di Antonietta Malito

          Il Sabatum Quartet festeggia vent’anni di carriera con un tour che si preannuncia ricco di emozioni, energia e novità.

          Il gruppo calabrese, nato nel cuore del Savuto, ha aperto ufficialmente il suo 20 Anni in Musica – Tour 2025 con una straordinaria partecipazione alla prima edizione estiva dell’Artigiano in Fiera, a Milano. Per cinque giorni, dal 29 maggio al 2 giugno, si sono esibiti più volte al giorno in due diversi padiglioni, trascinando il pubblico con la forza della loro musica e la vitalità che li contraddistingue.

          Venerdì 13 giugno, la carovana musicale farà tappa a Grimaldi, in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova. Un appuntamento imperdibile che darà il via alla parte calabrese del tour, che conta diverse date in tutta la regione, prima del grande salto in Australia, previsto per l’autunno.

          Il Sabatum Quartet, oggi composto da sette musicisti, è rimasto fedele alla sua identità originale pur aprendosi costantemente a nuove influenze. Da due decenni, il gruppo porta in scena una musica popolare reinterpretata con stile personale, mescolando suoni antichi e moderni, dal flamenco al rock, dal tango alla tarantella. Con arrangiamenti innovativi, polifonie vocali e messaggi sempre attuali, continuano a sorprendere e a coinvolgere, dimostrando che la musica può essere insieme tradizione, sperimentazione e divertimento.

 

 

di  Monica Vendrame

Eugenio Finardi, uno dei grandi padri della Canzone d’Autore italiana, torna sulle scene con un nuovo lavoro discografico e un tour che attraversa l’Italia. E per la gioia degli appassionati calabresi, domenica 8 giugno alle ore 21:30 sarà protagonista di un atteso concerto in Piazza Aldo Moro a Gimigliano (CZ), con ingresso libero. Un evento da segnare in agenda, perché Finardi non è solo un cantautore: è una voce che ha attraversato cinquant’anni di musica, cultura e impegno civile.

 
La consegna è avvenuta nell’Aula Magna “Quistelli” - dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, gremita di persone ed autorità, tra cui il Presidente del Premio Anassilaos, dr Stefano Iorfida, ed il Magnifico Rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria Prof. Santo Marcello Zimbone. 

ROGLIANO – Antonio Guarasci (Rogliano, 7 maggio 1918 – Polla, 2 ottobre 1974) rimane uno dei più grandi politici che la Calabria abbia mai avuto.
Un uomo serio, capace, moderno, lungimirante, che ha improntato il suo agire al bene comune e mai alla volontà di conquistare un potere personale. Un uomo di cultura, a favore del sapere, che si è adoperato per spingere la Calabria verso nuovi e più vasti orizzonti.
Nato a Rogliano da Luigi e Luigina De Rose, secondogenito di sei fratelli, i genitori lo fanno studiare con grandi sacrifici. Dopo le elementari a Rogliano, frequenta il Ginnasio inferiore al collegio Manzoni, poi il Liceo Classico “Telesio”. A soli 22 anni va in guerra in Africa Settentrionale e viene fatto prigioniero nella battaglia di El Alamein.
Nel 1942, trasferito negli Stati Uniti nel campo di Seattle, entra in contatto con diversi antifascisti e matura la sua avversione contro il fascismo e ogni forma di totalitarismo. Ritornato in Calabria, nel 1946 si iscrive alla Democrazia Cristiana e si laurea in Filosofia a Roma. Inizia la sua carriera professionale in varie scuole della provincia. Nel 1948 sposa Gertrude Buffone. Insieme ad altri esponenti politici del suo tempo, tra gli anni '50 e '60 è tra i protagonisti di un passaggio generazionale: la classe dirigente calabrese, formata soprattutto da avvocati, viene infatti sostituita da un nuovo ceto politico professionale, costituito principalmente da docenti.
Nel 1952 viene eletto primo componente del comitato provinciale della Democrazia Cristiana, poi consigliere provinciale per il collegio di Rogliano. Nel 1962 assume la presidenza della Provincia, nel 1970 diventa il primo Presidente della Regione Calabria. Si impegna, tra le altre cose, ad incentivare la politica a favore della scuola, della sanità locale e delle infrastrutture per consentire a molti territori di uscire dall'isolamento interno. La sua azione culturale raggiunge l'apice nell'istituzione dell'Università della Calabria nel 1973. Il presidente vuole che essa si riveli un motore di sviluppo economico, sociale, culturale anche per il territorio che la ospita.
Ma un triste destino lo attende. Guarasci perde la vita tragicamente prima di poter vedere realizzato questo sogno. Il 2 ottobre del 1974, muore in un incidente stradale a Polla, lungo la Salerno - Reggio Calabria.

