di Massimo Reina
Il bullismo è una guerra a bassa intensità.
Non ha carri armati, non ha fronti, non ha generali. Eppure fa più morti dentro che molte guerre vere fuori. Si combatte tra banchi e corridoi, negli spogliatoi e nelle chat di gruppo, con armi leggere ma micidiali: parole, risatine, soprannomi, isolamento. E la cosa “bella” — si fa per dire — è che i soldati sono minorenni.
In Calabria e Sicilia il bullismo, tradizionale e online, è in crescita e colpisce in modo sempre più pesante la salute mentale dei giovani. In Calabria, il 13% dei ragazzi è vittima di bullismo e il 14,5% di cyberbullismo, con un uso problematico dei social che sfiora il 15%, soprattutto tra ragazze e adolescenti più giovani.
In Sicilia, a Catania un ragazzo su quattro denuncia episodi di violenza, che vanno dal cyberbullismo al revenge porn, fino alla sextortion. Le conseguenze sono spesso gravi: ansia, depressione, isolamento e, nei casi estremi, pensieri suicidi. In entrambe le regioni, Telefono Azzurro e le istituzioni locali hanno attivato numeri verdi e chat di supporto per le vittime.
A sedici anni dovresti preoccuparti di un’interrogazione di matematica o della prima volta al cinema, non di scegliere il prossimo bersaglio umano da annientare. E invece c’è chi, a quell’età, ha già imparato la lezione fondamentale: che una parola ben piazzata può fare più danni di un cazzotto.
Il livido sul braccio passa. Quello nell’anima ti resta anche quando ti mettono la dentiera. E qui viene la domanda, semplice e terribile: com’è che un adolescente riesce a guardare negli occhi un coetaneo e vedere non una persona, con una famiglia e dei sogni, ma un oggetto da distruggere? Quando abbiamo deciso che questa è “normalità”?
Il bullismo è il tirocinio della crudeltà adulta. Qui si impara che umiliare è più redditizio che picchiare. Che se fai ridere tutti contro uno, il tuo status sale. Che se isoli qualcuno — “non parlate con lui”, “lei non è dei nostri” — stai facendo una forma di tortura a lento rilascio. Il tutto condito dalla grande scusa nazionale: “Eh, ma sono ragazzi… scherzano”.
Certo, come no. Lo scherzo è quando ridono tutti, anche chi lo subisce. Se ride solo chi colpisce e chi viene colpito abbassa lo sguardo, non è uno scherzo: è violenza. E per condannarla non serve il sangue, basta il silenzio della vittima che preferisce la solitudine alla ricreazione.
Le botte peggiori non sono quelle che gonfiano un occhio, ma quelle che ti scavano dentro. L’insulto ripetuto finché ti entra nel DNA. Il nomignolo che ti sostituisce il nome. Gli sguardi e le risatine soffocate quando entri in aula. Poi c’è la truppa dell’indifferenza: i compagni che voltano la faccia, gli insegnanti che “non hanno visto”, i genitori che “non può essere mio figlio”. Indifferenza che non è neutra: è complicità.
Non so quando abbiamo smesso di insegnare che ferire un altro essere umano è una delle cose più gravi che si possano fare. Ma so che finché continueremo a chiamarle “ragazzate”, ci saranno altri ragazzi che ogni mattina andranno a scuola non per imparare, ma per sopravvivere. E sopravvivere, a quell’età, non dovrebbe essere una materia di studio o un esame da superare. È un fallimento collettivo.









