Nei suoi brani declina le mille sfaccettature della vita

 

di  Omar Falvo

 

Classe 2001, originaria di Rogliano, borgo nella valle del Savuto, in provincia di Cosenza, dal poliedrico talento, con la sua voce leggiadra ha conquistato i Social e non solo, parliamo di Angelica Perri. La giovanissima cantante, con le articolate melodie, frutto di un amore viscerale per la musica, per la chitarra e per il canto, declina le sue emozioni in versi e note, tratteggiando con raffinatezza i mille sentieri della vita. Il suo ultimo brano “Il nero addosso” racchiude proprio attimi di realtà della cantante: gli stati d’animo, i sacrifici, i cambiamenti, la speranza. Una melodia che trasporta, quasi come un veliero romano, dalla tempesta del mare al porto sicuro lo “spettatore”, un ciclone di entusiasmi in questo spartito innovativo di pura poesia. Le mille sfaccettature del brano convergono in uno scenari musicale degno di nota. Una partecipazione nel 2018 al concorso area Sanremo, il suo primo brano nel 2019, e ancora, corsi mirati nel mondo della musica, Angelica Perri, costruisce pietra dopo pietra, o meglio, nota dopo nota, la sua strada nel mondo magico della canzone italiana.

RENDE - Con 55.000 visualizzazioni in 8 mesi, i dati d’ascolto certificano la costante crescita numerica di MIGA WEB TV, con sede a Rende, in Via Salvador Allende n. 23, che ha iniziato la sua programmazione nel mese di settembre del 2019. Regolarmente registrata al Tribunale di Cosenza, con una programmazione H24 ed i cui editori, Michele Rucchetto e Gabriella Ruggiero, non ci hanno pensato due volte ad affidare la direzione responsabile e la guida della programmazione al professore e giornalista, Sergio Tursi Prato (nella foto). Un’informazione a 360 gradi arricchisce il palinsesto quotidiano, che vede come trasmissione di punta “la circolarità delle idee”, un format ideato e condotto dallo stesso Sergio Tursi Prato, che ha quasi raggiunto in poco tempo le 100 puntate consecutive. Da settembre, partiranno altre due rubriche titolate “Calabresi nel mondo” e “Mondo Dilettantistico”, che prevedono importanti novità anche a livello di ospiti ed argomenti tematici. I risultati ad oggi danno ampiamente ragione a questa forma di editoria pura rendese, con ben 55.000 visualizzazioni registrate da dicembre 2019 al 31 luglio 2020, 6875 mensili in soli 8 mesi, tra l’altro da tutte le parti del mondo, ad eccezione del Continente Africano. In fondo, l’informazione è come la vita ed alla fine “chi ha più filo tesse”.

- Che cosa ha questa rete di informazione di diverso dalla normale informazione?
«La Web TV assume una dimensione di informazione globale, per cui bisogna essere attrezzati a livello giornalistico e culturale per affrontare argomenti di interesse generale, cercando di non trascurare le problematiche locali.Oggi rappresenta la sfida vincente anche per il futuro».

- Nuova rubrica: "Mondo dilettantisco". Pone molta apertura all' interpretazione, quindi ci spieghi di che cosa si tratta?
«Mondo dilettantistico sarà incentrata sui cosiddetti sport minori, con un'attenzione particolare ai settori giovanili a livello calcistico. Sempre con una rigorosa attenzione al sociale, anche in questa direzione.Ma da Settembre partiranno atre belle e stimolanti novità su MIGA WEB TV».

- Questa esperienza che cosa ha portato a Sergio Tursi Prato che prima non c'era, che cosa invece Sergio Tursi Prato garantisce a questo modo di fare informazione?
«Porto un'esperienza ultra ventennale nell'ambito del giornalismo televisivo, supportata da indici d'ascolto sempre importanti.Ho sempre creduto nell'informazione di contenuti, ragionata e mai urlata, poiché mai come oggi anche in questo mondo c'è bisogno del giusto equilibrio.Cercando di fare camminare di pari passo serietà e senso di responsabilità, con pregi e difetti dell'agire umano».

Lucia De Cicco
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RENDE - Incontro del "Movimento Nazionale dei liberi Pensatori" con grande successo di ascolto e presenza. A presenziarlo, in una assemblea tenutasi lo scorso 16 giugno, l’ideatore, il giornalista Sergio Tursi Prato, cui è rivolta la nostra intervista.

