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La Voce del Savuto

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Il fiume Savuto ed i suoi ponti, testimoni di straordinarie ed antichissime vicende storiche
giovedý 07 febbraio 2013
ponte s angelo.jpgNasce a 1360 metri e poi giù fino all’abbraccio del Tirreno
di Tonino De Marco
Questa è la storia di un fiume: il Savuto, antico “Ocinarus” (che scorre velocemente) dei greci e che i romani indicavano con il nome di “Sabbatus”. Un fiume che ha svolto con la sua valle, nel corso dei millenni, un ruolo importante nella storia della civiltà.
Ne sono testimonianza ancora, fra l’altro i ponti o i ruderi di essi, di costruzione greco-romana che consentivano il collegamento fra le due sponde. La sua sorgente si trova a 1.360 metri di altezza nella località “Spineto di destro” in Sila; dopo un percorso di 50 km il fiume riceve l’abbraccio perenne del mar Tirreno nei pressi di Campora san Giovanni. Lungo il percorso riceve numerosi affluenti, fra cui le acque del Carviello, del Tarsitano, di Vaiano, del Tassitello, del Merone, del Cannavino (che crea una suggestiva e caratteristica cascata), del Mola, del Lara, del Bisirico, del Mentaro, del Carito, dello Scolo ecc. Le acque del fiume in Sila, si riposano per un breve tratto nel lago artificiale denominato appunto Savuto; poi  procedono nel viaggio bagnando i territori di Parenti, Rogliano, Santo Stefano, Marzi, Carpanzano, Malito, Scigliano, Pedivigliano, Altilia, Aiello Calabro, Martirano, San Mango d’Aquino, Cleto, Nocera Terinese.
Tracce di itinerari antichi sono sparse un po’ dappertutto lungo l’omonima valle; soprattutto di ponti. Fra questi quello “Alli Fratti”, il Tavolaria, il Musato o Gallizzano ed il famoso ponte di Annibale, nei pressi di Sant’Angelo. Il ponte “Alli Fratti”, come riporta “l’Universo”, la rivista di divulgazione geografica dell’istituto geografico militare di Firenze - è lungo 22 metri circa, ha la passerella larga m. 2,80 e le spallette alte circa 45 cm. Esso rappresenta una sistemazione medioevale di una costruzione - sostiene la citata rivista - che, anche in base al confronto con l’altro ponte antico di Sant’Angelo può essere considerato di origine romana. Distrutto diverse volte fu, in epoca recente, ricostruito dai francesi di Murat. A proposito del ponte di Gallizzano, Francesco Antonio Accattatis nel 1749 scriveva: “...Nei pressi di Scigliano si trova il gran ponte di Trivertini, edificato per comunicare il commercio tra Scigliano ed Altilia. Esso dal volgo comunemente vien detto il ponte Musato o di Gallizzano. L’antica tradizione ce lo fa credere opera del conte Ruggieri Normanno. E la magnificienza e maestà del lavoro, autentica questa nostra credenza. Esso è uno dei più belli e maestosi ponti della provincia, opera che potrebbe star bene entro il  recinto di ogni gran città, anziché in luogo alpestre e disabitato dove si trova. Negli anni passati fu danneggiato alquanto da persona con la speranza di trovarvi dentro qualche tesoro.” Per quanto riguarda il ponte di Annibale, testimonianze di un tragitto, percorso da strateghi militari, il prof. Emilio Barillaro scrive: “...Il ponte fu gittato dai romani a servizio della via Popilia nel 203 a. C.; Distrutto dagli stessi costruttori all’epoca della sconfitta di Annibale per arrestare la fuga di costui ed impedirgli di raggiungere il mare e poi ricostruito con lo stesso materiale edilizio e con lo stesso modulo architettonico dei genieri del generale cartaginese per il transito della sua armata”. Ed il Padula in  “Calabria prima e dopo l’unità”: “Quel ponte  può dirsi l’unico monumento architettonico della provincia. E’ un solo arco colossale della luce di cento palmi che comincia dal suolo e non s’appoggia a pilastri. Vi si ascende per una scaglionata che lascia tra sé e l’arco del ponte un vuoto dove si ricovrano i pastori.  