Storie d’emigrazione. Aldo Grandinetti: «Quando penso a Grimaldi, mi scende una lacrima»

Interviste
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Aldo Grandinetti è un grimaldese che a soli 23 anni, come tanti altri giovani del posto, a malincuore, dovette lasciare il suo paese natale per cercare fortuna all'estero.
Aldo, che ritorna abitualmente nei luoghi della sua infanzia, non perde occasione per manifestare l'amore per la sua terra, e lo fa anche attraverso il social Facebook, in una pagina dedicata proprio a Grimaldi, dove commenta quotidianamente foto e accadimenti. Così, con un semplice like o un post, riesce ad annullare le distanze e a sentirsi ancora parte integrante della comunità. Quella stessa comunità che lo aspetta sempre a braccia aperte.
Perché certi legami, come quello con le proprie radici, non si spezzano mai, a dispetto delle distanze e dello scorrere inesorabile del tempo.
In questa intervista, Aldo si racconta, rivivendo insieme a noi i suoi ricordi più cari, ma anche quelli più dolorosi, con l’intensità di chi se n’è andato solo fisicamente, ma con il cuore è rimasto saldamente ancorato al borgo che lo ha visto nascere e crescere.
Aldo, com'è stata la tua vita a Grimaldi?
«Sono nato il 2 gennaio 1934. Mio padre Francesco e mia madre Maria Teresa Fontana discendevano da famiglie di umili origini. A quei tempi si viveva in ristrettezze economiche, ma un pezzo di pane non ci è mai mancato. Ho abitato in via Palmarini, una storica via del centro, dove vivevano nobili famiglie. Ci volevamo bene e ci rispettavamo tutti. Grimaldi era un paradiso, ma i nostri avi non erano contenti perché il lavoro mancava. Ricordo che mio padre, per la sopravvivenza della famiglia, dovette arruolarsi nell'esercito. Partì per l’Africa orientale, mentre mia madre rimase a lavorare al forno. C’era molta povertà, ma noi ragazzi non lo capivamo. Una cosa però era certa: ci aiutavamo l’uno con l’altro. Con i miei coetanei passavo molto tempo al vecchio campo sportivo, dove giocavamo “aru sguiddu” o “a fossa fridda” e “aru pallone”, fatto con panni e calze consunti. Erano quelli momenti di grande allegria! Negli anni della mia fanciullezza, in paese non c’era niente, ma pian piano si verificò qualche piccolo cambiamento: fu aperto il cinema dove prima c’era il forno elettrico e comparvero le prime automobili. Siccome il lavoro scarseggiava e la disperazione era tanta, a 20 anni feci un corso di allievo sottufficiale dell’aeronautica militare, a cui seguì prima il servizio a Roma “Capannelle”, poi il trasferimento a Foggia, presso l’aeroporto “Amendola”; successivamente, però, mi congedai. A quei tempi, nel dopoguerra, a Grimaldi si contavano 8 mila abitanti, e una squadra di calcio che dominava nella provincia di Cosenza. Poco dopo iniziò l’emigrazione di massa; grazie all'aiuto elargito dal Cavaliere Veltri, molti poterono andare a lavorare in Canada, lo feci anch'io».
Come furono gli anni che seguirono, in Canada?
«Con l’aiuto di Don Giovanni Petrone, partii per il Canada a soli 23 anni. Il 7 giugno sbarcai ad Halifax, dove proseguii per la British Columbia e iniziai a lavorare in ferrovia. I primi anni furono molto difficili: sentivo la mancanza della famiglia, la nostalgia di Grimaldi, l’amore per quell'Italia che non mi aveva regalato molto. Ma la vita continuava, il lavoro non mancava. Mi trasferii a Toronto, dove avevo parenti e amici. Nel 1975 formammo il primo club di Grimaldi che ebbe molto successo, ma così come accade per ogni cosa, anche quell'esperienza si concluse. Feci per 30 anni l’operaio in una fabbrica che lavorava la carta. Qui accadde un avvenimento per me molto fortunato: un giorno, il titolare mi presentò suo figlio, chiedendomi di insegnargli il lavoro. Io presi a cuore il ragazzo, che era uno studente, lo seguii e lo aiutai molto, svolgendo spesso anche le sue mansioni. Una volta cresciuto, il giovane non si dimenticò di quello che avevo fatto per lui, e quando prese il pieno potere in fabbrica, mi promosse caporeparto, consentendomi di fare ciò che volevo. In quel periodo aiutai molti nostri paesani, portandoli a lavorare nel mio reparto. Feci il sindacalista per 28 anni. Con l’Unione numero 416 difesi molti lavoratori come me, perché io sono del popolo».
Come ricordi il tuo ritorno in paese?
«Tornai dal 1965 in poi, quasi ogni anno, ma trovai tutto cambiato: il tenore di vita era migliorato, ma non c’erano più l’educazione e il rispetto che avevo lasciato. Il mio paese era sempre più bello e progredito, ma mancavano molti degli amici di un tempo, che erano partiti anch'essi. Ancora oggi sento il desiderio di ritornare a viverci, ne ho tanta nostalgia, ma la mia famiglia è in Canada, e lì ho trovato quello che l’Italia purtroppo non mi ha dato. C’è una filastrocca che ripeto spesso, quando penso al mio paese e, tutte le volte, mi scende una lacrima: “Amure amure, cchi m’ha fattu fare? E quatrareddu m’ha fattu ‘mpazzire, lu patrennostru m’ha fattu scurdare, ma no l'amure ppe Grimaldi miu”».