La relazione è stata tenuta in videoconferenza da Vincenzo Ferrari, ordinario di Diritto Privato, presso l’Unical. Sono intervenuti nel corso del dibattito: Pietro Marino, presidente di Vitambiente, Antonietta Fazio, ambasciatrice Epale, Carlo Franzisi, direttore di Assaporagionando Cosenza, Giovanni Misasi, presidente di Biologi Senza Frontiere, Mario Li Trenta, segretario Provinciale Uil Trasporti Cosenza, Sergio Tomaino, Acu Calabria, Francesco Lucirino, segretario Nazionale Cosnil, Amedeo Colacino, avvocato, Stefano Vecchione, storico, e Domenico Mammolenti, ex funzionario amministrativo della Casa Circondariale di Cosenza. L'iniziativa è stata messa in onda su www.migawebtv.it

- Il "Movimento nazionale dei liberi pensatori" è un sodalizio nuovo, ma che cosa ci si aspetta di diverso dai cosiddetti movimenti populisti?

«La differenza sta già nella titolazione "Movimento Nazionale dei liberi Pensatori", in Italia non esiste, originale nell’aver trovato, in un momento difficile della storia del nostro Paese e del mondo in generale, un momento di aggregazione sociale e culturale che si occupi di valorizzare, professionalità e associazioni e di andare incontro a un nuovo modo di stare insieme».

- Per Sergio Tursi Prato qual è il nuovo modo di stare insieme e che cosa manca al vecchio modo, a parte il momento che impone il distanziamento sociale?

«È un modo di poter progettare, di riscontrare nuove affinità sul campo, nella serata del sedici scorso il confronto ha posto valutazioni progettuali tra associazioni presenti, sindacati e singoli cittadini, ma anche professionalità come quella dei Biologi senza frontiere, difesa dei consumatori, uno sguardo importante all’ambiente. Già questi gruppi hanno di loro prodotto importanti risultati nei loro campi, non si tratta di associazioni virtuali».

- Che cosa è emerso dalle varie relazioni e interventi nella serata di presentazione?

«Intanto è un Movimento apartitico con finalità culturali e sociali. I Partiti appaiono sempre più scatole vuote oggi, a cui la gente non partecipa. Il nostro movimento a livello economico è autonomo formato da professionisti, che non si lasciano incantare dalle sirene del potere economico».

- Quali sono gli obiettivi di questo Movimento?

«Intanto organizzare dei tavoli tematici di discussione, attorno essi, di cui faranno parte professionisti, imprenditori, e responsabili d’associazione si metteranno in cantiere molte idee in area di riflessione attorno: ambiente, sociale, lavoro, istruzione. Ed elaborare da ciò una sintesi che apra a progetti da portare avanti e da presentare in Europa, progetti a carattere anche occupazionale, che creino lavoro, i fondi ci sono e vanno utilizzati anche e soprattutto a questo scopo».

- Quanto l’essere docente l’ha aiutata a coinvolgere il mondo dei giovani sempre più distaccato dalla partecipazione sociale e politica?

«I miei alunni saranno coinvolti attivamente nel Movimento, fondamentale humus da cui l’idea nasce. Durante una lezione di storia e filosofia discutendo del “libero pensiero nel settecento“ e del tema della Libertà fino ad oggi è nata una relazione che doveva esser presentata nella serata del sedici scorso, ma da settembre i ragazzi saranno coinvolti in laboratori sul Libero Pensiero, coinvolgerli è obbligatorio così il mondo giovanile e della scuola diviene fisiologico al Movimento stesso».

- A livello di contenuti i media oggi sono sempre più appiattiti, assistiamo a un cercare di non affrontare i veri problemi della società. Questo Movimento che ha alle spalle un giornalista attento come lei, che cosa può apportare di nuovo al mondo dell’informazione?

«Di certo avendo a disposizione la possibilità di accedervi tramite una rete tv potrò dare spazio ai reali contenuti di cui l’informazione oggi appare sempre più sprovvista e che però sono urgenti per la società e comunità prima. La gente ha di certo voglia di rendersi protagonista, di partecipare, avere spazio con le proprie idee ai tavoli decisionali. Una sorta anche di sfogatoio sociale».

- Ma il suo scendere in campo come candidato a Sindaco della città di Rende quanto ha influito nella decisione di continuare ad essere comunque presente, anche se diversamente, sul territorio?

«Con più di ottocento voti anche se non sono entrato in consiglio comunale, la candidatura mi ha dato un imput a continuare nella mia partecipazione attivamente sul territorio, creando una palestra comunque di formazione e da cui la politica poter attingere in futuro, magari essere diversi sul territorio e poter attingere a nuove condizioni e idee dal rapporto ragione e passione».

