di Luca Giuliani
Il Governo continua a cercare risorse per calmierare il prezzo dei carburanti, ma la verità è sotto gli occhi di tutti: basterebbe intervenire seriamente sulle accise che da decenni gravano su benzina e gasolio.
Tasse nate per emergenze ormai lontane nel tempo sono diventate una fonte stabile di entrate per lo Stato, trasformando un’imposta straordinaria in una tassa permanente.
Oggi più della metà del prezzo che paghiamo alla pompa non è carburante, ma tasse. Accise e IVA pesano oltre il 55% sul costo finale. In pratica, quando facciamo rifornimento, stiamo pagando più allo Stato che al petrolio. E come se non bastasse, paghiamo anche l’IVA sulle accise, cioè una tassa su un’altra tassa.
Si parla spesso di aumento del petrolio, di guerre, di crisi internazionali, ma il vero problema italiano è la pressione fiscale sui carburanti. Anche se il prezzo del petrolio scendesse drasticamente, il carburante in Italia resterebbe comunque caro proprio a causa delle imposte.
Il punto è semplice: le accise garantiscono allo Stato decine di miliardi di euro ogni anno. Rinunciare a queste entrate significherebbe dover trovare soldi altrove oppure tagliare la spesa pubblica. Ed è per questo che nessun governo, di qualsiasi colore politico, ha mai avuto il coraggio di eliminarle davvero.
Alla fine, come sempre, il peso ricade sui cittadini, sui lavoratori, sui trasporti, sulle imprese e su tutta la filiera dei prezzi, perché quando aumenta il carburante aumenta tutto: alimentari, trasporti, bollette, servizi.
Il carburante in Italia non è caro per il petrolio, ma per le tasse. E finché non si avrà il coraggio di dirlo chiaramente e intervenire strutturalmente, ogni intervento sarà solo un palliativo e i cittadini continueranno a pagare il conto.









