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La Voce del Savuto

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Il Santa Barbara non può fare da capro espiatorio
mercoledì 04 giugno 2008

di Francesca Gabriele

ImageL’ospedale Santa Barbara di Rogliano è sempre più al centro dell’attenzione politica, mediatica e sociale. Questa settimana abbiamo incontrato Luigi Michele Perri

che più di vent’anni fa iniziava la battaglia per difendere il presidio ospedaliero conducendola da politico, da giornalista, ma soprattutto da cittadino del Savuto. Perri ha risposto fondamentalmente a due domande importantissime e alle quali spesso si omette di dare una spiegazione logica e plausibile. Quando hanno avuto inizio le prime battaglie a difesa del presidio sanitario di Rogliano? E quando ci si è accorti che la struttura sanitaria era in balia di una lenta agonia? «La battaglia per la valorizzazione del ‘S. Barbara’ – ci spiega il giornalista roglianese - risale alla seconda metà degli anni ’80, quando si profilò la prospettiva del taglio dei piccoli ospedali. Sin da allora iniziò una motivata campagna giornalistica. Il battage di stampa, da una parte, incrociò la costituzione di comitati ‘pro ospedale’, che promossero raccolte di firme e pubblici comizi, dall’altra, non trovò alcuna sponda politica, da dove piuttosto partì una cieca, forsennata e irresponsabile batteria di discredito verso quelle esposizioni pur schiette e disinteressate».

- Parliamo di vent’anni fa …

«Certo. Ma solo così possiamo spiegare la vicenda. Di cui noi, oggi, registriamo gli effetti».

 - In che senso?

«L’orientamento politico era quello che non si dovessero tagliare d’un colpo i piccoli ospedali, bensì era quello di creare le condizioni perché i piccoli presidi venissero tagliati. Creare le condizioni significava innescare un impercettibile, insinuante, sommerso e graduale processo di depauperamento di questi ospedali allo scopo di svilirne il ruolo, renderli improduttivi e giustificarne la chiusura o la riconversione. Il ‘S. Barbara’ fu l’obiettivo privilegiato di questa subdola manovra sotterranea. Ma se dicessimo: fognaria, non sbaglieremmo».

- Secondo lei, perché?

«La risposta è semplice. Ed è duplice: primo, così operando, la politica regionale puntava (falso scopo) a qualificarsi sul piano della razionalizzazione della spesa sanitaria e del taglio dei cosiddetti ‘rami secchi’; secondo, andava a soddisfare (vera finalità) la voracità delle lobby mediche cosentine, da sempre votate ad assorbire l’utenza, o meglio: la ‘clientela’, dell’area sudcosentina. Il malaffare nella sanità, specie a Cosenza, è spiegato abbondantemente dalle cronache di questi vent’anni».

- E’ incredibile …

«Incredibile, ma vero. Ogni dubbio può essere chiarito da più versanti. 1. Il primo maggio del ’92 non a caso il primo maggio - la divisione di Ostetricia e ginecologia, che era un vanto autentico del ‘S. Barbara’ per le incomparabili capacità del primario Cesare Giannice, fu prelevata di peso e portata all’ “Annunziata’ di Cosenza”, dove il reparto omologo era finito sott’inchiesta giudiziaria, con arresti che lo avevano privato di buona parte dei suoi medici. Fu un autentico scippo. Nessuno protestò, se non io e il comitato. 2. I posti letto cominciarono a diminuire: da 118 -120, che era lo standard minimo, a 90-100. Neanche i dipendenti protestarono. Da allora i posti letto sono andati progressivamente diminuendo sino alla soglia delle poche decine di oggi. 3. Poco dopo un uomo del Savuto, Gino Pagliuso, fu nominato assessore regionale alla Sanità. Pagliuso si batté con grande impegno per restituire slancio al nosocomio, ma non vi riuscì per la costante interdizione, come lui sostiene, della burocrazia regionale. 4. I cosiddetti manager che si sono susseguiti alla guida dell’azienda ospedaliera sono stati tutti palesemente ostili alla istanza locale. Tutti tranne Franco Buoncristiano che patrocinò un cospicuo finanziamento Cipe a favore del potenziamento del ‘S. Barbara’ e del suo ampliamento. Che fine abbia fatto quel progetto non si sa».

- Sono in tanti ad affermare che Pelaia, l’attuale direttore generale dell’azienda ospedaliera di Cosenza sia il vero responsabile di questa situazione.

