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La Voce del Savuto

Tuesday
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La dote matrimoniale
venerdý 11 gennaio 2008
ricami.jpgdi Antonietta Malito
Anticamente, e fino a qualche decennio fa, la dote costituiva un elemento essenziale per contrarre matrimonio. Nei secoli scorsi, sposarsi, ad eccezione di casi sporadici, era tutt’altro che una scelta personale e, di conseguenza, non simboleggiava, per la maggior parte dei fidanzati, il coronamento di un sogno d’amore. Accadeva di frequente, infatti, che le unioni fra due giovani venissero programmate dai rispettivi genitori, talvolta ancor prima dalla nascita degli stessi. Vere e proprie strategie venivano attuate dai congiunti dei promessi sposi.

Unire in matrimonio due giovani appartenenti allo stesso ceto sociale significava, per le famiglie benestanti, puntare al recupero di un patrimonio che ne avrebbe potenziato lo status all’interno della comunità. Anche tra le classi meno abbienti le nozze rappresentavano, essenzialmente, un mezzo per aggiungere nuove braccia da lavoro a quelle preesistenti, necessarie alla coltivazione dei campi. I matrimoni, quindi, venivano contratti nel rispetto di una rigida divisione sociale: solo in senso orizzontale e mai in senso verticale. Le unioni coniugali erano anche alla base del sistema di circolazione dei beni tra le diverse famiglie attraverso la dote. Col passare del tempo, per buona sorte degli sposi, questi antichi costumi sono andati via via scomparendo e l’amore ha avuto il sopravvento sui meri interessi economici. La dote, tuttavia, ha continuato a conservare negli anni la sua importanza fra le antiche usanze popolari legate al matrimonio. Per beni dotali s’intendono quelli comprendenti il corredo (biancheria e utensili per la casa) e i beni immobili e fondiari (case e terreni). La qualità e quantità di questi beni è strettamente correlata alla condizione sociale delle famiglie di appartenenza degli sposi. Per tradizione, la dote indica i beni che la futura sposa riceve dai propri genitori, di fronte alla quale <<non vi è marito che vi rinunci>>. Sono molti i luoghi nei quali è desiderio del padre della sposa che ella <<si rechi al nuovo suo soggiorno abbondantemente fornita di tutto ciò che deve bastare a vestir sé e ornare la casa maritale>>. Il corredo (da rhedo o redo) è l’insieme degli oggetti o delle "cose minute" che la donna, andando in sposa, <<porta in casa del marito come paterno retaggio>>. In Calabria esso comprende, oltre alla biancheria e al guardaroba, beni mobili e casalinghi (il cosiddetto "janchijiu") e viene considerato un supplemento della dote; quest’ultima, difatti, si suddivide in "robba janca" o "dota d’inta", per la parte relativa alla biancheria, e in "dota di fora" per quella includente le suppellettili e i beni immobili. Fino a qualche tempo fa, la dote era considerata indispensabile per poter aspirare al matrimonio al punto che nessuna ragazza avrebbe potuto illudersi di trovare marito se i familiari non fossero stati in grado di assicurarle un minimo di beni dotali. Per tale ragione, quando nasceva una bambina, fin dai primi giorni di vita della piccola, sia la mamma che la nonna si adoperavano per realizzare il corredo nuziale che un giorno ella avrebbe portato in dote al futuro marito. Si sosteneva infatti: <<figlia n’fascia, dota ’n cascia>>. Non tutti i genitori erano in grado di "dotare" in maniera soddisfacente le proprie figlie, ma ogni famiglia era disposta ad affrontare enormi sacrifici pur di assicurare alla giovane donna, prossima al matrimonio, almeno il minimo indispensabile che richiedeva la sua posizione sociale. In virtù di ciò, si usava dire: <<’a figlia du’ massaru dui voi e lu voaru; ’a figlia du’ garzune ’na vesta e dui casciuni>>. Quando la futura sposa era estremamente povera, per sottolineare ulteriormente la scarsezza dei beni ch’ella avrebbe ricevuto in dote, si affermava che sarebbe entrata nella casa maritale fornita soltanto di <<’na cascia, ’na frissura e ’nu mortaru>>, umili arnesi di scarso valore. L’importanza che la dote rivestiva in passato era tale che persino una bella ragazza, se ne fosse stata sprovvista, avrebbe corso il rischio di rimanere nubile. A tal proposito, un’antica espressione popolare, afferma: <<’a zita è bella e costante ma ’a dota havia e caminare avante>>. Al contrario, una ragazza ricca, quindi destinataria di un’apprezzabile quantità di beni e possedimenti, seppur non bella, non avrebbe avuto problemi a contrarre matrimonio poichè: <<p’a casa e p’a vigna si marita puru ’a signa>>. Chi superava i ventisei anni senza sposarsi era considerata "zitella". Nelle famiglie facoltose la dote includeva, oltre al corredo, beni mobili e immobili, al contrario, <<nelle famiglie contadine la povertà del corredo insieme con la verginità, l’annesso bene in dotazione della ragazza, circoscriveva ed esauriva la dote medesima>>. Le classi meno agiate operavano grandi sacrifici per acquistare i tessuti necessari a confezionare un adeguato corredo alla propria figlia. Moltissime famiglie, non solo quelle contadine, possedevano un telaio che, in genere, era incluso nella dote della sposa. Ciò nonostante, chi poteva permetterselo commissionava alle tessitrici e ricamatrici