di Massimo Reina
Altro che bilancia della giustizia: ormai l’unico simbolo adatto alla nostra giurisprudenza è il setaccio bucato della nonna, quello che non trattiene niente, nemmeno l’evidenza. Andrea Cavallari, uno dei condannati per la strage di Corinaldo – sei morti, tra cui cinque ragazzini – esce dal carcere di Bologna “per discutere la tesi”, ma dimentica la parte finale: “e non rientrare più”.
C'è qualcosa di più grottesco di un pluriomicida che si laurea in Giurisprudenza? Sì: che lo si lasci uscire senza scorta, come se fosse uno studente fuorisede con l’ansia del power point. E che, al suo rientro mancato, nessuno sembri particolarmente sorpreso. In Italia, dove l’unico ergastolo sicuro è quello della decenza, persino i responsabili di una strage possono progettare un futuro da avvocato. Forse per difendere i prossimi sé stessi.
Nel frattempo, le famiglie delle vittime devono accontentarsi di qualche articolo indignato, di un like rabbioso su Facebook, e di uno Stato che non solo non punisce, ma quasi premia. La giustizia è bendata? No: è cieca, sorda, e probabilmente anche un po’ smemorata.
Ma tranquilli: Cavallari, se proprio non tornerà in cella, saprà spiegare bene – da laureato – che è tutto perfettamente legale. Basta questo a farci venire il vomito.
QUESTO IL CASO
La tragedia della discoteca Lanterna Azzurra, più comunemente nota come strage di Corinaldo, è un episodio di cronaca avvenuto l'8 dicembre 2018 a Corinaldo, in provincia di Ancona, in cui 6 persone sono rimaste uccise mentre altre 59 sono rimaste ferite.









