di Luca Giuliani
Il divorzio, in Italia, nacque come rimedio estremo a un fallimento umano. Oggi rischia di essere diventato un riflesso automatico, quasi una procedura amministrativa per chi non sopporta più il minimo attrito coniugale. A cinquant’anni dal referendum che lo introdusse, la domanda non è più se il divorzio fosse necessario — lo era — ma se la società che ne è scaturita sia davvero migliore.
Dal punto di vista istituzionale, la legge Fortuna–Baslini ha rappresentato un passaggio di civiltà: ha restituito dignità a chi viveva intrappolato in matrimoni violenti o irreparabili. Nessuno può negare che abbia liberato migliaia di persone da situazioni insostenibili. Tuttavia, ciò che nacque come eccezione è diventato norma, e ciò che doveva tutelare i legami familiari ha finito per indebolirli.
Sul piano analitico, i dati raccontano una verità scomoda: aumentano separazioni e divorzi, diminuiscono i matrimoni, cresce la conflittualità legale tra ex coniugi, e i tribunali sono sovraccarichi di cause familiari. Il sistema non è solo sotto stress — è mal progettato.
L’affidamento dei figli è “paritario” più nei principi che nella realtà; i criteri economici sono spesso opachi; la mediazione familiare arriva tardi o non arriva affatto; e troppo dipende dall’orientamento personale del singolo giudice. Ne risulta un mosaico di decisioni incoerenti che alimenta rancore, non riconciliazione.
Qui emerge la dimensione polemica del problema. Si è creata una vera e propria industria del conflitto: avvocati, consulenti, periti, perizie psicologiche, contenziosi infiniti. Il divorzio è diventato un business. Intanto, a pagare il prezzo non sono quasi mai i professionisti del contenzioso, ma uomini e bambini: i primi spesso economicamente e socialmente penalizzati, i secondi costretti a vivere in una guerra fredda tra genitori che non sanno più parlarsi.
Ecco perché non è esagerato adottare un tono incendiario: questa non è solo una crisi giuridica, è una crisi morale. Abbiamo trasformato l’impegno in opzione, la responsabilità in fastidio, la famiglia in contratto revocabile al primo malumore. Si divorzia per una lite, per un tradimento emotivo, per una noia passeggera, per un “non mi sento più felice”. Ma una società che scambia l’amore con l’intrattenimento è una società destinata al collasso relazionale.
Sul piano filosofico, il nodo è ancora più profondo. Il matrimonio non è — o non dovrebbe essere — un mero accordo tra individui, ma un patto che struttura la comunità. Quando la famiglia si sbriciola, non crolla solo un rapporto privato: si indebolisce il tessuto stesso della convivenza civile. Una società incapace di tollerare il conflitto dentro le relazioni è una società che fugge da se stessa.
Oggi non esiste più tolleranza: esiste la prontezza a citare in giudizio. Non esiste più pazienza: esiste la fretta di rompere. Non esiste più mediazione: esiste lo scontro frontale. E nel mezzo restano i figli, spettatori silenziosi di un dramma che non hanno scelto e che li segnerà per tutta la vita.
È tempo di rivedere l’intero impianto normativo: non per tornare indietro, ma per andare avanti con maggiore equilibrio. Servono leggi chiare sull’affidamento realmente paritario, criteri oggettivi sugli assegni, mediazione obbligatoria seria prima del tribunale, e strumenti efficaci contro l’uso strumentale delle denunce.
Soprattutto, serve una rivoluzione culturale: recuperare l’idea che le relazioni non sono usa-e-getta, che il matrimonio richiede impegno, e che la libertà individuale non può essere costruita sulle macerie affettive dei bambini.
Se non faremo questo salto di responsabilità collettiva, il divorzio continuerà a essere il sintomo di una società sempre più frammentata — una società che, più che malata, rischia di essere già in agonia.









