Lo sciocchezzaio anglosassofono ai tempi del coronavirus

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Oggi vi voglio parlare dello sciocchezzaio anglosassofono che, come al solito, ci sta invadendo anche ai tempi del coronavirus (anzi, coronavairus).
Gli pseudo-giornalai della televisione e anche alcuni della carta stampata, massacratori della lingua italiana, hanno iniziato con la parola loccdaun (si scrive lockdown e significa confinamento, isolamento) per indicare la necessità di restare in casa per limitare la diffusione dell’epidemia. Hanno continuato diffondendo parole come: claster, ranner, raider, smart guorching, burden microbico, guelfare, selfi, di cui la maggior parte degli italiani non conosce il significato.
Insistono nel chiamare i presidenti delle regioni italiane "governatori" e ci fanno sapere che la Lombardia ha un assessore al guelfare.
Anche con il lavoro da casa si sono sbizzarriti. C'è chi dice "lavoro agile" in italiano per evitare l'obbrobrio anglosassofono "smart guorching". Ma allora perché non dire correttamente in italiano "lavoro a distanza", o "lavoro da casa" o "telelavoro"?
Meno grave, ma ugualmente ingiustificata, è questa abitudine di utilizzare traduzioni italiane di modi di dire inglesi.
Poi c'è chi declina in italiano parole inglesi: crasciare per crollare, guglare per cercare in internet, customizzare per personalizzare, brandizzare per mettere il proprio marchio, mobbizzare per vessare.
Altre sciocchezze anglosassofone: tamponing, disinfetting, mascdaun, deddilaini, taschi forse, guorc sciop.
Già eravamo abituati ad altri obbrobri come feichi niù per indicare le notizie false, defolti per indicare il fallimento di un'azienda o di uno stato, coffi ause invece di bar.
Il programma informatico per telefonini "Immuni" che dovrebbe avvertire quando si è stati troppo vicini ad una persona contagiata è chiamato con la parola di origine inglese “app” che sta per applicativo, applicazione. Questa parola è ormai entrata nell’uso comune, per cui a qualche telegiornalaio è sembrata troppo banale, troppo comune, allora l’ha chiamato applichescion.
Con l'occasione i telegiornalai hanno anche smesso di chiamare nosocomi gli ospedali ed hanno cominciato a chiamarli hab e spoche.
A causa del virus sono state rinviate in autunno le elezioni amministrative e il referendum e si parla di farle in un solo giorno. Anche qui i telegiornalai sono subito partiti con lo sciocchezzaio anglosassofono riesumando l'elessciondei.
Chi ha a che fare con la scuola, sia come docente che come alunno, ha dovuto attivare la didattica a distanza. Anche qui i vari programmi informatici per la didattica a distanza sono stati infarciti a sproposito di parole inglesi. Anche se il significato della parola si intuisce, perché chiamare la lezione "lesson"?
Questi siti internet che sono dedicati al mondo della scuola dovrebbero essere più sensibili alle esigenze della “semplificazione comunicativa”, invece sembra che si dedichino assiduamente alla “complicazione comunicativa”.
Come i barbari distrussero la civiltà romana scendendo dalle Alpi, questi nuovi barbari stanno assassinando la lingua italiana affacciandosi nelle nostre case dallo schermo televisivo. Loro, usando un inglese forzato, credono di essere più bravi, più alla moda, più esotici, più snob, ma più semplicemente cercano di nascondere il loro complesso d’inferiorità. Mi capita a volte di guardare sia il telegiornale nazionale che quello regionale. Lo steso fatto nel telegiornale nazionale viene descritto utilizzando parole italiane e in quello regionale prole inglesi.
Come difenderci da questi nuovi barbari? Noi abbiamo un’arma potentissima e inutilizzata: il telecomando dalla televisione. Appena sentiamo un telegiornalaio usare una parola inglese prendiamo il telecomando e cambiamo canale.
Chi vuole approfondire l’argomento può consultare questo sito internet:
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/category/parole-inglesi-nellitaliano/

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