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La Voce del Savuto

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Associazione Unirete Onlus, una realtà presente sul nostro territorio
venerdì 18 dicembre 2009

Image  di Fiore Sansalone

SAVUTO - Abbiamo incontrato in questi giorni il neo presidente dell’Associazione Unirete Onlus, Emilia Soda.

Giovane, bella, determinata, in molti la ricorderanno per la rubrica sul sociale che ha curato su La Voce del Savuto qualche tempo fa. Oggi Emilia, insieme ad altri professionisti, presiede questa associazione con l’intento di costruire le fondamenta della “cultura del sociale” e, con l’appoggio di enti ed istituzioni, contribuire al suo potenziamento nel territorio del Savuto. 

- Il settore del sociale nel Savuto, cosa manca secondo lei e cosa andrebbe fatto?

«All’epoca negli articoli che scrivevo, come lei ricorderà, ho parlato spesso del sociale come di un settore “fantasma” nella nostra area. Un settore poco sviluppato e/o considerato privo di interesse. Ho sempre sostenuto che nel Savuto manca la “cultura del sociale”, a differenza di altre zone e realtà della nostra provincia. Volendo fare semplicemente una rilevazione o analisi su questo settore, appare di enorme importanza denunciare la non coesione e organizzazione delle Istituzioni e dei diversi Enti. Le politiche sociali, infatti, sono spesso improvvisate, l’utenza viene lasciata allo sbando, confusa sui servizi e soprattutto sui propri diritti. Questa situazione nasce dal fatto che i servizi, gli operatori, le diverse istituzioni non hanno mai lavorato nella logica della rete, creando confusione sulle procedure e, soprattutto, lavorando nella logica del clientelismo. Questa mia riflessione, come si potrà comprendere, sta alla base del progetto associativo che oggi rappresento e che spero di portare avanti con impegno per una nuova fase di risanamento delle politiche sociali, in vista della costruzione e implementazione dei piani di zona. A partire da domani, infatti, con l’incontro a Rogliano fra Enti Locali, Azienda Sanitaria e tutti i rappresentanti del terzo settore, nel nostro comprensorio comincerà una nuova stagione di partecipazione di tutti questi soggetti per la costruzione del sistema dei servizi che finalmente diventerà realtà».  

- Presidente, chi ha ideato questo progetto associativo?

«Non esiste un vero è proprio ideatore, ma la volontà di un gruppo di professionisti del sociale che, interrogandosi sul welfare territoriale, hanno deciso di portare avanti e con passione un progetto associativo. Questo progetto in realtà non è altro che una risposta ai tanti interrogativi che il territorio stesso ci pone, ai tanti discorsi e sogni che spesso ho fatto qui, immaginando un Savuto migliore, quando si affrontavano tematiche con argomentazioni interessanti e molto delicate. Un fine di fondo esiste però nell’ideazione di questo progetto, ovvero quello di affrontare con coerenza il settore delle politiche sociali, per non operare solo nell’emergenza, con risorse umane e materiali utili alla costruzione di un sistema di welfare giusto. Per questo, insieme ad altri amici, abbiamo sposato l’idea di costruire le fondamenta della “cultura del sociale” e, dunque, di esserci per collaborare insieme ad altri organismi alla costruzione e al potenziamento di questo settore e portare finalmente un cambiamento nel Savuto, sia a livello sperimentale che organizzativo, ma anche a livello operativo e strettamente assistenziale. Noi vogliamo essere una risorsa per il territorio, da interrogare e coinvolgere per la creazione dell’integrazione sociosanitaria. Si può comprendere benissimo che il settore in cui siamo impegnati è quello dei servizi alla persona, delle politiche sociosanitarie e assistenziali, nella logica dell’integrazione operata ai sensi della Legge Regionale n. 23/2003. Inoltre, ci occupiamo di tutela dei diritti civili, per garantire al nostro comprensorio una crescita adeguata e uno sviluppo armonioso, in cui il cittadino è parte attiva – riconosciuto dalla Carta Costituzionale – e soprattutto portatore di interessi».  

- Associazione Unirete Onlus, perché avete scelto questo nome?

