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La Voce del Savuto

Thursday
Jan 17th
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Il racconto / I cinque fiocchi
luned́ 18 febbraio 2013
fiocco elementare.jpgdi Mario Pucci
“E’ l’apologia della scuola elementare, l’unico ciclo di studi che ancora può chiamarsi “scuola”.
Ho cercato di riassumere i miei ricordi, i miei affetti, gli insegnamenti dei miei maestri, gli occhi e i volti dei miei compagni e le vicissitudini di quei tempi grami (1955-1960), ma, nello stesso tempo, belli, meravigliosi e incancellabili”.
Prima elementare - Fiocco blu
La mia maestra, la signora Ida Gatto, forse attendeva con gioia anche me quella mattina. Era il primo Ottobre 1955 ed era il mio primo giorno di scuola. Ero appena uscito da casa con la borsa di cartone marrone, il grembiule nero, il colletto bianco, il fiocco blu ben raccolto, i pantaloncini corti, le scarpe, non nuove, ma perfettamente lucidate, i capelli tagliati di fresco e riversati sul lato destro del capo. Ero proprio a posto.
Le mie sorelle vollero vestirmi a festa. Prima di uscire mia madre mi baciò su tutte e due le guance e mi infilò su una delle saccocce del grembiule due fette di pane spalmate di marmellata fatta, in casa. Scesi le scale con l’allegria nell’anima e la risacca di una notte insonne negli occhi. Pioveva a dirotto ed era il giorno di San Remigio.
La scuola non era molto lontana. Abitavo, allora, a ridosso della Chiesa di San Giuliano. Avevo frequentato, ma in modo alquanto saltuario, l’asilo infantile di Piazza Plebiscito, gestito da suore che portavano un cappello strano e grandissimo, munito di due lunghe e sinuose ali ricurve che a me facevano un po’ di paura.
Giovanni, mio cugino, mi stava ad attendere con ansia. Era vestito proprio come me. Ci avviamo, solitari e muti, verso la scuola, sotto un ombrello bucherellato. Pensavamo al destino che ci attendeva. Addio giochi all’aria aperta, ai nostri nascondini e nascondigli, alle nostre giornate di libertà, ai nostri sogni di fantasia, alle nostre marachelle quotidiane.
Ci fermammo sotto la pensilina di cemento, a pochi metri dall’uscio che emetteva chiacchiericci di scolari che ci avevano preceduti e che attendevano l’arrivo dei maestri. Alcuni stavano affacciati dalle finestre e osservavano la pioggia cadere a catinelle e che formava un allegro gorgoglìo sulle buche della strada non ancora asfaltata. Una donna piuttosto anziana ci invitava ad entrare con una certa premura. Noi eravamo come bloccati. Quel luogo ci sembrava una specie di carcere. Ritornammo indietro e, a passi veloci, rincasammo. Marinare la scuola il primo giorno non era da tutti. Pagammo lo scotto, per il nostro eroico gesto, con scappellotti e lacrime. Le cose, col passare del tempo, si normalizzarono e frequentammo  regolarmente le lezioni costituite, perlopiù, da esercitazioni grafiche maldestramente svolte su quaderni dalla copertina nera e dai bordi dipinti di rosso.
Imparammo a leggere e a scrivere, chi più, chi meno, verso la fine dell’anno. Il metodo, allora adoperato, richiedeva tempi lunghi. La nostra maestra era molto paziente ma anche molto rigorosa ed esigente.