Mentre tu sali spesso ti viene all’orecchio uno scoppio di riso; e sono foresi e foresette che ridono sotto i tuoi piedi. Il ponte è di piperno (roccia eruttiva effusiva, n.d.c.) e se ne ignora l’autore. Il volgo lo crede opera del diavolo e crede di vedere sopra alcune pietre l’impronta di sua mano e va a cercarvi tesori”. Sulle condizioni del ponte ai primi del 1900 abbiamo rinvenuto una relazione dell’archeologo Edoardo Galli che così, fra l’altro, lo descriveva: “Il ponte ad una sola luce, è ormai ridotto in misero stato, non però da essere del tutto inservibile. E’ naturale che in tanti secoli d’incuria molte opere secondarie siano rovinate; tuttavia resta lo scheletro dell’arco, tutto a grandi massi rettangolari di un tufo grigiastro, frequente in quella località, sovrapposti solo e non legati con calce. Chi guarda il ponte con le spalle alla foce, vede a sinistra un corpo avanzato, una specie di terrapieno che in altri tempi doveva essere rivestito di un muro a grandi massi, ma che ora mostra la sua struttura interna “incerta”. Anche i parapetti sono crollati e sul piano stradale non si vede traccia di “crepidines” o marciapiedi laterali. Guardando, poi, le fiancate appare evidente l’intenzione dei costruttori di restringere artificialmente, ridurre quanto più possibile la valle, per soverchiarla con un solo, arditissimo arco. Questo è, all’incirca, alto 13 metri e largo il doppio, ma nell’antichità doveva librarsi ad una altezza vertiginosa, poiché è risaputo che tra i fiumi della Calabria il Savuto è uno dei più noti e temuti per piene e devastazioni. (“E’ gonfio di verno e porta alberi all’impiedi” scriveva il Padula n.d.c.). Quindi non v’è dubbio - conclude l’architetto Galli - che in più di duemila anni il fiume abbia colmato una buona metà dell’altezza primitiva. Infatti non si vedono i pilastri su cui poggia la volta perché sono sotterrati nella ghiaia e come si può notare oggi, il fiume scorre a livello della corda dell’arco”.
Le sponde del fiume Savuto erano anticamente arricchite dalla presenza di torrette, dotate di piccoli sportelli in cima, che servivano per avvisare in tempo gli abitanti della zona dell’arrivo dei Saraceni e dei Turchi che con le loro scorrerie mettevano a dura prova la vita tranquilla e laboriosa delle famiglie. Il 13 aprile 1806 Giuseppe Bonaparte, percorrendo il Regno di Napoli conquistato dalle armi francesi, ricevette proprio nelle gole del Savuto un corriere che gli portava il decreto imperiale in data 30 marzo col quale Napoleone lo creava, per diritto di conquista, Re del Regno di Napoli. Nel 1852 Rilliet, chirurgo ginevrino del 13° battaglione cacciatori attraversò la Valle, a capo di una colonna mobile, assieme a Ferdinando II. Queste alcune delle impressioni riportate dal Rilliet: “...Dopo Rogliano attraversammo il piccolo villaggio di Li Marzi, al di là del quale la strada discende per immensi zig- zag in fondo alla Valle del Savuto che non è affatto meno del terribile Acheronte; essendo l’altro in Epiro. Non si riuscirebbe a farsi un’idea dell’immenso sconvolgimento per il quale queste montagne sembrano qui essere gettate a caso, formando profonde vallate che si incrociano in tutte le direzioni mentre da tutte le parti si innalzano, quasi a picco, masse imponenti di rocce e di montagne in mezzo alla natura selvaggia e grandiosa...”.
E concludiamo riportando un episodio narrato dallo storico Ballandisti: “...Passando il Savuto beviamone l’acqua, ma prima facciamoci la croce. Quando San Francesco di Paola era in Francia, Giovanna Caserta di Altilia fu invasa dal demonio. Fu recata dinanzi al sacerdote don Angelo Serra che le chiede: “Chi sei tu?”. “Sono Satana”, rispose l’ossessa e continuò: Io stanziavo in Martorano  e li mi divertivo a rompere le brocche alle ragazze che andavano al fonte per eccitare risse tra loro ed i ragazzi. Un dì ero presso al Savuto; passò costei, si chinò per bere senza farsi la croce ed io, immantinente, le entrai nel corpo”.

 

Ultimo aggiornamento ( giovedý 07 febbraio 2013 )
 
 
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