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Cosenza,1647:palazzi sotto assedio!
marted́ 09 settembre 2008

di Luigi Michele Perri*

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Nel luglio del 1647, sindaco popolare Giuseppe Gervasi, Cosenza sprofondò nel caos. Stentò a dissolversi lo sciame rivoluzionario, anche se “capitan Peppe” aveva cominciato a dare corpo alle conquiste acquisite

con grande capacità di manovra e indubbia lungimiranza.Non mancò la reazione dell’aristocrazia obbligata a condividere prerogative e privilegi con la tanto avversata classe sottostante. Trovò credito, ad un certo punto, la voce secondo cui la spodestata casta avesse assoldato mercenari in armi per intimidire borghesia e popolo. Alla notizia, il sindaco non perse tempo e fomentò una serie di assalti ai nobili, di cui denunciava la “malignità, rapacità e superbia”. Le loro case furono razziate e incendiate. Vennero presi di mira i palazzi dei Sambiase e dei De Matera, avanguardie della vecchia oligarchia. Scipione Sambiase fu decapitato. La sua testa finì infissa ed esposta su una picca. Il fratello Bartolo versò ai rivoltosi mille e cinquecento ducati per avere salva la vita, mentre l’altro fratello, Pompeo, riuscì a fuggire e a nascondersi per undici giorni (come riferirono le cronache) in una tomba. Consumata la ritorsione, Gervasi cercò di calmare le acque. Ma il popolo, scatenato, alimentava le sue richieste: rivendicava posti di governo, come i “dottori” avevano fatto con la nobiltà. Il sindaco pensò di liberarsi dell’imbarazzante alleanza che fino a quel momento lo aveva sorretto e avviò trattative segrete con l’aristocrazia. La sua proposta era quella di istituire un nuovo seggio misto di nobili e borghesi con una rappresentanza diretta delle famiglie dei capi della rivolta. A quel punto, “capitan Peppe”, accusato di tradimento, perse il controllo della situazione. La città e i casali si misero in subbuglio. Gervasi cercò di recuperare il proprio rapporto con i popolari, immettendo nel parlamento locale Francesco Salatino, “maestro fucilaro”, e Antonio Di Rosa, “maestro sarto”. Ma finì per peggiorare i rapporti con i ceti dominanti, senza riottenere, dall’altra parte, la fiducia del popolo. Le fratture si rivelarono insanabili. Nella capitale s’insediò la “Serenissima Repubblica Napoletana”. A Cosenza fu inviato un “luogotenente generale”, Marcello Tosardo. La sua discesa aggravò i disordini. Il vicario filofrancese ingaggiò battaglie contro gli atterriti baroni. Che, a loro volta, organizzarono un blocco lealista, fedele alla Corona spagnola. Il duca d’Arcos, già viceré, ritornò sul trono e sbaragliò i repubblicani e i loro sostenitori. L’ordine fu ben presto ripristinato anche a Cosenza, dove si era fatta sfrenata la corsa al legittimismo. Gervasi, che si era sottomesso al Tosardo, in un’alternanza di vicende, fu ucciso dai suoi stessi seguaci, che, intanto, si erano adeguati alla restaurazione in una temperie di rinnovato spagnolismo. Anche Masaniello, a Napoli, finì ucciso. Ma niente fu più come prima. Alla restaurazione seguì il riformismo. Il potere aristocratico subì un ridimensionamento. I borghesi poterono accedere alle cariche pubbliche. Il Popolo, invece, impiegherà qualche tempo per ritrovare coscienza di sé.

*Giornalista e scrittore

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Ultimo aggiornamento ( marted́ 09 settembre 2008 )
 
 
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