«Questo nome è stato pensato nella logica del lavoro di rete, lavoro che spesso noi operatori del sociale compiamo nell’ottica dell’integrazione fra sociale e sanitario. Il nome racchiude la volontà di voler costituire una rete fitta di collaborazioni sul nostro territorio. Abbiamo voluto dare questo nome perché ci piacerebbe fosse questo il senso da dare al nostro modo di essere attivi».  

- Che tipo di coinvolgimento richiede la partecipazione alle attività associative?

«Tutti possono trovare spazio per rendersi disponibili, ognuno può essere propositivo e siamo aperti a tutte le proposte di aiuto e collaborazione. Sono numerose le persone che hanno manifestato il loro interesse per aiutarci e non solo dal punto di vista delle donazioni, che comunque ricoprono un’esigenza indispensabile».  

- Che progetti vi siete posti per il primo anno di attività?

«I progetti sono molti e variegati, vanno dall’assistenza ai disabili e agli anziani, alla beneficenza; dal sostegno specialistico e di settore nei diversi enti alla progettazione sociale, in collaborazione con altri soggetti del no profit e con la PA. Inoltre, la nostra associazione fa parte del Coordinamento dell’Area Urbana, promossa dal Centro Servizi al Volontariato di Cosenza e da tutte le organizzazioni ricadenti in essa. Stiamo portando a compimento anche un progetto che ci vede partner con diversi soggetti del privato sociale e Onlus impegnate sul territorio, afferenti alla sfera della formazione extrascolastica e al lavoro, cultura/arte, turismo e ambiente, per iniziare a percorrere quel cammino di responsabilizzazione all’integrazione sotto tutti i fronti».  

- A proposito, quali sono i modi per entrare in contatto con la vostra associazione?

«Siamo presenti sul canale web all’indirizzo ancora in costruzione www.unireteonlus.it, ma è possibile reperire informazioni per effettuare donazioni o altro anche su facebook, il gruppo registra attualmente circa 400 iscritti. Per contattarci potete scriverci una mail all’indirizzo Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo e telefonando al numero 3316139782».  

- In conclusione, presidente, alla luce del suo lavoro e professione, ci può illustrare brevemente come si dovrebbe lavorare nel sociale per il ripristino e la creazione di nuove opportunità e con quali strumenti?

«Beh, questa è una bella domanda, cercherò di essere più sintetica che mai, anche se le cose da dire sono troppe. Il mio lavoro in questi anni mi ha portato alla conoscenza di un territorio, e parlo del Savuto, molto variegato nelle problematiche e nel disagio sociale. Per questo credo fermamente che si dovrebbe lavorare per progetti, nel senso che la professione sociale oggi è cambiata molto, è in continua evoluzione e si deve tenere conto sempre di nuove forme di povertà, a volte anche estrema. Ciò significa che si deve lavorare sul singolo problema e sulla persona disagiata, non è possibile dare oggi una soluzione omogenea per tutti i casi. Ci sono realtà molto diverse fra loro che spesso vengono trattate con la stessa cura e/o terapia. Per questo necessitano nuovi strumenti e se vogliamo tecnologie per la rilevazione del bisogno, nuove strutture tecniche e specialistiche per affrontare un welfare dalle mille sfaccettature. Uno strumento ideale, che nel resto dell’Italia ha permesso di raggiungere dei livelli ottimali nei servizi alla persona, è il Piano di Zona. Bisogna sottolineare le grosse differenze fra il Nord e il Sud dell’Italia, poiché, come ho sempre sostenuto, qui manca la cultura del sociale, manca la voglia di dare opportunità ai giovani, alle persone con disagio momentaneo e bisognose di un sostegno, manca soprattutto la logica della responsabilizzazione della persona-utente. Il vero ostacolo alla costruzione di questa cultura è quello di voler operare costantemente nell’assistenzialismo. Concludendo, lascio una riflessione e, se vogliamo, anche una domanda su questo sistema: alla luce di quanto accade oggi nella nostra regione, non sarebbe meglio incominciare a pensare ad un welfare moderno e finalmente al passo coi tempi? Abbiamo un sistema da smantellare, perché riduttivo e primitivo del lavoro sociale, bisogna finalmente operare quel mix fra il “vecchio” modo di pensare le politiche sociali e il “moderno”, per riscrivere finalmente una nuova stagione, il rinnovamento del welfare calabrese».

Ultimo aggiornamento ( venerdì 18 dicembre 2009 )
 
 
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