di Francesco Caravetta

Alla fine degli anni Trenta, a Malito, un paese dove tutti si conoscono e nulla resta davvero segreto, una relazione clandestina innesca una spirale di sospetti, vendetta e violenza. Eduardo Amendola è poco più che un ragazzo quando entra come apprendista nella bottega del sarto Modesto Funari. La fiducia del maestro gli apre anche le porte di casa, dove vive Marina, una donna inquieta, presto coinvolta in una relazione adulterina con il giovane.

Per mesi l’inganno resta nascosto, ma l’imprudenza degli amanti tradisce il segreto. Modesto osserva, segue, spia. Alla fine di marzo del 1939 decide di coglierli in flagrante. Finge di uscire per lavoro, rientra di nascosto e si nasconde sotto il letto. Marina torna a casa e, convinta di essere sola, confida alla cugina parole cariche di odio verso il marito, arrivando ad augurare la morte di Eduardo in guerra. Rimasta sola, scrive una lettera all’amante. È in quel momento che Modesto emerge dal nascondiglio e le strappa di mano il foglio. Le poche righe lette bastano: il tradimento è provato.

La scena esplode in uno scandalo pubblico. Le urla attirano vicini e parenti; Modesto, fuori di sé, proclama la propria vergogna come una confessione.

«Sono cornuto!».

Marina reagisce con un silenzio ostinato, poi liquida tutto accusando il marito di follia. L’onore familiare, però, è ormai compromesso. Interviene Francesco Funari, padre di Modesto, uomo autoritario e ossessionato dal decoro. Impone al figlio di lasciare la moglie e avvia una strategia per eliminare la causa del disonore: Eduardo deve andarsene.

Parte una querela per adulterio, ma Marina tenta di rovesciare le accuse. Intanto Francesco Funari convince il padre di Eduardo a far partire il ragazzo, fornendogli il denaro necessario. Il 7 aprile 1939 Eduardo lascia Malito per Cosenza. Sembra la fine della vicenda. Ma l’ossessione non si spegne.

Modesto, incapace di fidarsi della moglie, organizza una trappola: la costringe a scrivere a Eduardo invitandolo a tornare, certo che rifiuterà. Eduardo, invece, torna subito. È il 7 maggio. Rientra con atteggiamento provocatorio, consapevole dell’odio che lo circonda. Le famiglie vivono in uno stato di allerta permanente. Le denunce ai Carabinieri non placano la tensione. Tutti iniziano a girare armati.

Il 29 giugno 1939 la situazione precipita. È mattina, davanti alla chiesa parrocchiale. I Funari sono lì; Eduardo entra in chiesa con un amico. Francesco Funari lo scorge all’interno, si alza, estrae la rivoltella e spara. Il colpo colpisce Eduardo al petto. Il giovane tenta di reagire, ma viene immobilizzato. Le urla, il panico, la fuga dei fedeli trasformano il luogo sacro in una scena di violenza.

Accorre Modesto, armato anche lui. Spara un colpo in aria e minaccia il padre di Eduardo, pronto a colpire chiunque tenti di reagire. Solo l’intervento di numerosi presenti evita una strage. I Carabinieri arrestano padre e figlio Funari per tentato omicidio, mentre Eduardo viene incriminato per porto abusivo d’arma.

Il processo smonta lentamente l’ipotesi più grave. La Corte riconosce che Francesco Funari ha sparato d’impulso, spinto dall’ossessione per l’onore e dal timore che il figlio potesse vendicarsi da solo. Il tentato omicidio diventa lesioni aggravate. Le pene sono lievi, alcuni reati si estinguono negli anni successivi.

Resta però una storia di gelosia, controllo e violenza, in cui l’onore diventa movente e la vendetta si consuma in chiesa, alla vigilia di una guerra che avrebbe reso ordinaria la brutalità che, a Malito, esplose prima del tempo.

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