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La Voce del Savuto

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Sulle tracce delle "casematte"
giovedý 17 luglio 2008

 

di Luigi Michele Perri

Campora San Giovanni
Campora San Giovanni
Oramai fanno parte integrante del paesaggio, quelle orribili cupole in cemento (armato) che, guardando verso il mare, spuntano tra i cespugli a monte della riviera calabrese.

Alcuni sembrano monoblocchi tufacei raffiguranti teste di soldati con l’elmetto. Lungo il Tirreno cosentino, da Praia a Mare fino a Campora San Giovanni, se ne contano a decine, spesso a ridosso di torri difensive di più antica memoria. Ma i declivi collinari delle aree paolana e lametina addirittura ne abbondano. Che cosa sono? I bagnanti più curiosi, specie i giovani, notandoli dalla spiaggia, distribuiscono interrogativi, ma spesso non ne ricavano spiegazioni esaurienti. Se ne sentono, infatti, di fantasiose: rifugi antiaerei da bombardamenti; polveriere; persino, capanne di cemento per i pastori. Si tratta, in effetti, di “reperti bellici”: costruzioni militari difensive, che risalgono agli anni del secondo conflitto mondiale, strutture a prova di bomba munite di feritoie. Comunemente, vengono definite “bunker di guerra”. Più propriamente, portano un nome bizzarro, ma proprio: “casematte”. I più raffinati le chiamano “pillbox”. Il bunker, si sa, è sotterraneo. La casamatta, invece, emerge dal livello del suolo. Tali strutture furono costruite per la realizzazione di un sistema di difesa costiera, di cui il territorio era praticamente privo. Vi si insediavano reparti di artiglieri, dotati di ricetrasmittenti, con il compito di avvistare ed eventualmente contrastare e, meglio, impedire sbarchi nemici. La fortificazione costiera fu opera dei genieri dell’esercito italo-tedesco. Le strette aperture, evidenti sotto ogni cupola, servivano alle osservazioni binoculari e alle bocche di fuoco, dalle mitraglie ai cannoni. All’interno, nel sottosuolo, ogni casamatta era attrezzata di deposito di armi e munizioni, da una nicchia ben riparata per i collegamenti radio, in diversi casi da cunicoli di collegamento tra una struttura e l’altra, da un locale di sosta e di alloggiamento. Al di sotto della cupola, alla fine di una scala a chiocciola, una camera di vigilanza e di combattimento circolare con più feritoie verso l’esterno, ognuna delle quali, larga poco oltre i due metri e alta un’ottantina di centimetri, dotata di strombatura per l’aerazione e la luminosità interna. Di solito, nell’accesso retrostante, veniva realizzata, al termine di un sentiero carrabile, una piazzola destinata al parcheggio di un paio di automezzi, preferibilmente jeep, e di un cannone anticarro orientabile, che, in caso di allarme, poteva immediatamente trovare posto nella camera di combattimento in corrispondenza di una feritoia. Le casematte di quest’area rimasero pressoché inutilizzate, se non come postazioni di vigilanza. Le artiglierie che vi erano sistemate non esplosero un colpo. Gli sbarchi angloamericani avvennero da tutt’altre parti. Casematte, strutture inservibili. Un termine che sopravvivrà dando il senso d’una follia. Quella della guerra.     

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Ultimo aggiornamento ( giovedý 17 luglio 2008 )
 
 
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