«Non credo che sia utile, oggi, andare a ricercare responsabilità, se non nel quadro della comprensione storica del problema. Sono convinto che Pelaia non è un cuor di leone verso Rogliano. Ma non può essere nemmeno un capro espiatorio. Prima di parlare delle responsabilità degli altri sarebbe bene che ciascuno si soffermasse sulle proprie».

- Quali, per esempio?

«Beh, chi sono stati gli amministratori che non hanno mosso un dito per il recupero dell’ospedale? Quali iniziative ci sono state da parte della maggioranza dei dipendenti? E’ successo qui quello che è successo a Napoli per l’immondizia: se i napoletani avessero fatto quel che fanno ora per l’invasione della spazzatura, se, cioè, avessero inscenato proteste sin dai primi giorni dell’emergenza senza aspettare che i rifiuti li sommergessero, probabilmente la città non si troverebbe in questo stato. Se per tempo la vertenza dell’ospedale fosse stata portata avanti in termini di legittima pretesa di investimenti e di ampliamento, oggi non ci troveremmo di fronte ad una situazione così compromessa».

- Ma quale errore specifico è stato commesso?

«Tra gli altri, l’assenza di una cultura vertenziale. Per la quale io da sempre mi sono battuto».

-Perché si è arrivati a questo punto?

«Per inerzia. Perché c’era gente convinta che, alla fine, le cose si sarebbero risolte. Per la propensione ad una certa subalternità, atteggiamento che favorisce l’acquiescenza, l’opportunismo individualistico, il quieto vivere e che inibisce la vertenzialità».

- Secondo il suo giudizio, le forze de L´Unione roglianese stanno attivando tutti i canali possibili per la salvaguardia del “S. Barbara”?

«L’attuale amministrazione sta facendo cose egregie per centrare gli obiettivi. Ma anche in questo caso si pagano errori passati, specie quelli commessi dal 2001 al 2006, quando le condizioni politiche erano assai favorevoli. L’attuale maggioranza ha trovato incredibili contraddizioni nel ‘rapporto Serra’. E’ quello il punto debole sul quale battere e ribattere senza tentennamenti».

 - Un suo commento sull’azione politica del Pdl roglianese riguardo alla vertenza ospedale.

«Non mi pare che ci sia una grande mobilitazione a livello locale. E’ lodevole l’iniziativa del consigliere regionale Franco Morelli e quella del senatore Antonio Gentile. Il problema è, però, quello di coagulare gli sforzi verso un’unità d’indirizzo. Ma l’unità delle forze politiche e sindacali, per la quale avevamo faticato con successo negli anni passati, è stata unilateralmente rotta a livello locale. Qui ci sono responsabilità gravissime».

  E l´Udc?

«E’ encomiabile il suo fervore. Tuttavia, c’è bisogno di un disegno strategico, che non può prescindere da un impegno coeso. Nei momenti di emergenza c’è bisogno di una tregua costruttiva. Il rischio della riconversione configura un’emergenza per tutto il Savuto. Allora, è il caso di unirsi in una sola voce. E’ negativo il fatto che ciascuno dica la sua in contrasto con quella dell’altro. C’è un po’ di Babele in paese. Nessuno va d’accordo con nessuno. E nessuno media. Fateci caso: la politica locale è straricca di seminatori di zizzanie, ma non ha mediatori. Di conseguenza, trabocca il personalismo, scarseggia la politica».

-Che cosa si dovrebbe fare oggi?

«Unire tutte le energie, dialogando con la Regione in spirito vertenziale senza escludere la protesta. Il dialogo non esclude la ragionevolezza vertenziale, ma nemmeno la protesta, se vogliamo, anche il fare le barricate, laddove si manifesti dall’altra parte ostinata sordità, come è avvenuto con la Lo Moro. L’ex assessore regionale non ha combinato nulla di buono e, per sua stessa ammissione, ha dovuto impiegare molto tempo, forse troppo, per capire il settore che era stata chiamata a governare. Ce ne siamo accorti».

- Qual è l’augurio che si sente di fare al Santa Barbara.

