Negli Stati Uniti il nome di Greg Bovino è diventato, nel giro di poche settimane, sinonimo di rigore e repressione in materia di immigrazione. Funzionario di primo piano della Border Patrol, oggi rappresenta il volto più visibile delle politiche restrittive volute dall’amministrazione Trump. Un ruolo che suscita polemiche, soprattutto alla luce delle sue origini familiari.
I suoi antenati, infatti, arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, quando l’America era meta di speranze per migliaia di europei poveri. Il bisnonno Michele, partito dalla Calabria, Aprigliano, in povincia di Cosenza, trovò lavoro come minatore in Pennsylvania nel 1909, in un’epoca in cui Ellis Island era una porta aperta verso una vita migliore. Una storia di sacrifici e integrazione che oggi appare in forte contrasto con la funzione esercitata dal suo discendente.
Bovino, 55 anni, proviene da una piccola realtà montana del North Carolina, immersa in un contesto profondamente conservatore. La sua formazione personale e professionale si è sviluppata attorno a valori di disciplina, ordine e obbedienza alle regole. Fin da giovane ha mostrato un forte spirito competitivo, coltivato nello sport e poi traslato nella carriera nelle forze federali.
A catalizzare l’attenzione internazionale non sono state solo le operazioni di controllo e respingimento condotte sotto la sua supervisione, ma anche la sua immagine pubblica. In diversi video ufficiali e riprese di manifestazioni, Bovino appare con un lungo cappotto militare verde scuro, lineamenti severi e un portamento che molti osservatori hanno definito intimidatorio. La scelta estetica ha alimentato un acceso dibattito, soprattutto in Europa, dovealcunicommentatori hanno ravvisato richiami simbolici a iconografie autoritarie del Novecento.
Il New York Times ha sottolineato come quel soprabito – tecnicamente un “great coat”, storicamente utilizzato da vari eserciti – sia diventato un elemento centrale del racconto mediatico attorno alla stretta sull’immigrazione. Secondo diversi storici, il problema non risiede tanto nell’indumento in sé, ormai entrato anche nella moda civile, quanto nel contesto: l’uso durante operazioni di ordine pubblico, il linguaggio corporeo e l’ambientazione contribuiscono a trasmettere un messaggio di forza e controllo assoluto.
Le critiche non sono mancate neppure all’interno degli Stati Uniti. Già in passato, durante operazioni dell’ICE in grandi città come Los Angeles e Chicago, l’immagine di Bovino aveva suscitato reazioni indignate da parte di esponenti politici progressisti, che avevano parlato apertamente di deriva autoritaria.
Dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, tuttavia, respingono ogni accostamento improprio. Secondo la versione ufficiale, il cappotto fa parte della dotazione invernale della Border Patrol ed è indossato da Bovino da oltre vent’anni. I paragoni con regimi del passato vengono definiti fuorvianti e potenzialmente pericolosi, perché alimenterebbero un clima di ostilità verso le forze dell’ordine.
Resta, comunque, il paradosso di una storia che riflette le contraddizioni dell’America contemporanea: un Paese costruito sull’immigrazione e oggi sempre più diviso su chi abbia diritto a varcarne i confini. In questo scenario, Greg Bovino incarna una frattura simbolica tra memoria e presente, tra radici migranti e politiche di chiusura.