- Si sta parlando di Città unica Rende-Cosenza, come si inserisce in questo discorso il Movimento, ammesso che lei sia in accordo con questo obiettivo?

«Intanto ci sono urgenze come quella dei rifiuti che andrebbe presa in immediato esame prima di ogni riferimento alla costruzione di una città unica, poi vi è la questione indebitamento di alcuni comuni che è allarmante, poi atre situazioni in predissesto finanziario importante. Vanno risolte questioni importanti per la collettività come i trasporti la crisi idrica e poi la città unica è sempre una questione che riguarda ogni singolo cittadino che nella massima democraticità debba sempre esprimersi. E guardare sempre il dato del numero dei cittadini previsti per garantire un accorpamento con uno sguardo alla parte burocratica, che deve essere primaria questione prima di procedere in qualsiasi direzione di città unica».

- In ultimo si parla di Europa più che mai in questo momento, il movimento come si colloca?
«In modo positivo e propositivo, i fondi ci sono e nella Scuola sono più che importanti e vanno utilizzati con i partners giusti per poter utilizzare i fondi nel miglior modo possibile, già nel movimento vi sono figure adatte che si sono messe a nostra disposizione, L’Europa garantisce un grande blocco di stabilità e di grandi convergenze nazionali, perché non usare ciò che ci mette a disposizione».

Per concludere, a Settembre ci saranno le adesioni ufficiali da cui il Movimento prenderà ufficialmente vita. Una buona fortuna a questa bella realtà di pensiero e ragione che parte col piede giusto e con tanta vitalità giovanile e associativa attorno. Vi terremo informati!

Lucia De Cicco, Odg Calabria
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Aldo Grandinetti è un grimaldese che a soli 23 anni, come tanti altri giovani del posto, a malincuore, dovette lasciare il suo paese natale per cercare fortuna all'estero.
Aldo, che ritorna abitualmente nei luoghi della sua infanzia, non perde occasione per manifestare l'amore per la sua terra, e lo fa anche attraverso il social Facebook, in una pagina dedicata proprio a Grimaldi, dove commenta quotidianamente foto e accadimenti. Così, con un semplice like o un post, riesce ad annullare le distanze e a sentirsi ancora parte integrante della comunità. Quella stessa comunità che lo aspetta sempre a braccia aperte.
Perché certi legami, come quello con le proprie radici, non si spezzano mai, a dispetto delle distanze e dello scorrere inesorabile del tempo.
In questa intervista, Aldo si racconta, rivivendo insieme a noi i suoi ricordi più cari, ma anche quelli più dolorosi, con l’intensità di chi se n’è andato solo fisicamente, ma con il cuore è rimasto saldamente ancorato al borgo che lo ha visto nascere e crescere.
Aldo, com'è stata la tua vita a Grimaldi?
«Sono nato il 2 gennaio 1934. Mio padre Francesco e mia madre Maria Teresa Fontana discendevano da famiglie di umili origini. A quei tempi si viveva in ristrettezze economiche, ma un pezzo di pane non ci è mai mancato. Ho abitato in via Palmarini, una storica via del centro, dove vivevano nobili famiglie. Ci volevamo bene e ci rispettavamo tutti. Grimaldi era un paradiso, ma i nostri avi non erano contenti perché il lavoro mancava. Ricordo che mio padre, per la sopravvivenza della famiglia, dovette arruolarsi nell'esercito. Partì per l’Africa orientale, mentre mia madre rimase a lavorare al forno. C’era molta povertà, ma noi ragazzi non lo capivamo. Una cosa però era certa: ci aiutavamo l’uno con l’altro. Con i miei coetanei passavo molto tempo al vecchio campo sportivo, dove giocavamo “aru sguiddu” o “a fossa fridda” e “aru pallone”, fatto con panni e calze consunti. Erano quelli momenti di grande allegria! Negli anni della mia fanciullezza, in paese non c’era niente, ma pian piano si verificò qualche piccolo cambiamento: fu aperto il cinema dove prima c’era il forno elettrico e comparvero le prime automobili. Siccome il lavoro scarseggiava e la disperazione era tanta, a 20 anni feci un corso di allievo sottufficiale dell’aeronautica militare, a cui seguì prima il servizio a Roma “Capannelle”, poi il trasferimento a Foggia, presso l’aeroporto “Amendola”; successivamente, però, mi congedai. A quei tempi, nel dopoguerra, a Grimaldi si contavano 8 mila abitanti, e una squadra di calcio che dominava nella provincia di Cosenza. Poco dopo iniziò l’emigrazione di massa; grazie all'aiuto elargito dal Cavaliere Veltri, molti poterono andare a lavorare in Canada, lo feci anch'io».
Come furono gli anni che seguirono, in Canada?
«Con l’aiuto di Don Giovanni Petrone, partii per il Canada a soli 23 anni. Il 7 giugno sbarcai ad Halifax, dove proseguii per la British Columbia e iniziai a lavorare in ferrovia. I primi anni furono molto difficili: sentivo la mancanza della famiglia, la nostalgia di Grimaldi, l’amore per quell'Italia che non mi aveva regalato molto. Ma la vita continuava, il lavoro non mancava. Mi trasferii a Toronto, dove avevo parenti e amici. Nel 1975 formammo il primo club di Grimaldi che ebbe molto successo, ma così come accade per ogni cosa, anche quell'esperienza si concluse. Feci per 30 anni l’operaio in una fabbrica che lavorava la carta. Qui accadde un avvenimento per me molto fortunato: un giorno, il titolare mi presentò suo figlio, chiedendomi di insegnargli il lavoro. Io presi a cuore il ragazzo, che era uno studente, lo seguii e lo aiutai molto, svolgendo spesso anche le sue mansioni. Una volta cresciuto, il giovane non si dimenticò di quello che avevo fatto per lui, e quando prese il pieno potere in fabbrica, mi promosse caporeparto, consentendomi di fare ciò che volevo. In quel periodo aiutai molti nostri paesani, portandoli a lavorare nel mio reparto. Feci il sindacalista per 28 anni. Con l’Unione numero 416 difesi molti lavoratori come me, perché io sono del popolo».
Come ricordi il tuo ritorno in paese?
«Tornai dal 1965 in poi, quasi ogni anno, ma trovai tutto cambiato: il tenore di vita era migliorato, ma non c’erano più l’educazione e il rispetto che avevo lasciato. Il mio paese era sempre più bello e progredito, ma mancavano molti degli amici di un tempo, che erano partiti anch'essi. Ancora oggi sento il desiderio di ritornare a viverci, ne ho tanta nostalgia, ma la mia famiglia è in Canada, e lì ho trovato quello che l’Italia purtroppo non mi ha dato. C’è una filastrocca che ripeto spesso, quando penso al mio paese e, tutte le volte, mi scende una lacrima: “Amure amure, cchi m’ha fattu fare? E quatrareddu m’ha fattu ‘mpazzire, lu patrennostru m’ha fattu scurdare, ma no l'amure ppe Grimaldi miu”».

