di Fiore Sansalone
Il Carnevale è la festa dell’allegria e del divertimento, le cui radici trovano riscontro nelle celebrazioni delle antiche festività pagane, come i Saturnali che si tenevano nella Roma imperiale in onore di Saturno, dio dell’abbondanza e dell’uguaglianza tra gli uomini. Tali celebrazioni erano caratterizzate da banchetti, giochi d’azzardo, danze e orge sfrenate, durante le quali regnava indisturbato, per una settimana (fra il 17 e il 23 dicembre), un rex Saturnaliorum.
Era questo un periodo dell’anno in cui i ruoli sociali si invertivano: addirittura gli schiavi "potevano burlarsi del padrone e farsi servire a tavola" (Alfredo Cattabiani).
La ricorrenza del Carnevale, ancora tanto sentita in molti villaggi del Savuto, celebra l’inizio della bella stagione e del nuovo anno vegetativo, suggellando la fine dell’inverno con riti religiosi e propiziatori che affondano le loro radici nella notte dei tempi. È dunque un periodo di passaggio tra la stagione invernale e quella primaverile, trascorso in piena libertà, senza riserbo né impedimento alcuno: un tempo di gioia e di allegria sfrenata, accompagnato da balli, canti, suoni, scherzi e burle.
I primi giorni del Carnevale trascorrevano tranquillamente, senza eccessi né particolari usanze.
Il giovedì “grasso” dava inizio alla settimana dei festeggiamenti e delle grandi abbuffate, che terminavano il martedì, giorno che precedeva la ricorrenza delle Sacre Ceneri. Recita un vecchio adagio calabrese: ’U jovi lardarolu, chine ’un tena carne se mangia lu soi figliolu, a sottolineare l’importanza della carne sulle tavole della gente del Savuto.
Il Carnevale, dunque, nella cultura contadina è definito 'a festa da panza. Per la famiglia savutana è quasi un rito sacro sedersi a tavola durante tale periodo:
Duminica, luni e marti
nun se fa nessuna arte,
se pensa sulu a mangiare,
è la festa de Carnulevare.
Durante i tri jurni non si pensa ad altro e, tantomeno, è permesso lavorare; se, malauguratamente, qualcuno non rispetta tale usanza, viene allontanato con forza e costretto a pagare da bere a tutta la compagnia. Scrive Vincenzo Dorsa nel suo saggio L’origine greco-latina delle tradizioni calabresi: "Guai alle donne che per caso si trovassero nelle vie intente a filare o a far di calzetta: la lieta brigata strappa loro fuso, conocchia e ferretti".
Con l’arrivo de i tri jurni, il Carnevale culmina in suoni, canti e balli: momenti di gioia e di allegria da vivere in piena libertà e senza vincoli. Nascosti dietro le maschere, celando la propria identità, ci si diverte compiendo follie, buffonate, scherzi e, talvolta, anche aggressioni e violenze di vario genere.
Avverte un vecchio detto:
Pasqua ’mpede ’na frasca,
Natale duve te trovi,
i tri jurni ’ncasa toi.









