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La Voce del Savuto

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"Idoli", la nuova pellicola di Danilo Amato / Recensione di Pierluigi Vizza
lunedì 13 marzo 2017
idoli.jpgUna visione scarna, raccapricciante, terribile; un film che cerca di svegliare lo spettatore con un pugno sul cranio, al fine di spaccare quel mare gelato, quel blocco di ghiaccio kafkiano, che si è venuto a creare dentro l’umano.
Idoli è tutto questo: una disgregazione della morale, dell’etica, dell’identità collettiva e personale; un’aspra critica all’individualismo, al materialismo – più in generale all’occidentalismo –, ai mezzi virtuali d’interazione che, riprendendo la massima di Thoreau, rendono l’uomo strumento dei propri strumenti, e infine all’intero sistema educazionale, attraverso il quale viene decostruito l’intero edificio culturale della persona.
In estrema sintesi, potremmo dire che gli innumerevoli punti critici e i tabù della contemporaneità che, con una certa crudezza, nel tentativo quasi di violentare colui che è dinanzi allo schermo, si sovrappongono uno dietro l’altro in una concatenazione causale che, nei momenti di stallo, viene sospinta da una sorta di «provvidenza» perversa che, al contrario del messaggio cristologico, conduce l’uomo inevitabilmente verso il sentiero del male.
Tuttavia, la genialità che mette in campo il giovane regista e che, a parer mio, lo ravvicina al cinema pasoliniano, non sta tanto nel messaggio di fondo – che seppur importante resta celato ai più –, ma piuttosto nel modo in cui viene trasmesso questo messaggio e nei sentimenti che riesce a generare nello spettatore medio che, come afflitto da un senso di colpa e di pudore – quanto meno mediato –, si ridesta con un vuoto nelle viscere e con gli occhi rivolti ad una realtà che, per quanto possa essere distorta e abbruttita dall’immaginazione, non è molto dissimile da quella presente al di fuori dello schermo.
L’intero svolgimento della trama, a grandi linee, rotea intorno alla metafora evoluzionistica nietzschiana: l’uomo inizialmente è come il «cammello» che trascina, dentro e fuori di sé, tutto il peso delle credenze; successivamente, l’uomo diventa «leone», in quanto riesce a sbarazzarsi del suo Dio e dalle sue catene.
Dio è morto, ma il suo cadavere adesso si aggira per la realtà sotto altre spoglie, ne restano i cosiddetti surrogati di quel simulacro, che ora prendono il nome di Stato, legge, scienza, cultura, poesia, e ogni volta che il leone crede di aver ucciso il suo Dio, si trova di fronte a qualche altra entità, dinanzi ad un altro idolo a cui doversi prostrare. Alla fine, l’uomo riesce a distruggere ogni simulacro di Dio, superando se stesso e i suoi limiti, ed entra nella fase di nichilismo passivo.
La vita ora è priva di un qualsiasi scopo, giacché ogni cosa è circondata da una patina d’inutilità, di una superficialità priva di un significato escatologico, di un fine ultimo da raggiungere.
Questo è lo scenario che Danilo Amato traccia abilmente nella sua pellicola; uno scenario catastrofico, postmodernista, per certi versi apocalittico – visti anche i vari riferimenti alla simbologia e alla profetologia cristiana –; un quadro del presente, e del futuro, in cui l’uomo è quasi destinato a regredire perché esso ha perso di vista sue radici, la sua genealogia, quel dubbio cartesiano che lo spingeva alla ricerca del proprio Sé.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 13 marzo 2017 )
 
 
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