di Stefania Pettinato

Nei mesi più freddi dell’anno, quando la terra riposava e i campi offrivano meno lavoro, nelle case e nelle stalle di Carpanzano prendeva vita un’antica tradizione fatta di manualità, pazienza e saperi tramandati di generazione in generazione: la lavorazione dei cesti.

Tra gennaio e febbraio, con il clima rigido e le giornate corte, contadini e anziani del paese si riunivano attorno al fuoco o nei piccoli laboratori domestici per dedicarsi all’intreccio di canne, vimini e altri materiali naturali. Era un’attività che richiedeva esperienza, precisione e soprattutto passione. Le mani, segnate dal lavoro nei campi, si muovevano con abilità, trasformando semplici rami flessibili in oggetti solidi, utili e, spesso, anche di grande valore estetico.

Nascevano così cesti, panieri e sporte destinati a diventare strumenti indispensabili nella vita quotidiana della civiltà contadina. Con l’arrivo della bella stagione e nei primi mesi dell’autunno, questi manufatti accompagnavano le famiglie durante la raccolta dei prodotti della terra: frutta, ortaggi, cereali, uva, castagne, funghi e olive venivano trasportati proprio grazie a questi contenitori resistenti e funzionali.

Ogni cesto raccontava una storia. La scelta dei materiali, il tipo di intreccio, la forma e la grandezza variavano in base all’uso a cui era destinato. Non esistevano due pezzi identici, perché ogni artigiano lasciava nella lavorazione il proprio stile e la propria esperienza. Per questo motivo, oltre alla loro funzione pratica, i cesti rappresentavano autentiche opere artigianali, piccoli capolavori che univano tradizione e creatività.

Questa attività non era soltanto un lavoro, ma anche un momento di socialità. Durante le lunghe serate invernali si intrecciavano non solo vimini, ma anche racconti, ricordi e insegnamenti. I più anziani trasmettevano ai giovani tecniche e segreti del mestiere, contribuendo a mantenere viva una tradizione che rappresentava un tassello importante dell’identità culturale locale.

Oggi, sebbene l’uso dei cesti artigianali sia stato in parte sostituito da materiali industriali, l’arte dell’intreccio continua a essere un simbolo prezioso della memoria storica di Carpanzano. Custodire e valorizzare questa tradizione significa preservare un patrimonio di saperi che racconta il rapporto profondo tra l’uomo, la natura e il lavoro.

 

STEFANIA PETTINATO
Author: STEFANIA PETTINATO
Biografia:
Maria Stefania Pettinato Vive a Scigliano, è madre di due figli e lavora nel comparto scuola come operatrice addetta alle aziende agricole. Ha studiato come agrotecnico e operatore agrituristico. Il suo mondo ruota attorno alla famiglia, alla natura, all’agricoltura e al silenzio che queste sanno offrire. Dal 2009 al 2023 ha conseguito vari attestati, tra cui: • Corso di potatura dell’olivo a vaso policonico • Tecniche agronomiche di potatura e innesto a vari livelli • Conservazione della biodiversità Ha partecipato a sei campionati regionali calabresi di potatura dell’olivo, classificandosi anche al terzo posto. Nel 2010 è nato il suo sogno: “Antica Fattoria – Azienda Agricola Elicicola di Stefania Pettinato”, dedicata all’allevamento e alla vendita di lumache da gastronomia. Nel 2018 ha avviato anche la produzione di caffè di cicoria, bevanda usata nel periodo di guerra e resa celebre dal commento di Totò come “una ciofeca”... ma che, in realtà, è un caffè salutare e benefico. Sin da bambina, grazie alla fortuna di crescere con i nonni, conosce le erbe aromatiche, selvatiche e officinali: una passione che ancora oggi coltiva preparando tisane, unguenti, oleoliti e creme. È in possesso di patente agricola e forestale, appassionata di trekking e qualificata anche come operatrice socio-sanitaria. Ha frequentato un corso di formazione per volontari della Croce Rossa Italiana. E poi… ama sorridere, essere empatica e vivere profondamente la vita e la terra: godere del sole, della pioggia, della neve e delle stagioni. Ama la vita e la libertà di viverla.


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