31 agosto 1860, Garibaldi a Rogliano (prima parte)

Storia
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Durante la spedizione dei Mille, il 7 giugno 1860, Donato e Carlo Morelli di Rogliano (che avevano costituito, a Cosenza, un Comitato insurrezionale) mandano in Sicilia da Giuseppe Garibaldi uno dei loro maggiori uomini di fiducia, Mosè Pagliaro, corriere postale del rione Cuti, per avere istruzioni riguardo all'insurrezione del popolo cosentino contro il regime borbonico. E il Generale disse al corriere che, ormai, era urgente l'insurrezione dei calabresi.
Dopo la conquista della Sicilia, Garibaldi sbarca in Calabria nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1860, a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria). Il suo arrivo fa rinascere nei contadini il sogno della terra (usurpata da baroni e grandi latifondisti), come già era successo nel 1848, durante una guerra sociale conclusa con sentenze di morte o esilio da parte dei tribunali regi di Ferdinando II contro i contadini. Garibaldi, dunque, riaccende la speranza: il popolo calabrese, come già quello siciliano, vedono in lui il portatore della libertà intesa come terra da coltivare e da far fruttare. E terra da coltivare ce n'è tanta in Sila. Le rivolte popolari scoppiano già qualche settimana prima dello sbarco del Generale.
Il 30 agosto 1860 Garibaldi sconfigge l'esercito borbonico (che in realtà si arrese senza combattere) a Soveria Mannelli, dove il generale Ghio aveva stanziato la maggioranza delle truppe. La mattina del 31 agosto, tra i fitti castagneti di località Agrifoglio, a metà strada per Rogliano, nella modesta abitazione di Donato Morelli, dettò a quest'ultimo un telegramma passato alla storia: "Dite al mondo che oggi con i prodi calabresi ho fatto deporre le armi a diecimila soldati borbonici".
Le camicie rosse che salgono su per i sentieri della Valle del Savuto sono uno spettacolo imperdibile. Il popolo dell'altipiano si infiamma. Da secoli conduce una vita misera: alleva maiali, si nutre raccogliendo cipuddrizze, coltivando patate e fagioli. E stanno aspettando il Generale. Negli ultimi giorni di agosto, dopo una dura giornata di lavoro, contadini e pastori si riuniscono nel cortile accanto ai fuochi e, con l'accompagnamento di chitarre e fisarmoniche, cantano: "Tira lu vientu, cada lu cirasu/ Franciscu fuja, Garibaldu trasa!". Francesco II di Borbone, soprannominato Franceschiello, fu l'ultimo re delle Due Sicilie, deposto dopo l'annessione al Regno d'Italia.
Lo storico e politico barese Raffaele De Cesare, nel suo libro "Una famiglia di patrioti" (I Morelli), descrive così il viaggio di Garibaldi da Soveria Mannelli a Rogliano: "(Garibaldi) cavalcava innanzi a tutti, circondato dai suoi aiutanti, dalle sue guide e da Vincenzo Morelli. Percorse una parte della strada a cavallo, e l'altra in una vettura postale, che si trovò per caso. Durante il viaggio fu tormentato da forte arsura, effetto della stanchezza e del caldo estenuante. Alle vigne di Carpanzano provò una piacevole sorpresa, potendo avere dell'uva. Ne mangiò con avidità per dissetarsi. Dalle vigne del Savuto fino ai Marzi, mangiò altra uva e frutta. Fu incontrato, nel luogo detto della Serra, da tutto il popolo di Rogliano, e borghi vicini. Il clero gli andò incontro col baldacchino. Si sparavano fucili e mortaretti in segno di letizia. Carlo Morelli lo invitò a discendere dalla vettura, e gli offerse un cavallo, sul quale montò. L'ingresso in Rogliano fu memorando. Scese in casa Morelli, e dal balcone, che dà sulla piazza, parlò al popolo. Occupò l'appartamento a destra del salone, lo stesso occupato sedici anni prima, da Ferdinando II. Pranzò nella sala della cappella".
(1-continua)

Giuseppe Pizzuti, docente