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La Voce del Savuto

Thursday
May 23rd
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Antichi riti: l'uccisione del maiale
luned́ 18 febbraio 2013
maiale.jpgdi Tonino De Marco
MALITO - Il giorno fatidico ci si alzava di buon’ora e, per prima cosa, si accende­va il fuoco per far bollire l’acqua nella “quadra”.
Intanto gli uomini si avviavano al “catodo” per catturare il maiale. Lo si legava con un “ruma­neddu” ad un piede e gli si stringeva anche “u mussu” per non farlo gri­dare; dopo lo si trascinava a viva forza sul luogo dell’esecuzione (nel ma­gazzino o nell’atrio della casa chiamato “purtune”).
Veniva buttato, quindi, di peso su un cassone e gli uomini si sforzavano per tenerlo fermo. Quando tutto era pronto e la padrona di casa aveva preparato il recipiente per il sangue, si gridava “A ra salute!” e si confic­cava un lungo coltello nella carotide del maiale. Al ragazzo che teneva la coda, il maiale “sercia” alla fine un paio di calze: erano gli ultimi movi­menti delle zampe posteriori prima di spirare.
Poi si analizzava la carne ed il sangue per assicurarsi che non presen­tassero segni di panicato e si esclamava con sollievo: “Grazie a Diu è bo­nu, è bonu; ud’è sursumitu...!”.
Successivamente il suino senza vita veniva gettato nella “majidda” (la madia) e, inondato con acqua bollente, spelato col coltello e ripulito dalle “‘nzite”, veniva impiccato a testa in giù “a ru gammeddu” e poi squarta­to. La testa veniva esposta ad una finestra e nella bocca si metteva un’arancia.
Le donne, intanto, si recavano al fiume per pulire gli intestini destinati poi ad essere riempiti di carne.
Alla persona che aveva accudito il maiale si riservava “l’ossu d’u por­caru”, molto saporito.
Dopo due giorni aveva inizio la seconda fase: una persona esperta pro­cedeva alla sezionatura delle due “menzine”; altri con due coltelli tritavano la carne, mentre le donne riempivano con aggeggi di legno a forma di imbuto gli intestini ottenendo cosi le salsicce, le soppressate, ‘e vozze, i cotechini ecc.
A sera si metteva sul fuoco “‘a quadra” con sul bordo una crocetta fatta con le foglie d’ulivo benedetto della domenica delle Palme, per cuo­cere tutte quelle parti di carne (comprese ‘e corie) destinate ad essere ridotte in “frittole e in frisuli”.
La parte restante (zampe, orecchie, muso ecc.) dopo cottura, si metteva sotto aceto e costituiva “‘u suzu” (la gelatina).
Anticamente, per devozione, col primo grasso si riempiva “‘u pigna­teddu de Sant’Antone”.
Ecco, per finire, alcuni “ditteri” malitesi: T’ammazzasti lu porcu e te chiudisti e de l'amici toi tinne scordasti!; Oje tuttu 'u munnu è frittule!
Ultimo aggiornamento ( luned́ 18 febbraio 2013 )
 
 
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