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La Voce del Savuto

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Tra magie e credenze
mercoledý 10 agosto 2011
magia.jpgdi Antonio Guerriero
Siamo el terzo millennio, ma le magie e le credenze, retaggio del passato, continuano ad interessare molte persone che rivelano, comunque, un ingenuo sentimento sia che vivano nelle grandi metropoli, sia che abitino in paesi sperduti di montagna. “Da un rapporto dell’UNESCO è risultato che il numero dei maghi, degli astrologi, dei fattucchieri di paese, di città ammonta quasi a tre milioni”. E’ un numero esorbitante, perché su una popolazione mondiale di quasi tre miliardi e mezzo, escluse la Russia e la Cina, quasi lo 0,1% vive di stratagemmi, sfruttando l’ignoranza e la buona fede di milioni di persone.
Anche molti grimaldesi, soprattutto di una certa età, non si sottraggono a particolari forme di comportamento e il malocchio (l’affascinu) viene combattuto in modi diversi per allontanare l’influsso malefico che esercita lo sguardo di determinate persone. Si usa un corno, un ferro d’asino che fa bella mostra di sé sui portali di alcune case, sistemato con i rampini in alto per fermare la fortuna quando passa, il sale da mettere in tasca quando s’indossa un vestito nuovo, “l’abiteddu”, l’abitino, un pezzo di stoffa quadrangolare di circa otto o dieci centimetri, orlato di nastro e ricamato nel quale vengono riposti una foglia di palma benedetta, cera d’altare, sale e tre granelli d’incenso. Sull’esterno ha una crocetta e una figurina della Madonna; l’amuleto si può appendere al collo dei bambini o sistemare in un taschino. Il malocchio provoca mal di testa, spossatezza, malessere generale e si scongiura con una preghiera che viene insegnata solo la notte della vigilia di Natale. Ho chiesto a diverse persone, anziane e non, che conoscono la formula di rendermi edotto, con mia grande meraviglia, nessuna delle interpellate ha inteso farlo, adducendo come motivazione la perdita del potere magico...
Quando incontriamo una persona che gode di ottima salute, ben vestita, siamo portati a complimentarci, ma accompagniamo gli omaggi con la frase “ottu e nove forima l’occhiu” (otto e nove fuori il malocchio). “La necessità di far precedere all’elogio il ferma l’occhio o il bonusia, viene direttamente dai Greci, che l’avevano già appreso dagli Egiziani, che, a loro volta, l’avevano imparato da altri”. Come si può notare, in ogni pratica magica, rivivono aspetti religiosi frammisti a pratiche pagane: i tre granelli d’incenso richiamano la Trinità, il segno di Croce e la figurina della Madonna nell’abitino, nonché la notte di Natale per apprendere formule magiche. Ciò, in fondo, ci fa capire che si ricorreva all’aiuto divino, fatto naturale per chi crede, e alla magia non riuscendo a spiegare certi fenomeni o sperando nella guarigione di ammalati gravi. Ancora oggi, certo come atto di fede, vi è gente che fa voti di andare scalza in Chiesa durante la celebrazione della novena di S. Antonio. A Grimaldi, per come ricordano le persone più anziane, non esistevano “magari”, né persone capaci di “fare magarie”, molti, comunque, ricorrevano ad essi, affrontando, di notte, lunghi viaggi a piedi o a dorso di mulo, soprattutto per “sciogliere” intricate situazioni amorose o per la preparazione di medicine miracolose. La presenza dell’interessato non era richiesta, anche una terza persona poteva fare da tramite, a condizione che avesse con sé un indumento del “paziente”. Il “magaro” più noto risiedeva a San Mango D’Aquino, era costretto a stare a letto, perché colpito da una paralisi agli arti inferiori. Le sedute, di solito, avvenivano di notte e il mago prima di preparare le “magarie” invocava l’aiuto di Satana: Satanassu, Satanassu, dobbiamo aiutare l’amico Caio, dopo un attimo di silenzio, dal soffitto seguiva un assordante rumore di catene... Il mago era anche in grado di preparare “magarie” mortali, in tal caso, il tutto veniva predisposto allo scoccare della mezzanotte del 24 dicembre, a Natale. Quando due donne litigano si sente spesso dire: “Si nna strega, si nna megera”, a significare che questa figura, nell’immaginario popolare è ancora presente.
