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La Voce del Savuto

Monday
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Il rituale del parto nella cultura contadina
venerdý 11 gennaio 2008

il parto.jpgdi Fiore Sansalone

“Cumpunuti i nove misi” si aspettava con ansia e trepidazione il momento del parto. Nei giorni che precedevano il lieto evento si preparava l’occorrente necessario e si ripuliva accuratamente la casa, soprattutto la camera da letto.

Ai lamenti ed alle grida della donna presa dalle doglie, i primi ad accorrere erano i vicini di casa e le comari “lassa focu ardente e fujia duve ‘a partorente”, poi la “vammana”, una donna pratica e di provata esperienza che con molta cura e fare garbato assisteva la gestante prima e durante la gravidan­za: “Ella prescrive a chi vuole ingravidarsi, i semi del faggio; ed alle giovani spose, che bramano un maschio, di inginocchiarsi andando la prima volta a messa, rimpetto al corno destro dell’altare”. Solitamente si preferiva il parto diurno a quello notturno più per motivi di ordine pratico che per motivi riguardanti la superstizione: di giorno tutto poteva avvenire con più tranquillità in quanto gli uomini erano al lavoro ed i bambini fuori casa, mentre di notte si dormiva tutti nella stessa camera ed al momento del parto bisognava far sgomberare l’ambiente rendendo difficile lo spostamen­to, soprattutto nelle fredde e gelide notti invernali. Per quel che riguarda la superstizione, la notte non è propizia al parto, “nascita de jurnu furtuna diritta, nascita de notte furtuna alla storta”. Nel volgo infatti è credenza generale che la notte abbia una certa influenza malefica poiché essa appartiene agli spiriti, alle ombre, alle “magare”.
Anche per la nascita esistono giorni fortunati e sfortunati: “Chi nasce il gior­no di tutti i Santi sarà sfortunato e soffrirà in vita come hanno sofferto i martiri. Chi nasce di venerdì sarà immune dal malocchio e dalle fatture”. In altri luoghi chi nasce di venerdì sarà sfortunato e disgraziato, ed ancora, chi nasce di sabato o di domenica sarà spensierato, mentre chi nasce la notte di Natale sarà epilettico o addirittura licantropo. Sarà pazzo chi nascerà nel mese di marzo (ritenuto il mese dei pazzi), sarà fortunato chi nascerà in un anno pari e sfortunato chi nascerà in un anno dispari, sarà invece disgraziato chi nascerà in un anno bisestile.
Durante “u travagliu” le comari assistevano la partoriente, la confortavano, la tranquillizzavano, mentre una di esse le asciugava il sudore con un panno di lino e qualche altra metteva sul fuoco dell’acqua che sarebbe servita a lavare la donna ed il bambino. Quando il parto presentava delle complicanze si facevano scongiuri e preghiere invocando la Santa protettrice (Santa Liberata, S. Anna). Durante la gravidanza le donne calabresi ricorrevano a forme devozionali: preghiere, promesse votive, al fine di facilitare il parto e con la speranza che il bimbo potesse crescere sano e forte. Nel circondano della valle del Savuto, le donne si rivolgono a Santa Liberata, ed ancora oggi, come un tempo, è possibile vedere, lungo la strada che porta al Santuario, delle donne scalze ed in stato interessante adempiere alla solenne promessa: “’u vutu”.
Per preservare il bambino dalle malattie o in seguito ad una miracolosa guarigione, si usa fargli indossare “l’abito votivo benedetto” del Santo invocato, ed un tempo era consuetudine vedere dei bambini con l’abitino di San Francesco, Sant’Antonio e Sant’Anna. Dopo aver partorito, la donna stremata dal lungo travaglio sussurrava: “te ringraziu Madonna mia ca m’ha fattu nascere bonu!”, e le comari, dopo aver lavato e “’mpassatu” per bene il neonato, lo prendevano in braccio e tra la sod­disfazione generale esclamavano: “Benedica chi figliu, ti nne inchia le vrazze! Benedica benedica, ottu e nove fore affascinu!”. “’A vammana”, soddisfatta, si rivolgeva ai fratellini e alle sorelline meravi­gliati dicendo: “V’è purtatu ‘nu bellu quatrarellu, l’è truvatu sutta ‘na petra!”.Per ricompensa ella riceveva del denaro oppure olio, grano, vino, fichi sec­chi, eccetera. C’è da dire che non sempre la gravidanza andava per il verso giusto, molte erano le complicanze che sopraggiungevano e quando la povera donna non riu­sciva a partorire era destinata a morire; si diceva che a tale donna “l’era pigliatu ‘nu ‘nzurtu”.

Bibliografia:
V. Padula, “Calabria prima e dopo l’unità”, a cura di Attilio Marinari, Editori Laterza, 1977.
L. R. Alario, “Le previsioni sul tempo della nascita”, A. III, n. 1, in “Tribuna Sud”, Castrovillari, 1975.
Ultimo aggiornamento ( mercoledý 06 luglio 2011 )
 
 
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