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La Voce del Savuto

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Mannaggia a Marina!
giovedý 22 maggio 2008

di Luigi Michele Perri*

Francesco II di Borbone
Nello slang partenopeo dei nostri giorni l’espressione “mannaggia ‘a Marina” manifesta, in prevalenza, un senso di disappunto o di scoramento, l’amarezza, il dolore di una sconfitta subìta malamente per circostanze avverse non dipendenti dalla propria volontà.

Sotto questo profilo il suo significato non si discosta più di tanto da quello originario che aderiva maggiormente all’etimo della sola imprecazione, “mannaggia” (comunemente considerata una contrazione del napoletano popolare “male nn’aggia”, come dire: ne ricavi male, ne abbia sventura). La singolare maledizione nacque, appunto, a Napoli, nell’agosto del 1860, come un vero e proprio anatema. Il suo conio risale a Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie, che, come raccontarono a corte, alla notizia dell’incontrastato sbarco dei Mille in Calabria, sbottò nell’irata esclamazione, ricoprendo di vituperi la Marina, finalmente riconosciuta colpevole di sconcertante inerzia e di inaudita slealtà. Malgrado vantasse la flotta più munita del Mediterraneo e del Continente dopo la spagnola e la britannica, la forza armata di mare, orgoglio di Franceschiello e di suo padre Ferdinando II (che l’aveva allestita con la massima applicazione), affondò il suo prestigio in un pelago di torbidi tradimenti, che fecero la fortuna di Garibaldi e della sua impresa. Dall’incredibile vicenda sopravvive il comando del “facite ammuina”, che la fantasia dei napoletani, non del tutto arbitrariamente, volle assegnare in capo all’ammiragliato borbonico come sarcastica descrizione della copertura fatta calare sull’epocale inganno:”All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa/ e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:/ chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra/ e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:/ tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa/ e chilli che stanno ncoppa vann’ abbascio/ passann’ tutti p’o stesso pertuso:/ chi nun tiene nient’ a ffà, s’aremeni a ‘cca e a ‘llà”. E sempre all’ammiragliato borbonico l’inesauribile inventiva partenopea volle dedicare la comica figura del “Pazzariello”, non a caso vestito con la divisa di ufficiale della Marina. In realtà, l’armata di mare borbonica aveva dato ampi segni di ingiustificato cedimento sin dall’indisturbato approdo dei garibaldini a Marsala. Né intercettò mai spedizione alcuna tra le ventuno che si susseguirono a bordo di navi in partenza dai porti di Genova e Livorno e che poterono garantire a Garibaldi rinforzi e armi. In una successione di scandalose compiacenze al nemico, il 5 luglio del 1860 il capitano di fregata Anguissola non esitò a consegnare, nelle acque di Palermo, una pirofregata duosiciliana al contrammiraglio sabaudo Carlo Pellion di Persano che, a sua volta, la cedette a Garibaldi. Francesco II ordinò il recupero della nave. Ma il conte d’Aquila, Luigi Borbone, zio del sovrano, comandante in capo della flotta, noto per le sue idee liberali ed ancora più noto per l’odio che portava contro il primogenito del fratello, riuscì a boicottare la missione. Nella notte tra il 18 e 19 agosto navi borboniche in pattugliamento nello Stretto si fecero beffare dai garibaldini che poterono guadagnare la costa di Melito prima di subìre qualche cannoneggiamento di limitata portata. L’ambiguo comportamento degli ufficiali regi insospettì gli equipaggi. Sulla “Fieramosca” il comandante con i suoi complici furono rinchiusi nella stiva. La ciurma avrebbe voluto farli processare. La nave prese la rotta per Napoli. Qui, paradosso dei paradossi, gli ufficiali infedeli furono liberati e i marinai realisti finirono nelle segrete di Castel Sant’Elmo, proprio per volere di quella Corona che avevano difeso con indubbio coraggio. Garibaldi, nelle sue “Memorie”, ringrazierà la Marina borbonica per la “tacita collaborazione”: lo sbarco in Calabria, scriverà, “non si sarebbe potuto fare con una Marina completamente ostile”. “Mannaggia ‘a Marina”, ripeteva il re. Che, però, avrebbe fatto bene a prendersela più con se stesso che coi matricolati traditori che lo attorniavano e che, con cieca dabbenaggine, egli favoriva anche a danno dei suoi più fidi servitori.   

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Ultimo aggiornamento ( giovedý 22 maggio 2008 )
 
 
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