dell’epoca l’incarico di realizzare lenzuola, asciugamani, coperte, tovaglie da tavola ed ulteriori capi di pregevole fattura. Di solito, le tessitrici venivano ricompensate con grano, olio e prodotti agricoli. Tutte le unità costituenti il corredo dovevano essere in numero pari. <<Il corredo, scarsamente consistente, parsimonioso o estremamente vario e prezioso a seconda dei ceti sociali, era vincolato a precisi canoni: poteva progressivamente comprendere da sei a sessanta capi>>. Si definiva "dote intera" quella includente dodici, diciotto o ventiquattro esemplari per ogni capo di biancheria, mentre veniva denominata "mezza dote" quella composta da sei pezzi (o da un numero inferiore) per ciascun capo. Era uso comune che una giovane donna, discendente da una famiglia di umili origini, portasse in dote, oltre alla biancheria ("lenzuli", "cuverte", "cuscini", "federe","tuvaglie", "suttane", "cammise", "maccaturi", ecc.), oggetti quali "’e vertule", che servivano per andare a mietere, e "’u saccune", un grande sacco delle dimensioni di un letto che veniva riempito con foglie di pannocchie oppure con paglia. Fra gli utensili si usava portare arnesi quali "’u crivu du’ granu e da’ farina", "’a cannizza per ’u pane", "’u spitu", "’e pignate", "’i tineddi", "’e cassarole", "’e frissure", "’e quadare", "’u sazieri de lignu", "’e ciste", oltre ad arredi quali "’e casce", "’e colonnette", "’u matarazzu". Il letto costituiva <<la parte essenziale del corredo>>. Anche l’uomo portava in dote beni che differivano, in quantità e qualità, come avveniva per la sposa, in relazione alle condizioni economiche della famiglia d’origine. Nel giorno del fidanzamento ufficiale egli offriva in dono alla futura moglie "l’oro", rappresentato da un anello, una collana, gli orecchini e una spilla, dando così luogo alla cosiddetta "cerimonia del singo". Il compito di adornare la giovane spettava alla futura suocera e, secondo un’antica tradizione, la ragazza, da quel momento in poi, avrebbe dovuto indossare i preziosi, ricevuti in pegno d’amore, ogni giorno, fino al dì del matrimonio, quale segno evidente dell’avvenuto fidanzamento. Inoltre, fra i beni dotali dell’uomo potevano annoverarsi capi di bestiame e terreni, o semplici attrezzi da lavoro. Il vincolo matrimoniale rendeva comuni i beni portati in dote da entrambi i coniugi. Il principio della "comunione" lo ritroviamo espresso chiaramente nei cosiddetti "capitoli matrimoniali" o "arbarani". L’"arbarano", detto anche "pittace" (da pictacium), era l’elenco del corredo contenente i capi di biancheria che veniva consegnato alla sposa perché lo conservasse. Gli "arbarani" erano compilati dai genitori degli sposi e, oltre a contenere gli elementi costituenti la dote, includevano, spesso, vincoli prestabiliti, variabili in base al paese, al rione, al matrimonio e allo stato sociale della famiglia di appartenenza dei due futuri consorti. Erano veri e propri contratti scritti, firmati dai genitori dei promessi sposi e controfirmati dai testimoni, coi quali i genitori stessi pattuivano la dote da concedere ai propri figli nonché le clausole di cui oberavano il matrimonio. Più volte, infatti, accadeva che "i capitoli", in aggiunta all’elenco dei beni dotali, racchiudessero specifiche clausole che ne definivano il possesso. Quest’ultimo poteva essere perpetuo o vincolato al verificarsi di una serie di accadimenti quali la nascita di figli maschi, l’eventuale assistenza dei genitori donanti durante la vecchiaia, ecc. Sui beni dotali gravava la clausola di inalienabilità. Detta precauzione garantiva ai suoceri l’integrità dei beni immobili concessi in dote, che non sarebbero potuti diventare oggetto di vendita nel caso in cui si fossero presentati probabili problemi economici nella nuova famiglia che andava a costituirsi col matrimonio. Da questa clausola trae origine il proverbio secondo il quale <<’a dota passa supr’ ’o focu e no’ vruscia>>. La dotazione delle donne discendenti da nobili casati, pur prevedendo, generalmente, considerevoli somme di denaro, cospicue rendite, sfarzosi corredi e un discreto numero di terre, rivestiva sempre un’importanza marginale che non avrebbe comunque intaccato i nuclei territoriali destinati, insieme al titolo, ai figli maschi primogeniti. A sostegno di questa asserzione, un’antica consuetudine implicava che la dote, assegnata alle figlie femmine prima del matrimonio, comportasse l’automatica esclusione delle stesse dalla possibilità di vantare ogni diritto di compartecipazione alla divisione dell’asse ereditario. In Calabria, per giustificare l’esclusione di una figlia sposata dall’eredità, si sosteneva che <<’a dota è ’na vota>>. Un’ulteriore postilla contenuta in molti "capitoli matrimoniali" dei primi anni del ‘700, imponeva la restituzione dei beni dotali, da parte dello sposo, alla famiglia dotante nel caso in cui la futura sposa fosse morta senza aver dato alla luce dei figli. Da ciò deriva la massima secondo la quale <<’a dota si vota>>. In alcuni casi, di fatto, la comunione dei beni era subordinata al verificarsi di eventi quali la nascita di un erede o, in mancanza di questi, che il matrimonio durasse per un periodo di tempo stabilito a priori nei "capitoli". Solo quando si avverava almeno una di tali circostanze il marito diventava