A Grimaldi venivano, infatti, indicate tre o quattro streghe, ma il loro compito consisteva nel farsi parte attiva, dietro ricompensa, presso “le vere” streghe. Il clero comprese il pericolo che tali pratiche comportavano e corse ai ripari coinvolgendo i fedeli a rendersi parte attiva nella costruzione di “chiese, di cappelle, o anche di un semplice pilastro nei trivi, dove le streghe commerciavano coi diavoli e le icone valgono a scongiurarle”. Da qui il nome Cona alla Chiesa che sorge a Grimaldi, a Malito e in molti altri paesi calabresi. D’altra parte, a Grimaldi, è famosa la leggenda delle streghe  di Benevento, a suo tempo Ducato longobardo, che, di notte, prima di iniziare il loro percorso alla ricerca di una toppa non ostruita “dall’autamilia”, erba anti Streghe, per entrare nelle case, luogo ambito anche dai “Monacheddi”, si davano convegno sui noci: “Supracqua e sutta ventu ara nuce ‘e Boniventu” (Sopra l’acqua e sotto il vento, al noce di Benevento). Tali leggende rendevano insonni molte notti di noi bambini che aspettavamo, comunque, la sera perché il nonno, accanto al fuoco scoppiettante, ci raccontasse favole di maghi, di streghe e di monacheddi. Ancora oggi, le donne anziane raccomandano alle giovani spose di non portare i bambini non ancora battezzati sotto le piante di noce, perché “piglianu ‘u spirdu” (diventano spiritati). “Tali credenze non sono esse un’eco lontana di quelle degli antichi nelle metamorfosi umane ed emigrazioni delle anime. Le ombre appariscono pure nei sogni e dimandano ai parenti sia conforti per le loro anime, sia del cibo e dell’acqua, e rivelano segreti di famiglia e tesori nascosti, o annunziano sciagure e morte dei loro cari, giacché esse veggono nel futuro”. “Il popolo crede davvero alle magare, perché le antiche tradizioni e le usanze orientali, se hanno oramai molto perduto pel giro dei secoli e per la progressiva educazione delle società civili, conservano, tuttavia, il loro posto nelle menti rozze”. Anche se un antico adagio “nun cridere are parole da gente” invita ad essere pragmatici, le credenze, rispetto alle magie, interessano una fascia più larga di persone: credere, in fondo, non costa nulla. Esse ci riportano agli albori della storia, ai primordi della civiltà, periodo in cui animali ed elementi della natura erano tenuti in grande considerazione, da essere adorati come  dei.
A Grimaldi l’olio è sacro. Se lasciato cadere, sbadatamente per terra, è motivo di lutti e sciagure, al contrario, una bottiglia piena di vino se si rompe, non solo non causa danni, ma è segno di buon auspicio. Nel nostro paese, in passato, si produceva vino in abbondanza e poco olio, da qui la necessità di adoperarlo con moderazione ed attenzione. La perdita delle fede nuziale è un fatto gravissimo, è un segno premonitore che il matrimonio avrà breve durata con la scomparsa del coniuge che si è reso colpevole di una così grave disattenzione. Ritengo che il tutto sia legato, specialmente oggi, al costo dell’anello che, in ogni caso, costituisce una perdita e le dita prive d’oro sono segno evidente di povertà. Il Venerdì è ritenuto infausto: in detto giorno è di cattivo augurio sposarsi, battezzare i neonati, radersi la barba, tagliarsi capelli ed unghie, far visite, a meno che non si vada presso una famiglia colpita da lutto... Una donna in stato interessante o indisposta non può presenziare alla confezione dei salumi, che sicuramente andranno a male. I guaiti del cane “quannu ‘u cane ciancia”, soprattutto di giorno, sono segni premonitori di sventura; così è per il canto della civetta, “’a piula”, che si diffonde nelle notti di luna. “Viatu due posa, amaru a due guarda”, (luogo beato dove si ferma, amarezza dove guarda). Un altro animale è il gatto nero. Se ci attraversa la strada quando siamo in macchina è necessario fermarsi ed attendere il passaggio di un altro mezzo; in caso contrario è consigliabile fare inversione di marcia e rientrare a casa per altra via. Nel momento in cui una bara viene trasportata in chiesa per le onoranze funebri, quando passa davanti ad esercizi commerciali, ad una dimora, subito gli interessati corrono ad abbassare o a chiudere le imposte per paura che la morte possa entrare. Tali credenze, così vive nella tradizione popolare, non sono da ascrivere soltanto alle classi subalterne: esse si manifestano anche in persone, diplomati e laureati, che dovrebbero avere una puntuale visione delle cose. Ma, lo abbiamo già detto, credere non costa nulla...


Bibliografia:
Nicola Di Meo: La civiltà contadina in Calabria e nel Mezzogiorno.
Luigi Accattatis: Vocabolario del dialetto calabrese.    

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 10 agosto 2011 )
 
 
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