di Fiore Sansalone
Ci sono territori che sopravvivono, altri che lentamente scompaiono. Il Savuto è tra questi ultimi.
Da anni assiste a un declino silenzioso, inesorabile. Le comunità si svuotano, i servizi scompaiono, le risposte mancano. E quel che è peggio, manca perfino l’indignazione. È come se fossimo entrati in una lenta agonia, vissuta nell’assuefazione generale.
L’ospedale “Santa Barbara” è chiuso da mesi per lavori. Eppure, quel cantiere rischia di diventare il simbolo dell’incertezza più profonda: perché nessuno, ad oggi, sa cosa ne sarà di quella struttura. Si riaprirà davvero? E con quali servizi? O finirà per diventare un contenitore vuoto, senza pronto soccorso, senza medici, senza futuro?
Nel frattempo, chi vive qui non ha nemmeno la certezza dell’assistenza sanitaria minima. Per un’urgenza, l’unica possibilità è raggiungere Cosenza: venti chilometri che possono diventare una condanna, se si tratta di un infarto, un ictus, un trauma grave. Se si è soli, se l’ambulanza tarda, se l’attesa si allunga, si rischia la vita. E questo – nel 2025 – non è più tollerabile.
Ci dicono che il problema è complesso. Che servono i fondi, che mancano le competenze, che i progetti sono in corso. Tutto vero, forse. Ma intanto, la realtà resta la stessa: oggi nel Savuto manca il diritto alla salute. Non è un'opinione. È un fatto.
E non è solo la sanità a mancare. È l’idea stessa di comunità. Siamo diventati periferia della periferia.
Un territorio trascurato, dimenticato, utile soltanto per qualche comparsata elettorale o per raccogliere consensi facili da gestire. E intanto la politica – quella vera, quella che dovrebbe dare risposte – latita o si trincera dietro slogan vuoti, promesse ripetute e mai mantenute.
Chi governa, chi amministra, chi rappresenta, dovrebbe rispondere. E invece tace. Oppure, peggio ancora, recita.
Ma non si amministra con le frasi fatte. Non si governa un territorio ignorandone le ferite. E non si è al servizio della comunità se si finge che tutto vada bene, mentre il tessuto sociale si sgretola giorno dopo giorno.
Il Savuto non ha bisogno di salvatori. Ha bisogno di concretezza, visione, rispetto. Ha bisogno di una classe dirigente nuova, capace, pulita, presente. Ma soprattutto ha bisogno di una cosa che oggi sembra svanita: la partecipazione dei cittadini.
Perché la verità è semplice, e non possiamo più girarci dall’altra parte: nessuno salverà questo territorio se chi lo abita non comincia a pretendere, a denunciare, a cambiare.
Non possiamo più aspettare. Né affidarci a chi ha già deluso.
È tempo di ribellarci. Non con la rabbia cieca, ma con la lucidità di chi sa che il silenzio è diventato complicità.
Ribelliamoci con il voto, con la voce, con la presenza.
Ribelliamoci con la dignità di chi sa che merita di meglio.
Perché il Savuto non è una zavorra, non è un peso morto. È una terra viva. Ma se non la difendiamo, la perderemo. E stavolta per sempre.
Nelle foto: la strada Medio Savuto










