particolari, noi ci abbiamo messo l’anima e siamo rimasti quasi incantati. La meraviglia iniziale si è tramutata in energia, musica, balli, ci sembrava di toccare con mano, nella risposta del pubblico, questo effetto novità». Quali sono i progetti imminenti del Sabatum Quartet? «Dal 5 al 24 novembre saremo in tournèe in Uruguay ed Argentina. Qui prevediamo di fare 11 concerti, che toccheranno 11 città diverse, tra cui Montevideo e Buenos Aires. Invece, dal 9 al 14 dicembre, faremo due concerti in Belgio, uno a Bruxelles, l’altro a Leuven. Questo ci carica ulteriormente insieme alla bella notizia che Rai Tre ha acquistato il film documentario “Emigranti”, al quale abbiamo partecipato a livello visivo e musicale».
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