di Fiore Sansalone
C’è un problema, nel Savuto, di cui si parla troppo poco. Un problema che non riguarda soltanto la politica, ma la qualità stessa della vita democratica nei nostri paesi.
In alcuni Comuni, infatti, i Consigli comunali sembrano aver smarrito una funzione essenziale: quella del confronto. La maggioranza governa, come è giusto che sia quando ha ricevuto il consenso degli elettori, ma la minoranza spesso non esercita più fino in fondo il proprio ruolo di controllo, vigilanza, proposta alternativa. Anzi, in diversi casi, le opposizioni finiscono per votare sistematicamente tutti i provvedimenti presentati dalla maggioranza, senza distinguo, senza rilievi, senza una voce realmente critica.
E questo, diciamolo con chiarezza, è un fatto grave.
La democrazia non vive soltanto nel momento del voto. Non basta andare alle urne ogni cinque anni per poter dire che un Comune funziona democraticamente. La democrazia vive ogni giorno nelle sedi istituzionali, nei Consigli comunali, nelle commissioni, negli atti amministrativi, nelle domande poste e nelle risposte pretese. Vive nel diritto dei cittadini di sapere, di capire, di poter contare su qualcuno che controlli chi governa.
Perché una maggioranza senza opposizione rischia di diventare una stanza chiusa. Una gestione senza contraddittorio. Un potere che, anche quando agisce in buona fede, non viene mai realmente messo alla prova dal confronto.
Non si tratta di fare opposizione per partito preso. Nessuno chiede alle minoranze di dire sempre no, di bloccare tutto, di trasformare ogni Consiglio comunale in un campo di battaglia. La buona politica non è rissa permanente. Ma tra il no pregiudiziale e il sì automatico esiste uno spazio enorme: quello della responsabilità.
Una minoranza seria può anche votare un provvedimento della maggioranza, se lo ritiene utile per la comunità. Ma dovrebbe spiegare, approfondire, chiedere chiarimenti, proporre modifiche, vigilare sull’attuazione degli atti. Dovrebbe far sentire che esiste. Che rappresenta cittadini, non semplici presenze sedute in aula.
Quando invece tutto passa all’unanimità, sempre e comunque, nasce una domanda inevitabile: chi controlla davvero l’operato dell’amministrazione? Chi legge gli atti con spirito critico? Chi segnala eventuali errori, ritardi, sprechi, favoritismi, scelte discutibili? Chi dà voce a quella parte di paese che non ha votato la maggioranza?
Nei piccoli Comuni il problema è ancora più delicato. Le relazioni personali, le parentele, le amicizie, le convenienze, il timore di esporsi pesano spesso più delle appartenenze politiche. Tutti si conoscono, tutti si incontrano al bar, in piazza, davanti alla chiesa, nelle feste di paese. E così il dissenso viene percepito come un affronto personale, non come una normale funzione democratica.
Ma è proprio qui che servirebbe più coraggio.
Perché amministrare un Comune non significa gestire una proprietà privata. Significa occuparsi della cosa pubblica. E la cosa pubblica, per definizione, appartiene a tutti: a chi ha votato il sindaco, a chi ha votato la lista avversaria, a chi non ha votato, a chi magari ha perso fiducia nella politica perché la vede sempre più chiusa, sempre più autoreferenziale, sempre più lontana dai bisogni veri della gente.
La minoranza non è un fastidio. È una garanzia.
È la parte che deve controllare i bilanci, chiedere conto dei lavori pubblici, vigilare sugli incarichi, sugli affidamenti, sulle manutenzioni, sulle priorità scelte dall’amministrazione. È la voce che deve domandare perché una strada resta dissestata, perché una frazione viene dimenticata, perché un servizio non funziona, perché un progetto annunciato non parte mai. È il presidio minimo affinché il potere non diventi abitudine.
Quando questa funzione viene meno, il Consiglio comunale si svuota. Formalmente tutto resta in piedi: il sindaco, gli assessori, i consiglieri, le delibere, le votazioni. Ma nella sostanza qualcosa si spegne. Il confronto diventa rituale. La discussione diventa approvazione. La minoranza diventa accompagnamento.
E un paese senza opposizione non è un paese più unito. È spesso un paese più silenzioso.
La politica locale avrebbe bisogno di persone capaci di assumersi responsabilità vere, anche scomode. Persone che sappiano dire sì quando un atto è giusto, ma anche no quando non lo è. Persone che sappiano chiedere documenti, leggere carte, presentare interrogazioni, aprire dibattiti pubblici, portare in aula i problemi che i cittadini raccontano sottovoce.
Perché la democrazia funziona solo se esistono maggioranza e minoranza. Non come nemiche, ma come parti necessarie dello stesso equilibrio. Una governa, l’altra controlla. Una propone, l’altra verifica. Una decide, l’altra ha il dovere di chiedere conto.
Nel Savuto, dove tanti paesi soffrono lo spopolamento, la mancanza di servizi, l’abbandono delle aree interne, la crisi economica e sociale, non possiamo permetterci Consigli comunali ridotti a semplici ratifiche. I cittadini hanno bisogno di amministrazioni efficienti, certo, ma anche trasparenti. Hanno bisogno di sindaci capaci, ma anche di opposizioni vive. Hanno bisogno di unità quando serve, ma non di unanimismo.
Perché l’unanimismo, quando diventa regola, non rafforza la comunità. La indebolisce.
E allora sarebbe il caso di ricordarlo con forza: sedere tra i banchi della minoranza non è un ruolo minore. È un incarico democratico pieno, prezioso, indispensabile. Chi lo accetta deve esercitarlo. Non basta esserci. Bisogna parlare, controllare, proporre, dissentire quando serve.
Altrimenti non si rappresentano i cittadini. Si occupa soltanto una sedia.