proprietario dei beni portati in dote dalla moglie che, a sua volta, diventava proprietaria dei beni dotali del coniuge. Tali condizioni sono desumibili dalla lettura di alcuni contratti matrimoniali i quali, espressamente, prevedevano la restituzione della dote al dotante o in assenza di eredi <<morendo detta futura sposa senza figli, o facendone e quelli morissero in pupillare età>>, oppure in caso di scioglimento del matrimonio. Queste consuetudini differivano da paese a paese ed erano strettamente collegate al ceto d’appartenenza degli sposi. Accadeva, a volte, che un fidanzamento andasse a monte quando, prima delle nozze, i genitori della futura sposa non provvedevano a dotarla di quei beni immobili precedentemente pattuiti mediante atto notarile o per mezzo dei "capitoli matrimoniali". Nella civiltà contadina l’impegno aveva lo stesso valore di un contratto vero e proprio, pertanto, non mantenere le promesse fatte poteva voler dire veder fallire la sistemazione di una figlia. A tal proposito, un vecchio motto recita: <<cu’ prumintari e no’ dari restanu i fgli ’i maritari>>. Nella tradizione calabrese la parola data è sacra, ragion per cui, il venir meno a determinati accordi prematrimoniali produceva lo scioglimento del fidanzamento e l’insorgere di grandi inimicizie tra le due famiglie che duravano per intere generazioni. La promessa, sia che avvenisse verbalmente o mediante sottoscrizione nell’"albarano", si compieva nell’immediata vigilia delle nozze e, precisamente, nel giorno del fidanzamento ufficiale o "giorno del singo". Dapprima, nell’arco della stessa giornata, aveva luogo il cerimoniale noto come "’u jurnu d’ì panni", il giorno, cioè, in cui il corredo della futura sposa veniva trasportato presso la nuova dimora. Un lungo corteo, costituito da familiari, amici e parenti dei fidanzati, partiva dalla casa della promessa sposa recando in grandi ceste di paglia, che le donne portavano sul capo, la biancheria e tutto ciò che serviva ad allestire la nuova abitazione. Anche il futuro sposo prendeva parte al rituale portando due "cannistri", uno contenente l’abito nuziale e l’oro, l’altro dolci quali "mustazzoli" e cannellini, ed il pane "’u mucceddatu". Questa usanza ricorreva nei paesi della Valle del Savuto. Fin dalla prima metà dell’800, in tutta la Calabria, <<il trasporto del corredo della sposa da parte delle congiunte ed amiche veniva effettuato al ritmo di tamburello, ed una volta deposto sul talamo nuziale, veniva eseguita una specie di danza, prima sul letto stesso, mettendolo sottosopra, poi attorno ad esso cantando delle canzoni patrimonio della cultura popolare; tale funzione veniva appunto indicata con "cantari lu liettu">>. A Grimaldi si svolgeva il giovedì prima delle nozze. Dalla casa della "zita" si incamminava il corteo recante "i panni", che venivano ordinatamente disposti non solo in grandi ceste ma anche nei cassettoni del comò ("’i tiraturi") e nelle cassepanche ("’e casce"), ed i "mucceddati", sistemati in altrettante ceste. Il corteo attraversava le vie del paese sotto gli sguardi curiosi della popolazione che, dai balconi e dalla strada osservava tutto per apprezzare la qualità della biancheria. La "processione" veniva salutata da vicini e parenti col lancio di grano e confetti in segno di augurio alla nuova coppia che andava a costituirsi. Giunto a destinazione, il corredo veniva messo in bella mostra: i capi più raffinati si deponevano sul letto nuziale, gli altri rimanevano ordinatamente assettati nelle cassepanche lasciate aperte, per essere sottoposti all’ammirazione ed alla valutazione dei presenti. A Mangone, negli ultimi anni, la biancheria, anziché essere trasportata dal tradizionale "seguito", veniva accuratamente riposta su mezzi di trasporto, come "lambrette" o camioncini, che ne lasciavano intravedere i capi più pregiati e sfilavano per le vie del paese suonando ripetutamente il clacson. La gente, all’udire il suono, si affacciava dalle finestre e dai balconi e lanciava confetti e monetine che i più piccoli si affrettavano a raccogliere. A Parenti il corredo era trasportato da un carro, seguito anch’esso dagli amici e dai parenti degli sposi. Come di consuetudine, anche <<a Belsito, Parenti, Rogliano e Marzi, "’u jurnu d’ì panni" lo sposo portava all’amata "’u lazzu de oru", "’u fermagliu", gli orecchini e la fede nuziale>>. In questo giorno di festa i genitori dei due giovani, al cospetto dei presenti, recitavano la formula di rito che vincolava, ambedue le famiglie dei futuri coniugi, ad assumersi gli obblighi sulla costituzione della dote. Veniva dunque stilata, in duplice copia, la nota del corredo che entrambe le famiglie degli sposi avrebbero conservato. Le mamme degli sposi procedevano poi ad aggiustare il letto nuziale, sul quale, oltre ai capi di biancheria, si riponevano grano e confetti. In alcuni casi, i confetti si disponevano sui cuscini in maniera da formare sul lato sinistro le iniziali della donna e su quello destro le iniziali dell’uomo. In alcuni paesi della Calabria, una volta aggiustato il letto, era usanza lanciarvi nel centro il bambino più piccolo come augurio di fecondità, mentre tutti gli invitati appuntavano soldi sui cuscini. Il cerimoniale si concludeva sempre con un buffet seguito da musica e balli fino a tarda sera.

