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La Voce del Savuto

Tuesday
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Ambiente, tradizioni, carmi e pregiudizi di una volta
venerd́ 24 febbraio 2017
vista di malito.jpg
di Tonino De Marco
 
MALITO - Anticamente Malito era un paese molto povero. Le case, costruite in prevalenza con “sderru”, non rispondevano a nessun principio igienico e di comodità, tantomeno di stabilità: nel piano terra, denominato “catoiu” (parola greca che significa “sotto la casa”) trovavano asilo l’asino, il maiale, le galline, le capre e il cane.
Le altre stanze che rimanevano erano adibite all’uso promiscuo di cu­cina, camera da letto, magazzino ecc. Dalle travi delle stanze pendevano i famosi “cannizzi” che custodivano gelosamente, anche dai topi, il formaggio ed altro.
Il bagno non si trovava in nessuna casa o, meglio, per come era concepito, esisteva in tutte le case: dietro una porta, una piccola buca sul pavimento, detto “astraco”, comunicava con il sottostante “catoiu”, dimora degli animali.
Semplice e grossolana era la foggia del vestire. Le donne indossavano una lunga gonna di vario colore ed un giubbetto allacciato alla schiena. Di solito non portavano scarpe o le usavano senza calze.
Il pane era di granoturco (di rado di frumento), di farina di castagne o di avena. Largo era il consumo di fichi secchi.
In famiglia i maschi avevano il sopravvento sulle femmine; i fratelli e le sorelle maggiori sui fratelli e sorelle minori. La stessa terminologia relativa alla parentela indicava un preciso sistema di relazioni e di rapporti ge­rarchici all’interno di essa.
Al padre i figli rivolgevano il rispettoso “vussuria” (voi), pronome di potere, di comando, anziché il confidenziale “tuni” (tu) che avrebbe implicato un rapporto di mutualità e di reciprocità. La sorella maggiore si chiamava “sciòscia” e aveva compiti e respon­sabilità specifiche verso fratelli e sorelle minori.
Anche nel vicinato vigeva un’organizzazione gerarchica di ruoli e com­petenze ben precise; cosi, per esempio, ogni partoriente era assistita da una “donna pratica” del vicinato chiamata “mammana”.
Importante anche il comparaggio, una specie di relazione di parentela spirituale che aveva per contenuto, fra l’altro, una modificazione, in senso ascendente, dello status sociale delle persone.
Il comparaggio diventava il principale mezzo a disposizione delle classi subalterne per vincolarsi a qualche famiglia di notabili da cui ricevere doni e protezione.
La famiglia della classe inferiore ci teneva a imparentarsi con qualche persona influente per mezzo del comparaggio e questa non poteva rifiutar­ne la richiesta.
Le persone più influenti, di battesimi ne facevano moltissimi. Quando il comparaggio si verificava tra famiglie della stessa classe so­ciale si chiamava “Sangiuanne”.
E come ci si rispettava fra compari! Figurarsi che se una persona passava dinanzi l’abitazione di chi l’aveva battezzato, si toglieva il cappello, in segno di saluto e di rispetto, come dinanzi ad una chiesa!
Un altro fenomeno, molto diffuso, era quello dei figli proietti, cioè abbandonati dalle loro mamme. Era tanto diffuso che si rese necessario istituire una commissione che si occupasse di loro. Quella del 1885 era composta da: Giacomo Funari, sindaco-presidente; Peleo De Cicco, parroco; don Nicola Gagliardi; don Rodolfo Gagliardi.
Le balie, riconosciute idonee all’allattamento, ricevevano regolare mer­cede da parte del governo regio.
Anche il fenomeno dei figli proietti o esposti offriva punti di convergenza tra classi diverse. Una famiglia era spinta ad allevare un figlio abbandonato da molteplici motivazioni: poteva adeguarsi all’imposizione di un proprietario che la obbligava ad allevare un suo figlio naturale; poteva essere il desiderio di acquisire particolari titoli di merito e protezione da parte di qualche notabile; potevano essere motivazioni semplicemente economiche (con il denaro del baliatico, la famiglia, in effetti, poteva allevare meglio gli altri suoi figli legittimi); i figli proietti significavano, in definiti­va, altre braccia da lavoro, nuove possibilità di scambi e relazioni sociali.
In tale misero, genuino, sano, innocente ambiente, nonostante tutto cosi ricco di valori, era più che naturale che trovassero anche facile esca le superstizioni, le false credenze, i pregiudizi che, a dire la verità, hanno re­sistito, imperterriti, fino a poco tempo addietro.
Addirittura le persone più anziane credono ancora in determinati riti, in anacronistiche magie.. .!
 
