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La Voce del Savuto

Wednesday
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Rapporto politica-morale, basta un po' di buon senso
luned́ 11 luglio 2011
politica e morale.jpgdi Eugenio Maria Gallo
Quando il buon senso si addormenta c’è bisogno di una scossa per risvegliarlo. Ed una scossa può venire solo dai grandi del pensiero. Se mi permetto, pertanto, di disturbare Kant, il grande filosofo tedesco Immanuel Kant, non è per bisogno di enucleare e proporre gli aspetti portanti della sua filosofia, quanto per rifugiarmi un po’ in lui, in questo momento particolare della nostra quotidiana dialettica politica.
E’ un po’ che, nel discorso politico, si affaccia anche la dimensione della morale e, pertanto, è bene discutere in merito, senza fare confusione e senza suggerire giudizi avventati. E’ bene discuterne facendosi guidare da un grande maestro, dal filosofo Kant.. Non è forse lui che ha scritto che ogni "politica deve piegare le ginocchia davanti alla morale e solo così si può sperare di giungere, sebbene lentamente, a un grado in cui risplenderà durevolmente" (cfr. I. Kant, Per la pace perpetua, traduzione di Marina Montanari e Laura Tundo Ferente, Edizione speciale per Corriere della Sera RCS Quotidiani S.p.A. Milano dicembre 2010, pp. 71-72)? E, allora, è bene considerare in che debba consistere, per la politica, questo "piegare le ginocchia davanti alla morale". E’ necessario prenderne atto e farsene consapevoli, perché, in questi ultimi tempi, ne stiamo sentendo tante!

E, allora, comincio col dire, mutuando talora anche dal filosofo, che, secondo me, il codice morale, in politica, non impone un particolare dettato, ma sollecita esclusivamente ad assumere un atteggiamento che sia in sintonia con le leggi e con le regole, che sono espressione di quel complesso di norme che, ispirate alla carta costituzionale, guidano un Paese. Pertanto, primo aspetto e primo atteggiamento morale della politica e, quindi di chi fa politica, è il rispetto rigoroso delle regole prescritte. E questo vale per maggioranze e per opposizioni. Ma è anche bene sottolineare ed evidenziare che il rigoroso rispetto delle regole presuppone e prevede, soprattutto, il rispetto fra gli organismi predisposti all’elaborazione, all’esecuzione e all’applicazione delle regole medesime, il che equivale non solo al rispetto delle istituzioni e fra le istituzioni su cui si fonda lo stato democratico, ma anche al rispetto, da parte di ciascuna di esse, delle prerogative della propria funzione e, in primis, dell’uomo e della sua dignità. Pertanto, alla base di questa visione, si può candidamente preporre l’imperativo categorico kantiano che si identifica col dovere. L’uomo, in parole povere, è sensi e bisogni, è volontà, ma anche ragione. La volontà, però, non è spontaneamente d’accordo con la ragione, per cui, perché questo accordo si concretizzi, è necessario che intervenga l’imperativo: tu devi. Allora, per "un essere – scrive Kant - , per cui il motivo dominante della volontà non è soltanto la ragione, la regola della ragione è un imperativo, cioè una regola che viene caratterizzata con un dover essere che esprime la necessità oggettiva dell’azione e significa che, se la ragione determinasse interamente la volontà, l’azione avverrebbe immancabilmente secondo questa regola" (cfr. Kant, Analitica della ragion pratica: moralità e santità, in N. Abbagnano, Storia della filosofia, volume secondo, UTET Torino 1966, p. 525). E’ chiaro che l’uomo è, nello stesso tempo, volontà e ragione e che la sua libertà consiste e si esprime nella logica della scelta, con cui egli prefigura il proprio atteggiamento e la propria azione. Va aggiunto, tuttavia, che, nell’esercizio della libertà, è morale l’atteggiamento di chi rispetta il proprio antagonista nella sua dignità e nella sua libertà. Non lo è invece, quando il soggetto deroga da questa linea di comportamento. Questo vale sempre, ma soprattutto in politica. Del resto, tutto ciò, che l’uomo fa nel consorzio umano in cui si dimena ed agisce, è politico in quanto agito in quella comunità che è la polis. Nell’ambito di questo dovere, allora, si pone anche la necessità di frugare nella dimensione della morale per cogliere quella che è la misura del comportamento morale nella logica dei rapporti interpersonali, soprattutto nel campo delle diatribe e delle discussioni fra persone, che si cimentano nel gioco della dialettica politica, ma anche fra cittadini. Non è, infatti, morale il comportamento di chi, per la propria utilità subordinata a fini pratici o a fini ideologici, ferisce la dignità dell’altro, offendendone l’opinione o le idee.

Il rispetto, nella visione kantiana, è già di per un sentimento morale, è la morale nella sua realtà più autentica. E la mancanza di rispetto, nei confronti di chi la pensa in modo diverso, troppo spesso inducendo a denigrare l’altro e a mancargli di rispetto, non è consono ad un atteggiamento morale. Questo si verifica soprattutto nei momenti caldi del confronto dialettico e, talora, anche quando, feriti nelle proprie attese, davanti ad una sconfitta, ci si lascia andare a giudizi poco sereni nei confronti di quell’opinione pubblica che si è espressa, attraverso il voto, in modo difforme da quanto desiderato e sperato. Ecco, desideri ed attese, se dettano istintivamente l’atteggiamento dell’uomo, sopraffacendo la ragione, inducono ad un atteggiamento che non è morale. Allora è bene pensare al proprio atteggiamento, quando si parla di politica e morale, ad ogni livello, e scusatemi se, per questa chiacchierata, mi sono permesso di scomodare il grande filosofo e di interpretarlo, talora, un po’ troppo liberamente. In fondo, basterebbe non farsi prendere per la giacchetta dai propri desideri e lasciarsi guidare da un po’ di buon senso, per farsi latori di atteggiamenti rispettosi della persona e della dignità altrui, non solo in politica ma sempre.
Ultimo aggiornamento ( domenica 14 agosto 2011 )
 
 
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