Bigliografia 

F. Accetta, Disposizioni testamentarie e strategie matrimoniali a Francavilla Angitola.

L. Mair, Il matrimonio: una analisi antropologica, il Mulino, Bologna, p. 84.

A. De Gubernatis, Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, E. Treves & C. Editori, Milano, 1869, p.110.

R. Corso, Il corredo, "Folklore della Calabria", rivista di tradizioni popolari diretta da Antonio Basile, Anno III, n. 2, aprile-giugno 1958, p. 41.

R. Corso, op. cit., pp. 42-45.

U. di Stilo, ’U ventu sparti, (Norme giuridiche della civiltà contadina contenute nei detti e nei proverbi calabresi), Edizioni A.C.R.E., Associazione Culturale Ritorno Emigranti, Mangiano (Vibo Valentia), 1995.

P. Leone - C. Audino, La dote, da "Il ciclo della vita".

R. Corso, op. cit., p. 44.

A. De Gubernatis, op. cit., p.111.

V. in proposito, F. Lamari, La cerimonia del <<singo>, "Folklore della Calabria", Anno I, n. 3, aprile-settembre 1956; R. Corso, Come si segna la zita, "Folklore della Calabria", Anno I, fasc. 2-3, aprile-settembre 1956.

U. di Stilo, op. cit.

R. Corso, op. cit., p. 44.

U. di Stilo, op. cit.

Ibid.

F. Accetta, op. cit., p. 45.

B. Aiello - F. Sansalone, Trilogia della vita. Quannu sona la campana. Nascita Matrimonio e Morte nella cultura contadina, Ed. Orizzonti Meridionali, Cosenza, 1996, p.66.

P. Leone - C. Audino, op. cit.

Riferitomi dalle signore Serafina Niccoli, di anni 80, e Immacolata Potestio, di anni 84, di Grimaldi (CS).

Riferitomi dalla signora Adriana Di Salvi, di anni 44, di Mangone, residente a Grimaldi (CS).

B. Aiello - F. Sansalone, op. cit., p.66.

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 06 luglio 2011 )
 
 
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