GRIMALDI – Un paese che ha dato i natali a personaggi di grande spessore umano e professionale, non può non ricordare Raffaele Giuseppe Rose, fotografo di paese, e la sua innata capacità di raccontare, attraverso i suoi innumerevoli e memorabili scatti d’autore, momenti di vita, usi e costumi del ‘900. Le sue fotografie, quanto mai preziose e ricercate, rappresentano oggi un vero e proprio tesoro per quanti amano la storia del proprio paese e cercano di ricostruirla faticosamente, andando a ritroso nel tempo, alla ricerca di ogni tassello, anche il più piccolo, necessario a ricomporre i pezzi di un mosaico ancora incompleto: il nostro passato. Nato nel 1918, morto nel 1999, era figlio di Francesco Antonio Rose, detto mastru ‘Ntoni, e di Francesca Magliocco. Ebbe cinque fratelli: Pasquale, Silvio (perito in guerra), Amerigo, Rubens e Fernando. Sposò Maria Amendola, nata a Malito, dalla quale ebbe un unico figlio: Franco.
Raffaele Giuseppe Rose era un uomo discreto, cordiale. Lo incontravo spesso da ragazzina, quando passavo per Vico Monastero, dove abitava, o lungo Via Tommaso Maio. Spessissimo, lo vedevo camminare a braccetto con la sua adorata moglie, non vedente, con la quale amava fare delle lunghe passeggiate, sempre accompagnato dalla fedele macchina fotografica, che portava appesa al collo. Mi affascinavano la serenità che insieme riuscivano a trasmettere e la loro affabilità e gentilezza. L’educazione e il rispetto, tipici degli uomini e delle donne di un tempo, erano prerogative della loro personalità. L’attività di fotografo (da ritrattista di studio a fotoreporter) che lo vide operare tra Cosenza e il Savuto, in particolare a Malito e a Grimaldi, la svolse fino agli anni ’80. Oggi, delle sue opere rimane un ricco archivio fotografico, custodito amorevolmente dal figlio Franco, biologo e giornalista, che ha ereditato dal padre la grande passione per la fotografia. Questa raccolta racchiude diversi momenti di vita familiare (è il caso degli album di famiglia), ma anche scatti che rievocano occasioni tristi o liete; che raffigurano classi scolastiche, bande musicali; che raccontano riti e festività religiose, il dopoguerra, storie di emigrazione. È, dunque, il vissuto di un intero paese, concentrato in centinaia di supporti, alcuni molto piccoli (lastre, negativi, foto 6x9, 6x6), a volte poco più grandi un un francobollo.
Come gli altri fotografi di paese, Raffaele Giuseppe Rose ha il merito d’aver fermato il tempo, un tempo che diviene evocatore primario di un ricordo, di un profumo, di un clima, di una storia.

 

di Fiore Sansalone

Intervista esclusiva a Piero Petrisano, l'anima della community "Scigliano ti amo" che si prepara a diventare Associazione: «Siamo in 5.000, ma se diventiamo un popolo unito faremo risorgere Scigliano e l'intera Valle del Savuto dalle proprie ceneri».

 

PARTE PRIMA: LE RADICI E LA GLORIA

 

Piero, facciamo un salto indietro di quattro anni. Quando hai fondato il gruppo Facebook "Scigliano ti amo", cosa ti passava per la testa? Quali sono state le motivazioni profonde che ti hanno spinto a fare questo passo?

«È nato tutto da un bisogno viscerale, quasi un urlo d'amore per le mie radici. Vedevo un patrimonio immenso che rischiava l'oblio e sentivo che gli sciglianesi, sia quelli rimasti sia quelli andati via, avevano bisogno di un luogo dell'anima per ritrovarsi. Volevo azzerare le distanze e dare voce a un profondo senso di appartenenza. Lo scopo iniziale era semplice ma potente: raccogliere i frammenti della nostra storia per farne un mosaico vivo. Oggi quell'idea è diventata un successo travolgente con oltre 5.000 iscritti, trasformandosi in qualcosa di molto più grande: un manifesto per la rinascita di Scigliano».

Un manifesto che punta a valorizzare una storia monumentale. Per chi non conosce il territorio, ricordiamo che Scigliano nel XVII secolo era una potente "Città Regia" – una delle sole nove in Calabria – libera da feudatari e dipendente direttamente dalla corona spagnola. Una terra fiera che si è letteralmente "comprata" la libertà...

«Esatto! Per ben tre volte la città fu venduta ai baroni e per tre volte gli orgogliosi abitanti si autotassarono per riscattarsi. Il leggendario "Riscatto di Scigliano" del 1636 dimostra chi siamo sempre stati: un popolo unito e fiero. Eravamo una potenza economica e spirituale, protetta dall'influenza della potente Abbazia di Corazzo (oggi ridotta in suggestivi ruderi) e nota a tutti come "la città delle 40 chiese" per l'incredibile densità di luoghi di culto. Un territorio immenso che partiva dal basso Savuto e arrivava ai confini di Taverna, nella Sila Grande».