Seconda elementare - Fiocco rosa
La nostra classe era numerosissima ed era solo maschile.
Le aule erano in tutto cinque, mentre le classi erano dieci, per cui vennero organizzati turni pomeridiani. La “refezione”, gestita da una sorella di mia madre (’a Za Iduzza) prevedeva, al mattino, latte in polvere sciolto in acqua, gallette secche e un po’ di cotognata, mentre il pranzo consisteva in un abbondante piatto di  minestrone o di pastasciutta e in una fetta di formaggio arancione dal sapore... americano e che veniva prelevato da una grossa e alta scatola di latta. Io mangiavo pochissimo, non solo a scuola ma anche a casa mia, per cui mi somministravano cucchiaiate di Proton, uno sciroppo prescrittomi dal dottore Voce e che io ingoiavo con molto piacere perché era di un sapore squisito.
Leggevamo, ormai, correntemente e sapevamo fare bene sia i riassunti che i dettati (quasi uno al giorno) e le prime operazioni aritmetiche. Quando la signora Ida si assentava, veniva sostituita da insegnanti supplenti con i quali, ricordo, non avevamo un buon rapporto, eccezione fatta per una maestra dai capelli biondi e dagli occhiali spessi, perché ci faceva cantare canzoni non propriamente scolastiche. Io cantavo sempre “Piove” (Ciao, ciao bambina) di Domenico Modugno. Il Direttore, un po’ claudicante, veniva a farci visita e ci regalava sorrisi e belle parole. A volte lo vedevamo tirare il cordoncino della campanella per segnalare l’inizio e la fine delle lezioni. Il mio banco era proprio vicino alla porta, di fronte alla 1avagna. Sulla parete della mia fila pendeva una carta geografica con un enorme stivale disteso su un mare ondulato, azzurrissimo e pieno di barche bianche e di frecce appuntite e spigolose che indicavano la direzione dei venti. Era un’aula, la nostra, che s’affacciava su un orto piccolo e quadrato, al centro del quale c’era un pesco che, a primavera, splendeva roseo con tutti i suoi delicatissimi fiori e su cui si posavano i nostri allampanati sguardi. Un po’ più in là si ergeva (e si erge tuttora) un  gigantesco albero di noce che, in autunno, diventava bersaglio delle nostre sassate.
L’anno trascorse ritmato da letture, poesie e filastrocche ricavate da un libro pieno di figure e didascalie dai caratteri grandi. Quasi tutti fummo promossi e la mia pagella era cosparsa di voti più che lusinghieri.

Terza elementare - Fiocco Rosso
Stavamo crescendo e apprendevamo cose sempre più interessanti, ma senza trascurare i trastulli pomeridiani. Io e Giovanni giocavamo quasi sempre a pallone. Verso le tre di pomeriggio la palla di plastica era già pronta per essere calciata, mentre la gente, che attendeva l’uscita della posta, formava un’allegra e pittoresca, nonché chiacchierona, cornice. Arrivava il pullman, scaricava i sacchi e dopo quasi un’ora, usciva Benedetto col lapis copiativo sull’orecchio e una valanga di lettere, raccomandate e cartoline trattenute con una mano sul petto. Intorno a lui, come mosche sul miele, un girotondo di persone, facendo calca, aspettava la consegna delle missive. Noi dovevamo interrompere il gioco e lo riprendevamo solo per qualche altro minuto. I compiti ci attendevano ed era anche giusto che studiassimo un po’.
Incominciarono le prime passeggiate scolastiche. La nostra maestra ci portava nelle vicine campagne e ci faceva ammirare tutta la bellezza della natura: i ricci delle castagne, i malli delle noci, le ghiande delle querce, le lucertole che facevano capolino dai parapetti della strada quando l’inverno volgeva al termine e il sole illuminava l’argentea e innocua pioggerellina di marzo che bagnava, col suo dolce picchiettìo, i nostri grembiuli. Erano lezioni di scienze naturali dal vivo.
Quell’anno facemmo tanti compiti in classe e fummo per la prima volta avviati allo studio della storia, materia che ci proiettava verso un approccio più concreto e realistico nei confronti del mondo che, però, ancora ci appariva come un qualcosa di misterioso e tutto da scoprire.