 

di Salvatore Cutellè

Oggi vi voglio parlare di televisione. Parleremo di cose che una volta funzionavano e adesso non funzionano più.
Quando in Italia c’erano solo i 3 canali televisivi della RAI succedeva che nel corso di una trasmissione il conduttore diceva: “Per coloro che si fossero messi in ascolto in questo momento diciamo che stiamo parlando di … Ne stiamo parlando con …”.
Attualmente capita che uno accende la televisione (o, più comunemente, cambia canale, visto il gran numero di canali televisivi disponibili adesso) e capita in un dibattito sui più disparati argomenti.
Il primo problema riguarda capire di cosa si sta parlando. Nessuno dice niente. Sta all’ascoltatore cercare di capire, dal contesto, di cosa si sta parlando. Il regista non potrebbe di tanto in tanto mandare una scritta scorrevole che dice di cosa si sta parlando?
Il secondo problema riguarda sapere chi è che sta parlando. Magari il conduttore dice all’inizio il nome del personaggio invitato a parlare, per cui chi segue la trasmissione dall’inizio sa (se se lo ricorda) il nome di chi sta parlando. Ma chi arriva a trasmissione già iniziata come fa a saperlo? Anche qui il regista dovrebbe mandare una scritta che indica il nome e il ruolo di chi sta parlando. E questa scritta non dovrebbe essere visibile per 2 secondi (quando la scritta appare non si ha il tempo di leggerla) ma ci dovrebbe restare per tutto il tempo in cui il personaggio parla. E quando quel personaggio parla di nuovo quella scritta dovrebbe essere rimessa. Ci vuole una grande intelligenza per capire ciò?
Un altro problema di questi dibattiti televisivi è che più persone parlano assieme, ognuno tenta di interrompere l’altro, e non si capisce cosa dicono.
In queste trasmissioni ci sarà sicuramente un “tecnico del suono” che gestisce i microfoni. Non potrebbe tenere tutti i microfoni spenti tranne quello di chi sta parlando? Quando finisce di parlare gli spegne il microfono ed accende il microfono dell’altro a cui tocca parlare. Anche per capire questo ci vuole una grande intelligenza?

