di Luca Giuliani
C'è stato un tempo in cui la parola "amico" aveva un significato profondo. Non era un'etichetta da esibire, non era un nome da inserire in una lista di contatti o da citare sui social network. Era una presenza concreta, una persona sulla quale si poteva contare nei momenti difficili e con la quale condividere gioie, problemi, speranze e perfino paure.
Nei piccoli paesi, nelle piazze, negli oratori, nelle scuole e lungo le strade dei nostri borghi si costruivano rapporti che duravano una vita intera. Da bambini si cresceva insieme. Si condividevano giochi, segreti, le prime delusioni, i problemi familiari e le difficoltà che ogni età porta con sé. L'amicizia rappresentava una seconda famiglia, un punto di riferimento che aiutava a maturare e ad affrontare il mondo.
Oggi, invece, mi chiedo dove sia finito tutto questo.
Osservo le nuove generazioni, ma anche molti appartenenti alla mia, e vedo una parola abusata fino a perdere il suo significato originario. Tutti parlano di amicizia, tutti si dichiarano amici di qualcuno, ma troppo spesso si tratta di rapporti superficiali, destinati a dissolversi alla prima difficoltà.
Finché tutto va bene, gli amici sembrano esserci. Quando però arriva il momento di dare una mano, di sacrificare un po' del proprio tempo, di rinunciare a qualche comodità per sostenere una persona in difficoltà, improvvisamente il telefono smette di squillare, i messaggi restano senza risposta e gli impegni diventano improvvisamente più importanti.
Viviamo in una società che ha trasformato l'individualismo in una virtù. Ognuno pensa esclusivamente a sé stesso, ai propri interessi, al proprio tornaconto. La disponibilità verso il prossimo è diventata un'eccezione anziché una regola. Si pretende attenzione, sostegno e solidarietà dagli altri, ma raramente si è disposti a offrirli.
I social network hanno ulteriormente aggravato questa situazione. Mai come oggi siamo stati così connessi virtualmente e, allo stesso tempo, così lontani umanamente. Si collezionano centinaia di contatti e decine di presunti amici, ma quando si presenta un problema serio ci si accorge che attorno a noi è rimasto ben poco. Molti rapporti esistono solo per una fotografia, un "mi piace" o un commento di circostanza.
Ogni tanto ci si ritrova tra vecchi compagni di scuola. Si ricordano i tempi passati, si raccontano aneddoti e si ride delle marachelle giovanili. Per qualche ora sembra di tornare indietro nel tempo. Poi, però, ciascuno riprende la propria strada e tutto torna come prima. I ricordi rimangono, ma lo spirito che li aveva resi speciali è ormai svanito.
La verità è che stiamo assistendo a una progressiva perdita dei valori che hanno tenuto insieme le comunità per generazioni. Non si tratta soltanto dell'amicizia. È venuto meno il senso di appartenenza, il rispetto reciproco, la solidarietà spontanea e quella capacità di interessarsi sinceramente ai problemi degli altri.
Per questo motivo ritengo che la nostra società sia profondamente malata. Non dal punto di vista economico o tecnologico, ma dal punto di vista umano. Possediamo strumenti straordinari per comunicare, eppure non sappiamo più ascoltare. Siamo circondati da persone, ma ci sentiamo sempre più soli. Abbiamo moltiplicato le occasioni di contatto, ma abbiamo smarrito il valore delle relazioni autentiche.
Forse è impossibile tornare all'epoca delle amicizie vissute nelle piazze e nelle strade dei piccoli paesi. Il tempo non torna indietro. Tuttavia, se continueremo a considerare i rapporti umani come qualcosa di secondario rispetto all'interesse personale, il futuro non sarà migliore del presente.
L'amicizia vera non è quella che si proclama. È quella che si dimostra. Non è quella delle parole, ma quella dei fatti. E finché continueremo a confondere la convenienza con l'affetto e la conoscenza con l'amicizia, continueremo a vivere in una società sempre più povera, non di denaro, ma di umanità.