«E’ tempo di incentivare l’azione. Lungo quale linea? Integrare il ‘S. Barbara’ con i presidi di Cosenza. L’ospedale roglianese, anzi del Savuto, meglio: di Cosenza sud, è indispensabile per decongestionare i presidi della città capoluogo, che sono sovraffollati. Questi ospedali non reggono la domanda di centinaia di migliaia di utenti. Sono intasati. Congestionati. Inefficienti. Sono in crisi per le lunghe liste di attesa. Devono essere scaricati dal peso dei piccoli interventi. A questi può e deve essere abilitato il ‘S. Barbara’, con il sistema day surgery e one day, ma anche col sistema ordinario. E bisogna astenersi dal fare altre proposte, che sono il segno di un dilettantismo scellerato. In questi anni ne abbiamo sentito di tutti i colori. Quando ci chiedono: voi cosa proponete? È una trappola, per dire ‘no’. L’insediamento di altre specializzazioni, semmai, lo devono decidere l’azienda e i tecnici. Noi vogliamo solo il rafforzamento del presidio attraverso la riqualificazione e il rilancio dell’esistente. Vogliamo che il ‘S. Barbara’ abbia il minimo dei posti letto previsti e che possa nutrire certezze per il suo futuro».

- Quali certezze?

«Certezza non è quella del taglio o della dequalificazione, ma quella del consolidamento nell’ottica del potenziamento della mappa ospedaliera regionale. La nostra non è una battaglia campanilistica. Bensì è una rivendicazione funzionale agli interessi dell’azienda, della rete ospedaliera regionale e della sua distribuzione nel territorio. Non chiediamo nulla che non ci spetti. Se l’ospedale avesse dimostrato scarsa qualità o si fosse reso responsabile di casi di malasanità, non staremmo qui a chiedere nulla a nessuno. La forza della nostra istanza risiede nella qualità delle prestazioni che il ‘S. Barbara’ ha storicamente espresso. Non vogliamo emigrare per ragioni di salute. Lo facciamo abbastanza per ragioni di lavoro. Siamo sicuri che Rogliano può dare un contributo notevole alla buona sanità regionale. Se ci sono ospedali che non funzionano, e non è il caso di Rogliano, la colpa non è dei luoghi o degli operatori, la colpa è di chi governa. Allora, ad essere tagliati non devono essere gli ospedali, ma i presidenti, gli assessori e i manager che malgovernano. E che sulla salute della povera gente speculano per fare affari. Spesso il malaffare si collega con la mafia. Andassero a chiudere gli ospedali contaminati dalla criminalità organizzata. Liberassero la sanità dai suoi versamenti torbidi e criminali. Ma il discorso sarebbe lungo. Limitiamoci a dire che oggi c’è una ragione in più per ‘chiudere’ o riconvertire l’ospedale, ed è diventata la ragione principale».

- Quale?

«La devastante crisi della sanità in Calabria ha impressionato e indignato l’opinione pubblica nazionale, veda, per esempio, i casi tragici di Vibo. Possono chiudere o riconvertire l’ospedale di una città capoluogo di provincia? Evidentemente no. Allora c’è bisogno d’un capro espiatorio da offrire alla tranquillità, al rabbonimento dell’opinione pubblica. Il ‘rapporto Serra’ dimostra di essere funzionale a questa logica. Solo che il prefetto Serra (oggi deputato) e la commissione ministeriale che egli ha malamente presieduto e coordinato, con il suo ispezionare sbrigativo e disinvolto, con i suoi rilievi indiscriminati e frettolosi, non si sono accorti del danno che potrebbero provocare, decretando la fine di un presidio che funziona. E, attenzione, perdipiù aiutando la politica calabrese che è infantilmente brava a rompere i giocattoli che funzionano. Ma l’affare, con riferimento alla politica regionale e provinciale, non è bambinesco e innocente. Piuttosto, è scientifico, calcolato, interessato in ragione della convergenza di torbidi interessi politici al servizio dei poteri forti. E la sanità è un potere forte. Nemmeno pulito. Allora, la battaglia per il rilancio del ‘S. Barbara’ è una battaglia più grande, molto più grande, della semplice rivendicazione, che in ogni caso non ha carattere localistico. Chi la definisce ‘localistica’ è un ignorante o è in malafede. E’ una battaglia che tocca il ‘nervo scoperto’ di una situazione condizionata da interessi contrari a quelli della collettività. Ecco perché c’è tanta bavosa e rabbiosa avversione».

- Per finire, un consiglio.

 «Non mi permetto dare consigli ad alcuno. Ho semplicemente detto, com’è mia abitudine, quello che personalmente penso. Il resto lo devono fare gli altri. Io ho già dato. E credo che il tempo mi abbia dato ragione. Ma questa è l’ultimissima cosa, persino pulviscolare, dell’intera vicenda».

Ultimo aggiornamento ( giovedì 05 giugno 2008 )
 
 
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