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La Voce del Savuto

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" 'U mise de castagnatura" nella cultura contadina
luned́ 15 ottobre 2012

a casella.jpgdi Fiore Sansalone

Il castagno per secoli ha rappresentato una fonte di ricchezza importante per l’economia delle popolazioni rurali, ricchezza spesso non sufficientemente apprezzata.

Per quanto riguarda il prezioso frutto c’è da dire che spesse volte rappresentava l’unica risorsa alimentare utilizzabile, per cui le misere condizioni economiche spinsero i contadini a sviluppare molte tecniche di conservazione capaci di assicurare sia la freschezza che la genuinità del prodotto nonché una sicura ed abbondante dispensa per i lunghi e freddi mesi invernali.  
Nella cultura popolare le castagne erano considerate il cibo dei poveri, il solo “pane e cumpane” della giornata, perciò “’u mise de castagnatura” rappresentava uno dei periodi dell’anno più importanti per la famiglia contadina e rinunciarvi avrebbe inciso in modo alquanto negativo sul già scarso reddito familiare.
A fine agosto, i castagnari (coloro i quali raccoglievano le castagne), si rivolgevano “alli patruni” per prendere “a terzu” il castagneto (una parte delle castagne raccolte andava al castagnaro e le due parti restanti spettavano al proprietario), stabilendo verbalmente l’accordo. La regola vigente era quella di sfruttare al massimo la manodopera con ricatti e pretesti di varia natura. Ma come si sa “’u bisognu” era tanto ed il ribellarsi dinanzi alle assurde pretese del padrone avrebbe compromesso la già difficile contrattazione. A fine agosto, inizi di settembre, il bosco era “annettatu” (pulito) e pronto per la raccolta: infatti nell’ultima decade di settembre il prelibato frutto inizia a cadere. Recita un vecchio detto locale: “A Santa Liberata ‘e castagne su cascuate”; la tradizione vuole che durante i festeggiamenti in onore della Santa, le castagne cadino già in abbondanza.
Per gli antichi sentieri vi era un via vai di gente che di buon ora si recava nei boschi; si raccoglieva da mattina a sera inoltrata, un lavoro duro e faticoso, “mise ‘e vallani mise ‘e guallare”, reso ancor più duro dalle prime ed inesistenti pioggie autunnali. Le castagne venivano poi sistemate nei sacchi dal “caputerzu” (uomo di notevole esperienza, buon conoscitore del castagneto che coordinava il duro lavoro dei castagnari) e trasportate da muli nelle caselle dove avveniva la fase della “pilatura”, operazione, questa, piuttosto delicata, di competenza del “capu casella” dal quale dipendeva in gran parte l’andamento della lavorazione. Le castagne venivano poggiate e sparse sul “cannizzu” ricavato con listelli di castagno inchiodati su assi e distanti quel poco che basta per impedire alle castagne di cadere e alla fiamma del fuoco di raggiungerle. Da non dimenticare la presenza “du lignaru”, colui il quale si preoccupava di raccogliere la legna che sarebbe servita ad alimentare il fuoco durante la “pilatura”. Il fuoco, acceso sul pavimento in terra battuta, sotto “’u cannizzu”, era costantemente ravvivato; per impedire che il calore eccessivo rovinasse le castagne, esse venivano coperte con il “purpitu” (le bucce secche delle castagne messe da parte l’anno prima durante la “zocculiatura”), che manteneva la fiamma molto lenta, ma nello stesso tempo, bruciando emanava un fumo che dava un sapore particolare. Ogni due o tre giorni le castagne venivano mescolate con la pala dal “capu casella” per evitare che si bruciassero. Il lavoro di “pilatura” durava circa venti giorni dopodiché si passava alla fase successiva, quella della “zocculiatura”. Le castagne ancora calde venivano sistemate in uno “scifu” (recipiente rettangolare di legno) dove venivano pestate (avendo cura di calzare un paio di “zocculi”), per lavarne la buccia ed il “lippu” (buccia che riveste interiormente la castagna). Nella cultura popolare la castagna indurita e sbucciata prende il nome di “pistillu” o “pastillu”. Scrive Luigi Accattatis nel suo Vocabolario del dialetto calabrese: “…si dice pastillu perché le tiglie si pestano nelle pile o truogoli di legno per mondarle dalla buccia e dalla sansa”. I “pistilli” venivano poi “quartariati” (separati) mediante la “quartara” (cesta rettangolare) per liberarli da ulteriori residui (“frisui”). Si passava poi alla fase finale, quella della scelta accurata dei “pistilli”. I meno buoni si scartavano e si davano in pasto ai maiali, altri molli e non cotti (“tartagliuni”) si infilavano con ago e filo a formare saporitissimi “filari”.
Ultimo aggiornamento ( luned́ 15 ottobre 2012 )
 
 
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