L’Europa, Italia compresa, resta ferma: nessuna sanzione, nessuna decisione. Solo parole
di Fiore Sansalone
All’alba Gaza è stata colpita ancora.
Carri armati israeliani hanno sfondato nel cuore della capitale, dividendola in due. Blindati sulle arterie principali, droni nei cieli, artiglieria costante. Palazzi ridotti a scheletri, interi quartieri cancellati. L’esercito rivendica il controllo di ampie zone, ma quello che resta è solo maceria.
Trecentomila persone in marcia verso Sud. Donne con bambini, anziani sorretti dai nipoti, sacchi di plastica come unico bagaglio. Non cercano più salvezza, cercano di sopravvivere. Ma rifugio non c’è: scuole stipate, campi che finiscono il pane in un’ora, acqua distribuita a bicchieri.
Negli ospedali la scena è quella di un assedio totale: generatori spenti, amputazioni senza anestesia, neonati che non resistono nelle incubatrici ferme. Corpi abbandonati nei corridoi. È una realtà documentata, che scorre davanti agli occhi di un mondo immobile.
Eppure le capitali restano ferme. Washington rinnova il sostegno a Israele. L’Europa invoca pause umanitarie che restano lettera morta. I governi arabi protestano senza conseguenze. E nel concreto? Nulla. Né Bruxelles né Roma hanno adottato decisioni vincolanti: nessun embargo sulle armi, nessuna pressione economica, nessuna sanzione. Solo parole senza seguito. Un vuoto che diventa complicità.
In questo contesto, la formula dei “due popoli, due Stati” appare ormai irrealistica. Gaza è rasa al suolo, la Cisgiordania strangolata dagli insediamenti. Non ci sono due Stati: c’è un popolo inerme sotto assedio. Fame, sete, bombardamenti. Un progetto che molti definiscono annientamento.
E intanto cresce l’instabilità globale. A Est la Russia accusa la NATO di essere parte in causa della guerra in Ucraina. In Europa si parla di riarmo, Macron prepara ospedali per soldati, la Germania corre a rafforzare il proprio esercito. Gaza e Ucraina non sono più crisi separate: sono tasselli dello stesso equilibrio che si incrina.
Ogni giorno senza scelte concrete — corridoi umanitari veri, accesso a osservatori indipendenti, embargo sulle armi — ci spinge più vicino all’abisso. Gaza non è più una città: è un recinto di sangue. Ma Gaza non riguarda solo il Medio Oriente: riguarda la nostra idea di umanità e la credibilità della politica internazionale.
La storia non assolverà nessuno. Non potremo dire che non lo sapevamo. Non potremo fingere di non aver visto. E se oggi non troviamo il coraggio di fermare questa spirale, scopriremo domani che la guerra non era lontana: era già qui, sotto i nostri occhi.









