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La Voce del Savuto

Tuesday
Mar 26th
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Intervista a Roberto Bozzo, Sabatum Quartet
sabato 09 maggio 2015
robertobozzo.jpgdi Antonietta Malito
Fascino latino, fisico palestrato, energia da vendere. Instancabile, suona e balla dall'inizio alla fine del concerto. 
Invidiato dagli uomini, amato dalle donne, emulato dai bambini che prima della fine di ogni serata lo raggiungono sul palcoscenico per suonare con lui il tamburello. Roberto Bozzo, 40 anni, è uno dei componenti più rappresentativi del Sabatum Quartet, la nota band di musica etnica - popolare (gli altri sono: Trieste Marrelli, Antonio Ungaro, Michele Petrone, Massimo Morrone, Rosa Mazzei e Cislengo Ungaro).
Di lui sappiamo già tanto: laureato in lingue, appassionato di calcio, suona i tamburelli, il mandolino e la chitarra bouzuki, e balla la taranta flamencata, un ballo che ha inventato lui. Ma in questa intervista ci svela qualche altro piccolo segreto…
 
- Quali aggettivi useresti per descriverti?
«Mentale, disordinato, creativo, iperattivo».
 
- Cosa provi quando sei sul palco?
«Estasi, catarsi. È un luogo di culto, mi sento quasi un sacerdote. Scherzo, ma di certo è uno dei posti dove mi sento a mio agio e mi emoziono tantissimo».
 
- Musicista, cantante e non solo. Ti abbiamo visto esibirti con passione nella taranta flamencata. Dove prendi tanta energia?
«L'energia è qualcosa che hai dentro ma che si alimenta esponenzialmente quando si riflette in quella di chi ti ascolta. Funziona come un pannello fotovoltaico dove la luce è il pubblico, la musica il pannello ed io l'energia che ne consegue. La taranta flamencata poi è una cosa assolutamente nuova ed innovativa che mette insieme, senza alcuna pretesa, due modi di fare ritmo, e ne consegue una novità in senso assoluto inventata da me e quindi disponibile solo nel concerto del Sabatum Quartet».
 
- Come definiresti la tua vita?
«Come quella di tutti: un prezioso caleidoscopio dove il concatenarsi degli eventi ripercorre stagioni diverse, fatte di lacrime e sorrisi, che insieme creano una sinfonia di emozioni e di eventi, nel mio caso impreziosite da una colonna sonora autoprodotta».
 
- Credi in Dio?
«Credo in un Dio fatto di amore e di energia, che abita dentro di noi e aspetta solo di essere contattato, a prescindere dai profeti e dalle sacre scritture».
 
- Qual è la tua più grande paura?
«Temo il pericolo di avere aspettative rigide che definisco trappole mentali, pronte a farci perdere il piacere di vivere il presente in tutti i suoi piccoli grandi momenti».
 
- E la tua più grande speranza?
«È quella di continuare a rendere il mio cuore la casa della musica».
 
- Dopo l'Argentina, il Canada, il Belgio, la Germania, quali "altri mondi" ti aspettano?
«I mondi della sperimentazione e delle avventure musicali che na-sceranno da ogni singolo momento di ispirazione che mi capiterà, con la solita voglia di stupire e di aprire la porta ad ogni nota nuova che busserà. Vivere quindi ancora la musica e la creatività liberamente, scevro dalle mode e dai contesti commerciali».
 
- Altri sogni nel cassetto?
«I sogni nel cassetto non li ho, i miei sogni li faccio ad occhi aperti ogni volta che una bella melodia mi accarezza i sensi. Ecco, è questo il mio bagaglio onirico… sognare per essere sognato».
Ultimo aggiornamento ( venerd́ 05 febbraio 2016 )
 
 
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