Il brigante Giosafatte Talarico: "Il re della Sila"

Storia
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Beh... quando si parla dell'altopiano silano, vengono subito in mente storie di briganti calabresi. E il più famoso di questi briganti, un po' fuorilegge e un po' Robin Hood, è Giosafatte Talarico, che rubava ai ricchi per donare ai poveri. Per circa vent'anni regnò nella Sila e nei paesi silani (per questo viene chiamato "Il re della Sila"), non solo temuto, ma anche stimato, tanto che la sua memoria è ancora viva nella nostra terra. La zona teatro delle sue gesta brigantesche è quella compresa tra le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone, da Panettieri a Camigliatello, a Petronà (Catanzaro), a San Giovanni in Fiore. In lui la forza si accoppiava all'astuzia, il coraggio alla prudenza, la ferocia alla bontà, il furto alla carità, la rozzezza ad una certa cultura. Nato nel 1807 a Panettieri (piccolo comune in provincia di Cosenza, anzi il più piccolo comune della Calabria), aveva dapprima studiato in seminario per diventare prete, poi si era dato a studiare farmacologia, diventando praticante nella farmacia di don Gaetano Rimola a Cosenza. Ma, come diventò brigante? Nel 1823, ritornò al suo paese natale per affrontare un giovanotto locale, don Luigi Sperandei, ricco e presuntuoso, che aveva sedotto sua sorella Carmela. Giosafatte, poiché il giovane aveva macchiato l'onore di casa sua, lo minacciò affinché sposasse la ragazza, ma inutilmente: infuriatosi alle risposte beffarde dell'uomo, lo colpì diverse volte con un pugnale davanti alla Chiesa (era di domenica e vi si celebrava la Santa Messa), uccidendolo. Si diede allora alla macchia, rifugiandosi in Sila.
Delle sue innumerevoli avventure, ne ricorderemo solo qualcuna. Nel 1830, una sera si presentò da solo a casa del parroco di Pedace, Giuseppe Riparelli e lo costrinse a restituire i 500 ducati estorti con l'inganno ad una giovane contadina di nome Filomena e li restituì alla donna come dote per il matrimonio. Nel 1835 andò al Teatro di Cosenza per assistere, travestito da nobile, all'esibizione del famoso soprano Caterina Longoni. La sera si mescolò agli invitati alla cena tenuta dopo la rappresentazione, rapì la Longoni davanti a tutti e la portò con sé sulla Sila per 8 giorni.
La sua leggenda cresceva, perché continuava ad aiutare le persone in difficoltà: era il paladino non solo dei poveri, ma anche dei vecchi, delle donne e dei bambini. Contemporaneamente, aumentava anche la taglia per la sua cattura: gli davano la caccia guardie urbane, guardie forestali, gendarmi e reparti dell'esercito borbonico, ma non fu mai preso e così la sua banda, poiché erano protetti da religiosi e dal popolo. Lo scrittore calabrese Nicola Misasi scrisse di lui: "Il certo è questo, che il suo nome, nome di malfattori, qui da noi è ricordato con lode più che con biasimo, come quello di un protettore del povero contro il ricco, del debole contro il forte".
Nel 1844, il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, su suggerimento del ministro Del Carretto, iniziò una trattativa segreta col famoso brigante offrendogli, in cambio della resa, una pensione di sei ducati e una modesta dimora nell'Isola d'Ischia che il brigante accettò, a patto che anche alcuni suoi compagni fossero perdonati e trattati allo stesso modo. Così pose fine alle sue gesta e si ritirò nel suo esilio dorato a Ischia, dove morì, nel 1886, a più di ottant'anni.
La sua romantica leggenda continua.