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Il volo dell'aquilone: un gioco vissuto, dimenticato e ritrovato
lunedì 15 agosto 2011
aquilone.jpgdi Franco Bazzarelli
Oggi, al mio paese, il passatempo dell’aquilone è come se non fosse mai esistito, mai praticato e mai conosciuto. Né tampoco i grandi, che lietamente trascorrevano ore e ore assorti in divertimenti e svaghi, fanno qualcosa per poter trasmettere ed insegnare questi giochi ai loro figli e agli amici. E poi tanta colpa non si deve dare a loro, perché con il progresso e l’evoluzione dei tempi, il gioco dell’aquilone, della trottola, del nascondino, dell’altalena ed altri ancora, sono stati travolti da nuovi e moderni giochi.
L’altro giorno, passando per una via secondaria che porta al centro del mio paese, alzai lo sguardo verso un terrazzo e vidi un uomo che dava delle istruzioni a sua nipote su come far volare un aquilone. Lui sulla cinquantina; lei tra gli otto e i nove anni.
Rigirai la testa e diressi lo sguardo più in alto e scorsi ciò che da tempo non vedevo e che tanto desideravo. Al pari di tutti gli aquiloni, cominciava a fare i capricci e dava degli strattoni al filo come un cavallo indomito, come se avesse paura di subire la fine che fanno tanti suoi simili: rimanendo infilzati in un canneto, cadendo a picco sulla sabbia del mare, impigliandosi tra i rami degli alberi e finendo nelle acque del fiume.Lo seguivo man mano che prendeva quota, ormai rassegnato a quell’ascesa senza meta.
Incantato ne ammiravo il colore della coda anelata rosso acceso e l’altro pezzo dalla forma romboidale color verde, nonché l’immobilità come quella di un uccello rapace che dall’alto segue la sua preda, sotto un cielo terso e sereno, rievocando in me dolcissimi ricordi di tempi passati. Ora è la bimba che con mano tremante e insicura sostiene il filo; e l’aquilone sale, sale più in alto fino a perdere la forma geometrica diventando sempre più piccolo che si stenta a rintracciarlo.
Lo zio accendendosi una sigaretta, guardava la nipotina, soddisfatto di tanto gioiva per l’emozione provata.
A questo punto lo zio vorrebbe scorgere l’aquilone, (ma lui è miope poveretto), che tanto lontano si trova, da paragonarlo ad un semplice bottone in balìa del vento, fra tanta immensità di cielo.Abbassai la testa, e mentre mi toccavo i muscoli del collo indolenziti, mi domandavo se l’iniziativa per costruire l’aquilone è stata della piccola o addirittura dello zio.


Ultimo aggiornamento ( martedì 16 agosto 2011 )
 
 
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