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La Voce del Savuto

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Grimaldi, "I tri canali"
luned́ 18 febbraio 2013
grimaldi, i tri canali.jpgdi Antonio Guerriero
Sono essi che, con il loro secolare getto continuo d’acqua fresca, ci invitano a soffermarci per raccontare la storia di una parte del paese, “Mpelichiati” che, nel contesto grimaldese, ha sempre assunto una connotazione particolare nel modo di rapportarsi dei suoi abitanti che manifestano, ancora oggi, l’orgoglio di essere “Mpelichiatisi”.
Questa stima di sé discende dai vincoli d’affetto, dall’aiuto reciproco, dal rispetto alle persone anziane che, di sera, “aru Largu”, con intorno un crocchio di bambini, raccontavano fantastiche favole o episodi della loro vita, mentre, sugli scalini di pietra, le donne filavano al fuso. Era “u vicinanzu”, come sintesi di stima, d’affetto, che trovava la più alta sublimazione in forme di reciproco aiuto, soprattutto, quando in famiglia vi erano bambini e anziani. Se una mamma, per motivi di lavoro o per altro, doveva allontanarsi da casa, poteva farlo senza preoccupazioni, affidando il figlio alla vicina. Non vorremmo essere i cantori del tempo passato, ma la scomparsa di alcuni valori e l’affermarsi di un individualismo esasperato, ci spinge a ricercare, a ricordare fatti, avvenimenti da cui traspare tutto il calore umano. I Tri Canali chiocchiolano... Le donne di buon’ora vanno ad attingere l’acqua “dintra e lanceddre” o i “varrili”, con arte sistemati sul capo, altre a lavare i panni nella vasca accanto, i contadini ad incanalare le acque di rifiuto per innaffiare gli ortaggi della zona “Ardani”. A sera, gli asini e i muli si soffermano ad abbeverarsi e, dopo una giornata di faticoso lavoro, è difficile stabilire se sono più stanchi gli animali o i loro padroni. I “Tri Canali” cantano e... sognano sguardi furtivi che cercano un sorriso di consenso (”mamma nu me mannare all’acqua sula”), suonano antiche melodie e le note si espandono nel turbinio delle coppie, a gara, a ballare la tarantella. Cantano “nu lassa e piglia” (”Comu è beddra la Cujientara e quannu ara missa va e ccu n’occhiu guarda ncielu e ccu natru l’amuri fa. Tiresina du Timpune scinnatinne Mpelichiati, si vo ciciari scippatinne, nun me fare ssu zinna zinna ca le donne senza minne nun se ponnu marità”); sono preoccupati per la trebbiatura del grano e, silenziosi, si augurano un buon raccolto. Sull’ “aria” tutto è pronto: i covoni sistemati, i buoi aggiogati e i proprietari, a turno, cominciano “a pisare”. Si gira in continuazione, or da un verso, or dall’altro, fino a quando, sotto il calpestio dei buoi e della “triglia”, grossa pietra legata al centro del giogo, il grano non si divide dalla pula. È necessario affrettarsi, il vento si alza verso mezzogiorno e se “cade”, non si può “ventulijare” il grano e bisogna restare un giorno in più sull’aia con il pericolo che qualche acquazzone estivo rovini tutto il raccolto. Anche i bambini sono all’opera, dando una grossa mano a sistemare la paglia nei “ruteni” che trasportata, a dorso d’asino, viene collocata “dintra e pagliere”.
Il rombo di macchine, i maleodoranti gas dei tubi di scarico, svegliano i “Tri Canali” che, insieme con noi, per un momento, si sono lasciati cullare da un sogno, per cercare di fermare il tempo, riandando al passato, alla tradizione, per fissare attimi di vita e interrompere, per un momento, questa nostra affannosa corsa senza punto d’arrivo, senza una destinazione precisa.
Ultimo aggiornamento ( luned́ 18 febbraio 2013 )
 
 
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