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GRIMALDI / QUANDO I PANNI SI LAVAVANO AL FIUME
mercoledý 08 marzo 2017
bucato al ruscello 1920.jpgdi Antonietta Malito
Un tempo nelle case non arrivava l'acqua, e le donne appartenenti ai ceti più umili, munite di contenitori di terracotta o secchi, si recavano alle fontane pubbliche o alle sorgenti più vicine, che garantivano al popolo l'approvvigionamento idrico quotidiano.
Il bucato, invece, soprattutto durante la stagione estiva, si faceva al fiume, dove i panni venivano strofinati su pietre chiamate stricaturi
A Grimaldi si lavava al torrente Aglise o, in alternativa, nelle grandi vasche (cibbie) presenti presso alcune fontane paesane come i "Tri canali" e la "Cona".
Quando le donne andavano al fiume, i bambini le seguivano e ne approfittavano per giocare nell'acqua e  lavarsi. Per i piccoli era una vera e propria festa accompagnare la mamma in questa circostanza. L'acqua rappresentava per loro un'occasione di gioco e di divertimento, come ci racconta il grimaldese Alessandro Marano: "Ricordo spesso la mia infanzia, i giorni spensierati passati a giocare all'aperto, come quando da bambino andavo con la mamma al fiume. L'aiutavo a portare le grandi ceste di biancheria da lavare. Erano panni che la mamma, il giorno prima, aveva lasciato in ammollo nella lessìa. E mentre lei, insieme ad altre donne, sue amiche, pensava al bucato e a scambiare quattro chiacchiere, io ed altri bambini, nudi, ci tuffavamo nell'acqua limpida in cui il sole si specchiava e noi, per gioco, facevamo a gara per acchiapparlo, poi ci prendevamo per mano e, saltellando qua e là, cercavamo di catturare piccole rane acquatiche. Terminati i giochi, esausti, ci sdraiavamo sull'erba a pancia in su e, mentre il sole col suo caldo tepore asciugava i nostri corpicini, noi, stanchi, ci addormentavamo. Dormivamo così, distesi sull'erba, tranquilli e beati, finchè le nostre mamme, che intanto avevano finito di fare il bucato, venivano a svegliarci perchè era giunta l'ora di tornare a casa" (1). 
L'allegria che infondevano i giochi d'acqua, la spensieratezza delle ore passate all'aria aperta, a contatto con una natura incontaminata, e la semplicità della vita a quei tempi ce le descrive il professore Raffaele Paolo Saccomanno, in uno scritto in cui ricorda alcuni episodi della sua infanzia: "(...) Imberbe capo banda, potevo andare al cibbione dei Mauro, una vasca d’acqua non molto profonda; alla fontana dei Monaci, che s’immetteva in una cibbia molto bassa in cui stavo spesso a sguazzare con i pochi amici. Il mio mare, tuttavia, era il runzo del nostro torrente, dove giocavamo ore intere. Accanto, le donne lavavano i panni, ognuna alla propria pietra, cantando o litigando, con le gonne annodate tra le gambe, a cui nessuno di noi badava. I ruscelli mi affascinavano in maniera straordinaria: acqua scrosciante, limpida, assolata, contornata da suoni, l'odore intenso di tantissime viole, margherite, campanule e tanti altri fiori di cui nessuno si chiedeva il nome e che raccoglievo per portarli alle suore o alle maestre". (2)
Ma se per i bambini andare al fiume era uno spasso, per le mamme fare il bucato richiedeva tempo e fatica.
A quei tempi, le donne appartenenti alle famiglie meno abbienti, su commissione, si recavano al fiume a lavare i panni delle signore benestanti; nella maggior parte dei casi si trattava delle mogli di uomini che in America avevano fatto fortuna. Le povere lavandaie facevano la lessìa (3), poi portavano sulla testa grandi ceste cariche di biancheria fino al fiume, per sciacquarla ed asciugarla al sole. Alla consegna dei panni puliti e profumati venivano pagate in natura: un pane, un pezzo di formaggio, qualche frittula (4) era quel poco che riuscivano a ricavare dal loro lavoro, ma era sufficiente a renderle felici, perchè al loro ritorno a casa avrebbero portato qualcosa da mangiare ai figli.    
Fare la lessìa, che serviva a sbiancare i tessuti chiari, voleva dire seguire una particolare preparazione: il giorno precedente i panni venivano prelavati a mano con il sapone fatto in casa (ottenuto bollendo acqua, potassio e grasso di maiale), poi venivano sistemati in una grande cesta e coperti con un telo pulito. Il telo veniva fissato ai bordi della stessa cesta, poi cosparso di cenere, e infine bagnato con acqua bollente. L’acqua, filtrando, impregnava la biancheria, che veniva così lasciata per tutta la notte. La cenere, grazie alle sue proprietà disinfettanti, garantiva un bucato perfetto. Il giorno dopo la si buttava e si andava al fiume o alla cibbia a sciacquare il bucato, che poi si lasciava asciugare al sole dopo averlo steso sui cespugli o sui sassi.
Per le lavandaie, tuttavia, il fiume era anche un luogo di ritrovo, dove lavare i panni diventava un rito piacevole grazie allo scambio di pettegolezzi. Sempre lungo il fiume, le donne, accompagnate dal gorgoglio delle acque, intonavano canti d’amore che ritmavano sbattendo i panni su pietre levigate dal tempo.
Oggi che nelle case c'è la lavatrice e questi rituali appartengono al passato, mi piace chiudere gli occhi e immaginare, anche solo per un momento, di godere degli stessi suoni, colori, odori che avvolgevano chi si recava al fiume per lavare la biancheria o tuffarsi e giocare nell'acqua, e mi sembra di sentire tutta la freschezza e il profumo emanati dai panni lavati in quell'acqua limpida e pura e lasciati asciugare sull'erba.
 
Note
(1) Tratto dai racconti di Alessandro Marano, di prossima pubblicazione, col titolo: "Grimaldi, con la mente e con il cuore", a cura di Antonietta Malito.
(2) Raffaele Paolo Saccomanno, da "Scritti e ricerche", Il tempo dell'infanzia.
(3) Liscivia: soluzione liquida, ottenuta dalla bollitura di cenere setacciata, che serviva per lavare e sbiancare i tessuti. 
(4) Frittole: si ottengono riscaldando la cotenna del maiale (privata di setole e altre impurità), in un pentolone di rame stagnato, detto quadàra.
Ultimo aggiornamento ( mercoledý 08 marzo 2017 )
 
 
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