Dobbiamo aggiungere che spesso sono i cosiddetti “conduttori” delle trasmissioni televisive a intervenire pavoneggiandosi mentre l’ospite sta parlando sovrapponendosi alla sua voce. Capita anche che venga chiamato un esperto per parlare di un determinato argomento. Mente l’esperto sta parlando viene interrotto da chi conduce il programma che deve dimostrare di saperne di più dell’esperto.
Poi c’è la cattiva abitudine di infarcire i discorsi con parole inglesi che nessuno ha mai sentito (e di cui a nessuno importa di spiegarne il significato). Ma questo è un altro discorso: qui si tratta del servilismo linguistico italiano alimentato dalla televisione. Un esempio per tutti: chi si prende cura di un disabile o di un ammalato viene chiamato “careghiver”.

E per finire un cenno alle immagini. A volte vengono mostrate delle immagini (fotografie o tabelle). Queste immagini vengono visualizzate per pochi secondi (non dando il tempo allo spettatore di vederle) per poi tornare ad inquadrare la faccia del conduttore, che continua a parlare di quell’immagine che lo spettatore non può più vedere. Sopratutto se quella tabella contiene informazioni con numeri o grafici, volete dare il tempo allo spettatore di leggerla?

 

 

Oggi vi voglio parlare della battuta che il 6 aprile 2022 il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi ha fatto sui condizionatori. Ha chiesto provocatoriamente se vogliamo la pace o avere l’aria condizionata accesa durante l’estate.
Al di là della battuta c’è la necessità di ridurre i consumi di energia, limitando all’essenziale sia l’uso dell’aria condizionata che del riscaldamento.
Però questo invito a ridurre i consumi non va rivolto ai cittadini. Oppure c’è qualcuno che crede che i cittadini tengono inutilmente i termosifoni ad una temperatura troppo elevata o che regolino i condizionatori ad una temperatura troppo bassa (quelli che ce l’hanno il condizionatore) per sprecare energia? Vediamo chi è che spreca l’energia.
A tutti voi sarà capitato di passare di notte davanti ad un edificio pubblico e di notare che le luci sono tenute accese, nonostante che l’edificio a quell’ora sia vuoto.
Dall’esterno possiamo solo notare che le luci sono accese. Non ci rendiamo conto se anche l’impianto di riscaldamento è acceso. Ci accorgiamo invece (dal rumore) se l’impianto dell’aria condizionata è acceso. E questo capita spesso. Passando accanto ad un ufficio pubblico durante l’orario di chiusura ci accorgiamo spesso che l’aria condizionata viene lasciata accesa la notte per trovare l’ufficio fresco la mattina dopo. E se ci passiamo il sabato o la domenica? Lo stesso: l’aria condizionata viene lasciata accesa nel fine settimana per trovare l’ufficio fresco il lunedì mattina.
Inoltre troviamo spesso negli uffici pubblici riscaldamento o aria condizionata accesi e porte e finestre spalancate. E non solo adesso che a causa della diffusione del coronavirus è opportuno il ricambio dell’aria, ma sempre.
Pertanto se il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi vuole evitare gli sprechi dei energia non si deve rivolgere ai cittadini (che già fanno il possibile per risparmiare) ma alle burocrazie, cioè a persone che, stando negli uffici pubblici, si possono permettere di sperperare perché sanno che non saranno loro a pagare le bollette.
Come al solito giungiamo sempre allo stesso risultato: il guaio più grosso che ha l’Italia è la burocrazia. Se si parla delle difficoltà ad arginare l’epidemia da coronavirus si tira in ballo la burocrazia. Se non si riesce a realizzare opere pubbliche già finanziate e si perdono i finanziamenti si tira in ballo la burocrazia.
Una burocrazia onnipotente, inutile e dannosa. La burocrazia è la palla al piede dell’Italia. La burocrazia è il “vagone frenato” che impedisce al treno dell’Italia di correre e di superare gli ostacoli.
Tutti si lamentano della burocrazia, ma nessuno parla della soluzione: licenziare i burocrati.
Perché?
Perché i burocrati votano, e tutti i politici vogliono i voti dei burocrati e i voti che i burocrati controllano. La soluzione che si potrebbe trovare, anche se utopistica, potrebbe essere questa: licenziare i burocrati e togliere a loro e alle loro famiglie il diritto di voto per un periodo abbastanza lungo, ad esempio 10 anni.

 

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