Quarta elementare - Fiocco verde
Dopo un triennio trascorso con la signora Ida, quell’anno ci fu il cambio di guardia. Il nostro nuovo maestro, il professore Giovanni Lepore, fu per noi come un fratello maggiore. Ci voleva molto bene e ci dava voti piuttosto alti. I miei quaderni erano pieni di nove e di dieci. Fumava Giubek e quando esauriva la scorta, mandava qualcuno di noi al tabacchino per comprargli un altro pacchetto di sigarette.
In prossimità del Natale ci portava a raccogliere muschio per il presepe della scuola che, a lavoro ultimato, era un autentico capolavoro.
Amava la geografia e ci fece imparare a memoria tutti i nomi delle città di ogni singola provincia italiana. Ancora oggi li ricordo tutti quanti. Ci dettava sempre appunti sulla storia d’Aiello e di San Geniale. Ferdinando era ripetente e, per questo, era più grande di noi. Si atteggiava a capo della classe e pretendeva che noi gli ubbidissimo. Un giorno lo legammo al banco con una corda. Sembrava Gulliver nel paese di Lilliput. Dopo quella triste e mortificante esperienza, ammorbidì i toni e divenne il nostro migliore amico. Bruno aveva sempre le tasche piene di monete antiche e mangiava pane e frittata. Pino veniva poco a scuola. Andava sempre in giro per il paese e rincasava tardissimo. Era un ragazzo molto buono ma poco compreso. Onofrio metteva sulla testa schiuma di sapone che trasformava i suoi capelli in un casco d’acciaio. Partì per l’America e non fece più ritorno. Tra le poche escursioni extra moenia, ricordo una piacevolissima scampagnata nella boscaglia del fiume Olivo. Il mio fagottino della merenda comprendeva un po’ di pane con del salame, una bottiglietta di gassosa al limone e alcune caramelle al latte, le mitiche “Topolino”. Giocammo e cantammo insieme al nostro maestro, un vero, carissimo amico e un bravissimo insegnante che sapeva leggere nei nostri cuori semplici e sinceri. In sua assenza, capitammo un giorno nella classe di un maestro che aveva la fama di essere un tipo piuttosto burbero e severo e che non lesinava bacchettate a nessuno. Entrammo e ci sistemammo nei banchi cercando di non procurare fastidio ai nostri ospiti. Dopo un po’ Lorenzino si alzò e disse “Signor maestro, mi hanno rubato la penna!”. Don Peppino (così lo chiamavano) prese la bacchetta e disse “Chi ha rubato la penna di Giannuzzi, si alzi, altrimenti saranno guai per tutti”.
Il silenzio si fece pesante e tombale. Non si sentiva neanche il ronzìo d’un moscerino. Quella benedetta penna chi diavolo se l’era presa? Il tempo sembrava si fosse fermato. Nessuno trovò il coraggio di confessare “Aprite la mano destra e tenetela ben sollevata”, intimò don Peppino che, nel frattempo, si era posizionato in fondo all’aula, perché da lì doveva iniziare la..... rassegna! Il rumore delle bacchettate produceva una schioppettante e sinistra eco e sui nostri visi l’ombra del terrore si dilatava a macchia d’olio.
Lorenzino scorse la penna sotto il banco. La raccolse e pronunziò parole di scuse per tutti, le quali, però, non bastarono ad evitargli una buona dose di sberle all’uscita della scuola.
Alla fine dell’anno il professore Lepore partì, insieme alla famiglia, per Firenze, lasciando in noi un vuoto incolmabile.

Quinta elementare - Fiocco bianco
Il professore Medaglia (il nuovo maestro) entrò e fece l’appello. La sua voce era solenne e molto chiara. Incominciò subito a spiegare matematica. La lavagna si copri di segni strani e indecifrabili.
Con lui familiarizzammo in poco tempo, anche perché si recava spesso in Direzione e noi ne approfittavamo per trasformare la classe in una baraonda indescrivibile. Lo costringemmo a procurarsi una lunghissima e sottilissima bacchetta, che adoperava dalla cattedra per colpire le nostre orecchie, e una piccola pallina di gomma trattenuta da un elastico e che lanciava con perfetta precisione per farla rimbalzare sulle nostre teste. Era l’ultimo anno e noi dovevamo pensare anche agli esami di ammissione alla scuola media. Eravamo diventati un po’ più grandicelli e, negli ultimi mesi, non indossavamo più il grembiule.
Io, Ubaldo e Giovanni ci vedevamo spesso di pomeriggio per studiare insieme. Tonnarella (in realtà si chiamava Antonio) era invincibile a carte e molto spesso c’incontravamo a casa sua per trascorrere pomeriggi interi giocando a scopa e a briscola.
Superammo, comunque, brillantemente sia gli esami di quinta che quelli di ammissione.
Si chiudeva, così, un ciclo di studi, prodigo di esperienze bellissime che arricchirono di valori la nostra infanzia, vissuta con gioia e ben alimentata dai contributi educativi dei nostri genitori, sempre impegnati con abnegazione a forgiare le nostre anime a una saggia e responsabile libertà. La scuola elementare ci ha fatto capire soprattutto questo: che la vita è una strada piena di insidie ma  anche costellata di momenti e situazioni felici come la girandola dei cinque fiocchi che hanno ravvivato il nostro tempo migliore.
Ultimo aggiornamento ( luned́ 18 febbraio 2013 )
 
 
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