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Quel luogo destinato al supplizio dei masnadieri
marted́ 13 maggio 2008

di LUIGI MICHELE PERRI*

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“Benedetto dal sangue dei Bandiera, era il luogo destinato al supplizio dei masnadieri”. Sul vallone di Rovito, località nota per la fucilazione (1844) dei due fratelli veneziani seguaci di Mazzini, Nicola Misasi (Cosenza, 1850 - Roma, 1923),

scrittore che Benedetto Croce definì “il pittore delle Calabrie", scrisse  pagine suggestive e un po’ inquietanti. Sul supplemento del “Secolo” del 31 maggio 1897, “Le Cento Città d’Italia”, il narratore si soffermò sulle “notti tenebrose” dello “storico vallone”, durante le quali “errano - come annotò - gli orribili fantasmi dei delinquenti ivi decapitati o strozzati o fucilati e certe fiammelle luminose che sono l’anima dei fratelli Bandiera”. In realtà, nel canalone rovitese, sotto le monarchie francese e borbonica, venivano giustiziati briganti, delinquenti e cospiratori. Neanche i sabaudi, nel corso delle loro feroci campagne contro il brigantaggio, vollero disattendere la lugubre tradizione delle esecuzioni capitali in quel luogo di dannazione. Secondo il Misasi, “l’ultimo brigante che vi fu decapitato, nel 1874, si chiamava Pietro Bianchi”, uno dei nomi leggendari dell’epopea brigantesca antiunitaria. Il vallone fu riconosciuto come teatro di convegni spettrali, infestato di inquietanti presenze, esposto alle tetre immaginazioni narrative di nonni desiderosi, talvolta troppo, di catturare la curiosità degli imberbi nipoti. Con le sue descrizioni dai toni cupi, Misasi contribuì a dare fiato ai narratori domestici, piuttosto inclini, chissà perché, alla pedagogia dell’orrore. Quello che oggi appare ad un ignaro visitatore come un luogo verdeggiante, persino ameno, in un paesaggio conciliante, fu visto dallo scrittore come un luogo “malinconico” quando “è inondato di sole”, “sinistro” quando “è ammantato di tenebre”. Il greto del torrente “che sale tra le colline” gli appariva come “il lungo corridoio nero di una casa fatta di tenebre”. E tutto il resto un palcoscenico dove “si rappresentarono tragedie terribili, le quali ebbero per scenario gigantesco le montagne della Sila, per palchi le colline che fan ripa al torrente ove la folla prendeva posto, per platea il greto tra il ponte e l’acquedotto”. Erano attori il carnefice  e il condannato a morte. Per l’allestimento della ghigliottina, poco al di là dell’arco dell’acquedotto, “si ergeva una piattaforma, nella piattaforma un ceppo, sul ceppo un cerchio, sul cerchio in alto fra due assi scannellati, una mannaja”. “La gente”, nella rievocazione misasiana, “a poco a poco veniva a prender posto sul greto, sul ponte, sulle colline”. Uno spettacolo truce, nemmeno risparmiato ai minori:” Già uno degli attori era salito sulla piattaforma ed aspettava, vestito di rosso, con le braccia nude e villose conserte al seno; si appoggiava ad una delle travi come chi si annoi”. Dalle carceri “squillava” una campana a morto. Un fremito correva per la folla, che si era “impazientita, mentre i monelli si rincorrevano”. Ed ecco un corteo:” Due file di soldati, in mezzo una figura coperta da un velo nero, sostenuta da due secondini, un prete che teneva presso gli occhi della nera figura un crocifisso, poi la confraternita della morte con una gran croce lucente”. Dai secondini quella “nera figura” veniva trascinata sulla piattaforma:” Il cerchio si apriva, il boja stringendo con le robuste braccia il condannato lo costringeva a chinarsi, a piegare il collo, a posar la testa in quel cerchio che si racchiudeva”. Poi, il giustiziere snodava una fune:” Un lampo guizzava, un tonfo sordo si udiva: una testa di qua, un corpo di là cadevano tra fiotti di sangue. Quella testa presa dal boja pei capelli era mostrata al popolo. Poi quel corpo che ancora torcevasi, quel capo che apriva e chiudeva le palpebre, digrignava i denti e pioveva sangue dalle carni sfilacciate, erano gittati in una cassa”. Giustizia era fatta, in quel luogo di dannati. Che, pur “benedetto dal sangue dei Bandiera”, era destinato a restare infausto nella fantasia, sempre fervida, dei visionari più ostinati.            

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Fonte della notizia: La Gazzetta del Sud

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( marted́ 13 maggio 2008 )
 
 
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