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La Voce del Savuto

Thursday
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Per il lavoro Ŕ necessaria una nuova mentalitÓ
sabato 19 marzo 2011

lavoro.jpgdi Eugenio Maria Gallo

Cosa dire ai giovani davanti a questa crisi che investe, da alcuni anni, il mondo intero e rende sempre più difficoltoso il cammino di ricerca d’una occupazione? Quali parole trovare per argomentare su una problematica che non pare fornire spiragli di ottimismo, pur annunciando, spesso, segnali di lieve ripresa che dovrebbero lasciare sperare in un nuovo processo di espansione, lento ma pur tuttavia possibile?

Non è facile rinvenire la misura giusta per rispondere ad una questione che non è solo giovanile, benché colpisca soprattutto i giovani, ma qualcosa bisogna pur dirla. E, allora, cominciamo col darci da fare per restituire loro fiducia e speranza nel futuro, in un futuro che dobbiamo cercare di delineare noi con l’aiuto del loro ingegno e del loro desiderio di fare. Anzitutto, va detto, è importante essere pronti e disponibili ad una nuova dinamica del fare che, ritrovando nella storia e nella vocazione naturale del nostro territorio, una antica e nuova opportunità di fare impresa e di produrre, apra nuovi orizzonti di possibilità e di offerte e crei nuove condizioni di lavoro e di crescita. Non è vero che non ci sono più le condizioni necessarie e sufficienti per elaborare, tracciare e concretizzare un nuovo processo di interventi e di azioni finalizzate al lavoro e alla produzione! Certo, se lavoro vuol dire esclusivamente lavoro dipendente e possibilmente alle dipendenze di enti pubblici, queste condizioni non ci sono.
Le opportunità, però, possono esserci e ci sono se si sposta la sfera di osservazione e di ricerca. E, allora, bisogna cercarle e, di certo, non nell’ambito di attività stipendiali, il cui campo, come detto, è ormai chiuso, ma nell’ottica di un impegno produttivo, che presupponga la disponibilità ad intervenire e ad operare in proprio, ricercando nelle esigenze del mercato locale, interno e anche esterno, e nelle possibilità di soddisfare la domanda, possibilità che nel territorio possono anche esserci. Non è vero che le generazioni precedenti, hanno dato fondo alle risorse di cui disponeva lo Stato. Esse hanno prodotto ricchezza e beni, che, ancora oggi, nonostante tutto, pur se tra affanni, consentono di vivere con dignità. Le generazioni precedenti hanno trovato nello studio l’input per la loro realizzazione e per mettere a servizio della collettività le proprie competenze e le proprie capacità, sacrificando, talora, anche le proprie ambizioni, i propri sogni e le proprie aspettative di lavoro. Hanno scelto con oculatezza, indirizzando i propri studi ed i propri corsi di formazione professionale verso quelle attività che, sul mercato del lavoro, offrivano possibilità ed opportunità. Non hanno solo inseguito il posto nello stato o nel parastato, ma, pur provenendo da corsi di studi e di formazione non tanto flessibili, hanno cercato ugualmente di impegnare le proprie competenze anche in settori e in campi, che esulavano dalla loro professione e dai loro studi e ci sono riusciti, spesso, inventandosi un altro lavoro o dedicandosi al commercio e all’imprenditoria. Oggi i posti pubblici sono un po’ come l’araba fenice e non perché occupati completamente dalle generazioni precedenti o da esse impegnati anche in esubero, per cui, nonostante i pensionamenti, al momento non c’è possibilità di nuove assunzioni! Sì, sono forse mancati una distribuzione equa ed un investimento oculato del bene pubblico, ma è anche intervenuto, nel giro di un ventennio, un forte processo tecnologico, che ha letteralmente sconvolto il settore del pubblico impiego, riducendo, in modo molto sensibile, il bisogno di lavoratori dipendenti e di impiegati nei vari enti. Ed è qui la chiave di volta. Dove un tempo necessitavano cinque impiegati, oggi, grazie all’aiuto delle macchine, ne basta uno. E in futuro sarà ancora peggio! Allora, che vogliamo fare, ce la vogliamo prendere con le macchine? Vogliamo impegnare pure noi la nostra lotta contro i nuovi strumenti della tecnica e della tecnologia, che pure sono molto utili, se non indispensabili? La verità è che questa esplosione tecnologica, in un certo senso, ci ha trovati anche un po’ impreparati, tant’è che, in una realtà, che aveva tanto bisogno di certi studi e di certi percorsi fermativi, noi ci siamo sempre più lasciati andare a seguire, invece, altri indirizzi perdendo un po’ il contatto con la realtà del presente e con le prospettive del futuro e considerando magari di secondaria importanza e di scarsa gratificazione delle attività, che invece sono molto nobili e di valore indiscutibile. Si tratta allora di rivedere un po’ la nostra mentalità e di renderci conto, anzitutto, che lo studio deve soprattutto formare l’uomo non semplicemente per una professione, ma soprattutto per garantirgli la possibilità di essere protagonista della propria esistenza, di impiegare, impegnare e realizzare le proprie competenze in quei campi, che il mercato del lavoro offre, e di diventare, se in possesso delle giusta intraprendenza, datore di lavoro di se stesso e degli altri. I tempi richiedono persone qualificate professionalmente, ma anche capaci di saper leggere la realtà del mondo del lavoro e di saper trovare le giuste misure per intervenirvi. Oggi è necessaria una rivoluzione mentale e psicologica che porti l’essere a cogliere il processo dei tempi e ad intervenirvi da protagonista. E questo processo, per territori come i nostri, oggi richiama in primo piano agricoltura biologica, zootecnia, artigianato, settore dell’alimentazione, assistenza domiciliare agli anziani etc. e prospetta delle possibilità da cui far nascere nuove opportunità. Ciò impone, come già detto, una nuova mentalità e un cambio di prospettiva. A questo cambiamento e a questo processo deve guardare anche la politica, che dovrà guidare, incoraggiare e sostenere i giovani che intenderanno affrontare questi nuovi percorsi. Ma vi deve guardare, soprattutto, chi vuole puntare e scommettere sul proprio futuro.
Ultimo aggiornamento ( domenica 14 agosto 2011 )
 
 
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