I giorni ritenuti funesti
 
Funesto era ritenuto il venerdì: chi nasceva in quel giorno sarebbe stato disgraziato e più facilmente soggetto all’affascinu; di venerdì non si battezzava, non ci si sposava; non si partiva.
Perfino le unghie non si tagliavano di venerdì. Neanche il martedì go­deva buona fama, assieme ad un giorno del mese di maggio (jurnu scuru) che, però, non si sapeva quale fosse.
 
‘A piula (la civetta)
 
L’uccello sacro a Minerva si riteneva che portasse fortuna alla casa su cui si posava e sfortuna ove rivolgeva lo sguardo. Da qui il detto: “Viàtu duve posa; amaru duve guarda”.
 
La caduta del primo dentino
 
Quando cadeva il primo dentino ad un bambino lo si riponeva nel buco di un muro con queste parole: “Muru vecchiu, muru novu, te dugnu u vecchiu, damme u novu forte comu nu chjovu e jancu comu na corchia d’ovu".
 
‘U carmu
 
“’U carmu” era una filiazione diretta dei “Carmina”, scongiuratori dei latini. Antiche formule verbali credute magiche e perciò di alto valore curativo. La terapia razionale dettata dall’uomo di scienza passava in se­conda linea di fronte ai carmi, alle “picàte” di magàre e di magari.
Le malattie che si potevano curare o calmare erano: l’affàscinu, la verminazione dei bambini, i morsi di animali velenosi, i dolori di testa, di stomaco e di ventre, l’itterizia, la soffocazione ecc.
 
L’affàscinu
 
Per non “affascinare” qualcuno, specie un bambino, si diceva: “Fore mal’occhiu” oppure “benedica” o “fore affàscinu”. Alcune mamme met­tevano nelle tasche del figliolo “nu corniceddu” o un po’ di sale; quelle più religiose “n’abiteddhu”.
Guai una volta a lasciare ad asciugare all’aperto le fasce e la bianche­ria dei neonati dopo il tramonto: il neonato ne sarebbe rimasto “dissumbratu” perché “’a notte è d’u diavulu”, dicevano. Ma ecco pronto il rimedio: “’u spàscinu” ad opera della sfascinatrice, per lo più una vecchia che con la solennità di un sacerdotessa iniziava col segno della croce e terminava biascicando alcun che di inintelleggibile.
Poi la vecchietta, dopo aver sbadigliato, concludeva: “Eh! cummari mia, ‘a criatura era affascinata forte ca me su’ esciute ‘e lacrime ‘e crudu”. Le parole del “carmu” si potevano tramandare solo la notte di Natale.
 
Acqua muta
 
Efficacissima contro tutti i mali ed apportatrice di ogni bene era stima­ta anticamente a Malito, Grimaldi e dintorni la cosiddetta “Acqua Muta”. Andavano ad attingerla le donne alla fontana la notte di Natale. Era chiamata muta perché nell’incontrarsi esse non solo non dovevano scambiarsi parola, quanto neanche riconoscersi scambievolmente; per cui andavano tutte coperte di nero, da capo a piedi, nascondendo anche il vi­so e contraffacendo l’andatura. Se una si accorgeva di essere stata riconosciuta, se ne tornava indietro senza portarsene l’acqua che non avrebbe avuto più alcun pregio.
 
‘U rijiòlu (l’orzaiolo)
 
La cura per guarire l’orzaiolo ci è stata confessata da un arzillo vecchietto malitese che l’aveva appresa da sua nonna.
Anzitutto si deve “carmare” l’infezione passandovi su in croce per tre volte una chiave masculina e la cruna di un ago. Successivamente l’infer­mo dovrà guardare, fino a guarigione completa, ogni mattina dentro una bottiglia contenente olio d’oliva.
Provare per credere...!
 
