di Francesco Caravetta

È la sera del 15 luglio 1911. Alle 21:30 un messo comunale bussa alla caserma dei Carabinieri di Grimaldi.

«Da parte del Sindaco, per il comandante. È urgente!» esclama, consegnando una busta e dileguandosi. Il Vice Brigadiere Ottorino Caligiuri la apre: nelle campagne di Malito vi è stato un ferimento in rissa. Non un istante da perdere: Caligiuri e il carabiniere Angelo Bruna si armano in fretta e si dirigono verso Malito. Lungo la strada, urla strazianti annunciano la gravità dell’accaduto. Giungono alle 21:53, accolti dal sindaco Giacomo Funari, che con voce grave sussurra: «È morto... un colpo di fucile. Si chiamava Giuseppe Amendola, aveva vent’anni.» 

Il corpo del giovane giace sul letto, ancora vestito, immerso nel sangue. Sul petto, una ferita larga quanto il proiettile di un fucile calibro 16. Il sindaco non ha dubbi: l’assassino è il diciottenne falegname Celestino Stumpo. Caligiuri lascia una guardia a piantonare la salma e, accompagnato da uomini del luogo, parte immediatamente alla caccia del colpevole. Si sospetta che il giovane sia fuggito a Belsito, forse nascosto da una zia. La casa viene perquisita all’alba, ma di lui nessuna traccia. Anche le campagne circostanti vengono battute invano. 

Interrogando i testimoni, il Vice Brigadiere ricostruisce la storia. Giuseppe Amendola, «giovane esimio ed onesto lavoratore», era fidanzato da due anni con Adelina Gagliardi. I due avrebbero dovuto fissare, proprio il giorno dopo, i capitoli matrimoniali. Celestino Stumpo, anch’egli innamorato della ragazza, aveva cercato invano di conquistarla. Ricevuto un rifiuto, la gelosia si trasformò in odio verso il rivale. Negli ultimi tempi, Celestino aveva minacciato Giuseppe, promettendo di «mettere fine a quell’amore». 

Nel tardo pomeriggio del 15 luglio, Giuseppe stava trasportando sabbia da contrada Padula al paese. Poco distante, Adelina e le sorelle erano impegnate nella mietitura. Giuseppe si unì a loro, ignaro che Celestino lo stesse spiando. Alla vista dei due innamorati, Stumpo avrebbe gridato: «Io l’ammazzo!». Angotti Pasquale, presente alla scena, tentò di calmarlo, ma senza successo. Più tardi, Celestino caricò il fucile con una pallottola e si avvicinò a Giuseppe, che nel frattempo si era seduto nei pressi di una casa colonica, attendendo le donne per rincasare insieme. Con voce melliflua lo invitò ad avvicinarsi, poi, improvvisamente, sparò. Il colpo, a bruciapelo, trapassò il petto di Giuseppe. Erano le ore 19. 

Giuseppe cadde al suolo. Adelina, accorsa disperata, lo sentì mormorare le sue ultime parole: 
«Son morto per amare te. Mi ha sparato Celestino…».  

Pochi minuti dopo, spirò mentre veniva trasportato verso casa. 

Caligiuri rinviene l’arma del delitto, nascosta in un fienile da Fortunata, moglie di Vincenzo Amendola, parente della vittima. Entrambi i coniugi vengono accusati di favoreggiamento, ma negano ogni complicità. Alla fine, saranno prosciolti per insufficienza di prove. 

Le testimonianze confermano la premeditazione. Adelina racconta l’amore contrastato, i dissidi fra le famiglie per questioni di dote e l’ossessione di Celestino. Angotti, unico testimone diretto, dichiara: «Giuseppe gli disse: “Tu che vieni appresso a me, vai per la tua via!”. E Stumpo rispose: “E tu che cazzo vuoi?”. Poi gridò: “Fermati ché sei morto!” e sparò.» 

Passano i giorni, ma dell’assassino nessuna traccia. Una lettera della nonna di Celestino denuncia pressioni sui testimoni da parte della potente famiglia Amendola, ma tutto cade nel vuoto. 

A novembre, il Pretore di Grimaldi riceve una notizia inattesa: Celestino è fuggito in America, a New York. Un parente di Giuseppe si offre di pagare le spese per l’estradizione, ma il governo non inoltra alcuna richiesta. 

Il 23 gennaio 1913, a Cosenza, si celebra il processo in contumacia. Celestino Stumpo viene riconosciuto colpevole di omicidio premeditato. Poiché al momento del delitto non aveva ancora compiuto diciotto anni, la pena è fissata in vent’anni di reclusione. 

Ma Celestino non sconterà mai la pena. Il 21 maggio 1929, trascorsi i termini di legge, la Corte d’Assise dichiara estinta l’azione penale e revoca il mandato di cattura. 

Così si chiude la vicenda: un giovane uomo morto per amore, una famiglia in lutto, un assassino fuggito oltre oceano e una giustizia rimasta incompiuta. 

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