Mentre la Magistratura accerta le responsabilità sul caso dei turisti intossicati, l'inganno dell'overtourism di stagione svela il conto salato di una fragilità che appartiene a tutti
di Benedetta Chieffallo
La cronaca delle ultime ore consegna l'ennesima istantanea amara di un'estate giunta al suo picco: a Marina di Mandatoriccio, piccolo centro della Costa Jonica cosentina, oltre venticinque turisti — tra cui diversi bambini in vacanza con le famiglie — sono finiti nei presidi ospedalieri di Corigliano-Rossano e Crotone accusando febbre alta, nausea e gastroenteriti acute. L'episodio ha fatto scattare l'immediato intervento della Capitaneria di Porto, che ha posto sotto sequestro il depuratore comunale, e l'avvio degli accertamenti da parte dei Carabinieri del NAS e dell'Arpacal. Va tuttavia precisato che le indagini sono tuttora in corso: i rilievi tecnici ed i campionamenti sulle acque di balneazione e potabili dovranno chiarire l'esatta dinamica dei fatti, stabilendo se vi sia un nesso causale diretto con l'impianto o se siano concorse altre matrici. Ma al di là dei riscontri giudiziari ed eziologici che dovranno accertare la verità processuale, il dato clinico ed emotivo resta: il castello di carte delle vacanze spensierate si è infranto in un pomeriggio d'agosto.
Come in un ingranaggio già oliato, la reazione pubblica è stata immediata: si cerca la testa da far cadere. Lo pretendono i genitori indignati, lo urlano i villeggianti pronti a fare le valigie, lo balbettano le istituzioni locali.
Eppure, se per una volta rifiutassimo la scorciatoia dell'assoluzione comoda, dovremmo riconoscere la verità: la colpa è una responsabilità collettiva. Nessuno può dirsi del tutto estraneo.
La Calabria d’estate viene piegata a una recita carnevalesca. Per due mesi, una terra fragile e complessa viene ricoperta di carta stagnola luccicante: festoni, sfilate di Bandiere Blu spesso prive di fondamenta reali, sagre in ogni borgo, locali a volume spianato e la retorica del "bollino rosso" per il traffico sbandierata quasi come un trofeo di modernità. Si spreme ogni risorsa, si satura ogni spazio, si vende ogni metro di costa al miglior offerente. Si chiede a paesi che d'inverno resistono a stento allo spopolamento, abitati da poche migliaia di anime con reti idriche e fognarie nate decenni fa, di reggere senza scomporsi l'urto improvviso di trentamila presenze contemporanee.
È la grande bugia dell'overtourism di casa nostra: consumare il territorio senza curarlo. Finché la giostra gira e la cassa batte moneta, si finge che il problema non esista. Si chiudono gli occhi di fronte a depuratori spinti costantemente fuori soglia, ad acquedotti che colano a picco e a guardie mediche ridotte a presidi di trincea senza uomini né mezzi. Trattiamo l'ambiente come un pozzo senza fondo, convinti che la bellezza della natura basti a coprire la sporcizia delle nostre omissioni.
Poi il meccanismo si inceppa. E basta il pianto di un bambino in un letto d'ospedale per mostrare l'inconsistenza di un intero sistema.
Tra pochi giorni, quando la stagione scadrà e i riflettori si spegneranno, le automobili riprenderanno le autostrade verso nord lasciando dietro di sé il vuoto di un ennesimo agostano miraggio. Ci gireremo dall'altra parte, pronti a puntare l'indice verso l'ennesimo capro espiatorio di turno per lavare via ogni rimorso. Ma la verità abita sottovoce negli sguardi di chiunque abbia fatto finta di non vedere: nelle scrivanie della politica che rimanda le opere strutturali al prossimo mandato; nelle casse dei locali orientate solo al guadagno di stagione; nella rassegnazione di chi abita questi borghi e tollera il degrado in silenzio; nella pretesa dei turisti di consumare un paradiso a basso costo senza chiederne il conto ambientale. Ognuno di noi ha spinto un pezzetto di quella costa verso il fondo. E quando la marea si ritirerà, rivelando ciò che abbiamo accettato di diventare, non ci saranno perizie né tribunali ad assolverci: nell'acqua sporca che resta a galleggiare dopo la festa, c'è il riflesso esatto del nostro specchio.