Altri usi e credenze
 
Sulla sommità del tetto delle case veniva anticamente murata la base di un recipiente di terracotta detta “pignata” e sulla porta d’ingresso fissate maschere con corna o un paio di corna di bovini o un ferro di cavallo per allontanare le forze ostili (spiriti maligni e malocchio).
Quando moriva qualcuno si instaurava il regime alimentare rituale del “ricùnsulu” per cui il cibo veniva portato dai vicini di casa e dagli amici. Dallo stesso suono delle campane si apprendeva se il morto era maschio, femmina, prete, bambino ecc.
Chi era in lutto non poteva adempiere determinate attività sociali; la sua condizione richiedeva astinenza ed isolamento.
L’uomo non si mutava la camicia se non dopo un mese, non si radeva né si faceva tagliare i capelli; portava attorno al braccio una striscia nera. Le finestre della casa venivano chiuse; il battente della porta sbarrato da un tessuto nero; per un mese ci si asteneva dall’uscire.
All’annuncio della morte del padre di famiglia le parenti accorse si gettavano addosso alla vedova, che piangeva fra alte grida e si graffiava le guance e si strappava i capelli sul cadavere del marito, e la straziavano anch’esse picchiandola come per aiutarla in quella furente espressione del dolore.
I crocevia rappresentavano un punto critico nell’ideologia popolare, in quanto si credeva che vi si fermassero gli spiriti, “i spirdi”. Appunto per questo si vedevano sorgere in parecchi di questi luoghi delle minuscole chiesette chiamate “conicelle” nelle quali erano dipinte immagini sacre.
Oltre ai crocevia si riteneva che i luoghi preferiti dagli “spirdi” fossero le case disabitate e diroccate, le fontane, i burroni, i ponti, i boschi ed i luoghi ombrosi, le grotte e in genere qualsiasi luogo in cui era avvenuta una “mala morte”.
La notte non era propizia ai bambini. Se dovevano uscire di casa nelle ore notturne doveva essere il padre a portarli sulle braccia e non la madre, altrimenti si sarebbero “assumbrati”.
Lo stesso avveniva, come abbiamo detto prima, se i loro pannolini si lasciavano fuori casa oltre il tramonto: in essi entrava ’u paganeddu, cioè il bambino morto prima del battesimo.
Nella ricorrenza di Capodanno i canti della “Strina” (usanze dell’anti­co mondo greco e latino) echeggiavano di soglia in soglia. Erano comitive di fanciulli e di adulti che in tono augurale canticchiavano “’a strina” accompagnandosi col rumore “d’u mortaru” e di coperchi da cucina per al­lontanare, come facevano i Greci ed i Romani, le malie dalle case visitate.
Nelle nostre ricerche abbiamo, inoltre, trovato scritto che “l’assassino che non assaporava il sangue della vittima leccando il coltello omicida era credenza che rimanesse sul luogo del commesso delitto e non potesse fuggire e perciò primo pensiero dell’accoltellatore era di leccare il coltello. Se l’arma era un fucile, appena esploso, l’omicida vi soffiava dentro la canna come per iscacciarne lo spirito del morto, attrattovi dall’arma fatale”.
Da quanto sommariamente riportato possiamo dedurre che i nostri an­tenati, col fatalismo proprio dei calabresi forse ereditato dai Saraceni, preferivano in molti casi abbandonarsi alle risorse della natura ed alla volon­tà di Dio (chiddu chi vò Ddiu) senza, peraltro, trascurare i soliti carmi e scongiuri.
Una cosa, comunque, è certa: il popolo è stato sempre il grande fan­ciullo della civiltà. La sua psicologia, se qualche volta fa sorridere, più spesso fa pensare profondamente. In ogni caso ha un fascino tutto parti­colare.
Nella foto, scorcio di Malito
Ultimo aggiornamento ( venerd́ 24 febbraio 2017 )
 
 
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