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Pietro Mileti, maestro d'armi di Grimaldi, martire della libertÓ
venerdý 13 giugno 2008

di Luigi Michele Perri

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Ad accendere la miccia dei moti del 1848 nel Regno delle Due Sicilie fu il cosentino Pietro Mileti, maestro d’armi di Grimaldi, mazziniano sfegatato, uomo d’azione, rivoluzionario indomabile.

Centosessant’anni fa, il 15 maggio, alla seduta d’insediamento del neoeletto parlamento, mentre si faceva drammatica la contrapposizione tra il re Ferdinando II e i deputati antiborbonici e repubblicani sulla controversa formula del giuramento, irruppero dall’esterno, nell’aula di Monteoliveto, il Mileti e il napoletano Giovanni La Cecilia, un’altra testa calda del radicalismo repubblicano, urlando come ossessi per accusare il sovrano di avere mobilitato le truppe allo scopo di stroncare l’opposizione e addomesticare, sotto la minaccia della armi, la volontà della Camera. Nella sala scoppiarono tumulti. Invano, da parte borbonica si cercò di smentire la notizia. Gruppi di deputati seguirono Mileti e La Cecilia per aizzare la folla radunata nei pressi della sede parlamentare. Tra questi si segnalarono i calabresi capitanati dall’albanofono Domenico Mauro, di San Demetrio Corone, spalleggiato dai suoi sostenitori, tutti agitatori, che lo avevano accompagnato dalla Calabria alla capitale del Regno pronti ad un “non-si-sa-mai” insurrezionale. Si gridò al colpo di Stato. Si inveì contro il “re spergiuro”, ritenuto reo di stracciare la Costituzione di cui, solennemente, si era reso garante. I deputati di opposizione si trasformarono in capipopolo. Il maestro d’armi di Grimaldi imbracciava un archibugio, minacciando gli ufficiali regi che gli si facevano incontro per rabbonirlo. Il popolo, pur diviso pro e contro il monarca, costruì barricate. Mileti faceva la spola tra sbarramenti vicini, lungo la via Toledo, per accalorare la resistenza. L’esercito borbonico scese in forze per le strade. Partirono i primi spari. Fu guerra civile. Lo scontro tra opposte fazioni fu furibondo, feroce, cruento. Durò fino a notte. Per le strade si contarono centinaia di cadaveri. Cronisti dell’epoca parlarono di una vera e propria carneficina. Alcuni storici diedero la cifra impressionante di duemila morti. I deputati calabresi riuscirono a portarsi sulla via del ritorno. Deciso a fronteggiare una repressione che si sarebbe rivelata, di lì a poco, spietata e patibolare, il fronte politico antiborbonico, all’interno del quale convivevano liberali e socialisti, monarchici e repubblicani, organizzò un governo provvisorio a Cosenza con comitati rivoluzionari a Catanzaro e Nicastro. Da qui partì la spinta verso il campo di Filadelfia, scenario della decisiva battaglia contro i regi del comandante Nunziante. Dall’altra parte del Tirreno, a Paola, sbarcò in appoggio alla insurrezione, un  contingente di siciliani, agli ordini di Ignazio Ribotty. Si combattè a Filadelfia e a Campotenese. Il moto fu sedato nel sangue. Mileti ne restò vittima. La sua famiglia annoverò, tra gli altri, Carlo Mileti, mazziniano, garibaldino e bakuninista; Pasquale Mileti, anche lui garibaldino col grado di maggiore; Raffaele Mileti, anarchico che partecipò alla Prima Internazionale. Un capitolo a parte meriterebbe il vicario capitolare della diocesi di Nicastro, Raffaele Maria Mileti, bonapartista, che favorì la cattura di Vincenzo Federici, il Capobianco di Altilia (borgo limitrofo a Grimaldi), fondatore della Carboneria in Calabria. Ma fu Pietro Mileti, caro amico di Mazzini, che pagò con la vita il suo impegno rivoluzionario, ad essere l’antesignano di un casato che tutto si spese per la causa unitaria. Senza ricavarne fortune. Pietro Mileti sarà ricordato tra i martiri della libertà italiana.     

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Siti d’interesse :

http://www.bronteinsieme.it/2st/mo_bro.html

http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/r/r085.htm

http://skuola.tiscali.it/storia-contemporanea/moti-italiani.htm

Ultimo aggiornamento ( venerdý 13 giugno 2008 )
 
 
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