Un territorio dominato da un simbolo eterno che avete scelto proprio come logo del vostro gruppo: il maestoso Ponte di Annibale.

«Quel ponte, edificato sulla Via Popilia tra il 132 e il 121 a.C., sfida il tempo da più di duemila anni. Dopo secoli di oblio, oggi sta finalmente conoscendo la notorietà che merita. Come gruppo abbiamo avuto e continuiamo ad avere un ruolo propulsivo per la sua promozione. Pochi mesi fa persino Alberto Angela, sulla RAI, gli ha dedicato un documentario. Per me il Ponte di Annibale ha un'importanza archeologica paragonabile ai Bronzi di Riace: dobbiamo fare ogni sforzo per inserirlo stabilmente nei percorsi turistici ufficiali della Regione Calabria per il suo decollo definitivo. Anche perché ogni autunno si trasforma in un set vivente con una rievocazione storica straordinaria, dove attori in costume romano simulano una battaglia e sfilano sul ponte tra centurioni, consoli e damigelle».

Eppure, nel momento di massimo splendore, la storia di Scigliano viene sconvolta dall'apocalisse. Il 27 marzo 1638, l'antivigilia delle Palme, la terra trema. Cosa accadde in quel momento drammatico?

«Venne giù tutto. Fu una delle più grandi sciagure della storia italiana, con oltre 100 paesi rasi al suolo e fino a 20.000 vittime. Gli sciglianesi si ritrovarono senza casa, senza niente, solo con la forza della disperazione e il cielo sopra la testa. Ma da quelle ceneri nacque un miracolo: un esodo epico verso la Sila che diede vita a ben 27 nuovi paesi fondati dai nostri esuli. Lo storico Franco Emilio Carlino ha documentato che in questi centri – come a Petronà – ricorrono ancora oggi gli stessi nostri cognomi, si parla la stessa lingua e si festeggiano gli stessi santi. Recentemente, insieme al Sindaco, abbiamo fatto visita a Petronà e l'accoglienza dei nostri "fratelli di sangue" è stata commovente. Abbiamo riscoperto un cordone ombelicale mai tagliat».

 

PARTE SECONDA: IL RISCATTO E IL FUTURO

 

Un legame di sangue fortissimo. Ma oggi? Tra spopolamento e servizi che spariscono, Scigliano rischia di diventare solo una bellissima cartolina vuota?

«Il rischio c’è. Inutile girarci intorno. Ma io la parola "resa" non la conosco. Scigliano non è un museo da spolverare: è un vulcano pronto a rierompere. Abbiamo un centro storico che trasuda bellezza, percorsi mozzafiato sul Savuto, sapori che non trovi in nessun altro posto al mondo. Il problema? Ci siamo abituati ad aspettare. Ma nessuno verrà a salvarci se non lo facciamo noi».

Ed è qui che la community decide di fare il salto. "Scigliano ti amo" non sarà più soltanto una pagina Facebook, ma una vera Associazione di Promozione Sociale. Cosa cambia adesso?

«Cambia tutto. Il web ti fa incontrare, l'Associazione ti dà le armi per agire. Significa intercettare fondi, creare eventi di livello nazionale, riaprire luoghi abbandonati. Vogliamo portare i ragazzi a riscoprire i sentieri della Via Popilia, organizzare trekking nella storia, rilanciare il "Turismo delle Radici". Pensaci: migliaia di sciglianesi nel mondo sognano di tornare. Noi dobbiamo dare loro un motivo per farlo, tutto l'anno».

Dalle foto d'epoca ai piatti della tradizione, dai vecchi detti popolari ai ricordi d'infanzia... c'è un patrimonio immenso da raccontare.

«Un tesoro inestimabile! Ogni volta che sul gruppo qualcuno pubblica una foto sbiadita in bianco e nero, uno scorcio di infanzia o la ricetta originale dei nostri piatti tipici, si accende una scintilla. Quei volti, quei modi di dire che solo noi capiamo, le tradizioni dei nostri nonni... sono il nostro DNA. Non sono semplici ricordi: sono la benzina per il nostro futuro».

Un'ultima domanda, Piero. Un messaggio per la community?

«Giorgio Gaber cantava che “La libertà è partecipazione”. Aveva ragione da vendere. Essere 5.000 su una schermata è fantastico, ma adesso serve il vostro cuore, il vostro tempo, le vostre idee.

Tesseratevi. Iscrivetevi all'Associazione. Tirate fuori dal cassetto le vecchie foto della vostra famiglia, raccontateci le storie dei vostri nonni, condividete la vostra energia. Smarchiamoci dal ruolo di semplici lettori: diventate protagonisti, non restate a guardare dallo schermo. Scigliano ha un passato monumentale, ma il suo futuro lo scriviamo adesso. Insieme».

 

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