di Antonietta Malito
Nel cuore della Calabria, la mano ispirata di un umile frate siciliano ha lasciato un’impronta indelebile scolpita nel legno: tre straordinarie statue dell’Ecce Homo, raffigurazioni intense e commoventi di Cristo flagellato, coronato di spine, sospeso tra il dolore umano e la luce della redenzione. Tre opere, tre scrigni di arte e spiritualità, accomunate dallo stesso autore, Fra’ Umile da Petralia (Giovan Francesco Pintorno, 1600–1639), che seppe trasformare il legno in preghiera, dolore, e bellezza.
![]()
L’Ecce Homo di Mesoraca: tra storia, leggenda e miracolo
Tra queste, l’opera custodita nel Santuario del Santissimo Ecce Homo a Mesoraca (Crotone) è la più celebre e venerata. Realizzata nel 1630, questa scultura in legno di tiglio, ricavata da un tronco abbattuto da un fulmine, è considerata un capolavoro assoluto per l’intensità dello sguardo e la delicatezza dei tratti. Secondo una suggestiva leggenda, il frate si ritirò nei sotterranei del convento per modellarla in silenzio e preghiera. Ma quando tentò di scolpire gli occhi di Cristo, non riuscì a renderli come li aveva “visti” nella meditazione. Pregò allora gli angeli, che, si narra, donarono essi stessi l’espressione allo sguardo. Occhi vivi, penetranti, che sembrano guardare ogni visitatore da qualsiasi angolazione, trasmettendo perdono e pace. Un’opera che ha generato miracoli, guarigioni e una devozione popolare che attraversa i secoli.

L’Ecce Homo di Dipignano: un’altra firma certa
Non meno importante, l’Ecce Homo custodito nel convento di Santa Maria delle Grazie a Dipignano (CS), databile tra il 1622 e il 1633, conferma lo stile inconfondibile di Fra’ Umile: la delicatezza delle carni, lo sguardo che mescola dolore e accettazione, la perfetta armonia del volto. Anche qui, l’impronta dell’artista è chiara e inequivocabile, in un’opera che continua a commuovere fedeli e studiosi.

L’Ecce Homo di Grimaldi: un tesoro del Savuto
Ma c’è un terzo “Ecce Homo” in Calabria, meno noto ma non meno prezioso: quello custodito nel Convento di Sant’Antonio di Padova a Grimaldi. Questa scultura, in legno di pioppo, con occhi di cristallo, è attribuita a Fra’ Umile da Petralia o alla sua scuola. I segni dello stile del frate ci sono tutti: l’intensità espressiva, l’umanità commovente del volto, la cura minuziosa dei particolari. Anche se non c’è certezza assoluta sulla paternità, gli elementi tecnici e artistici avvicinano quest’opera a quelle di Mesoraca e Dipignano.
A lungo portata in processione, ogni anno e soprattutto in occasione di calamità naturali, questa statua era invocata dalla popolazione per proteggere il paese da disastri ambientali che potevano compromettere l’economia agricola locale. Oggi, invece, questa meraviglia, capace ancora di parlare con forza a chi vi si avvicina con cuore aperto, è custodita nell’abside della chiesa, in una nicchia che sovrasta l’altare.
È il momento di riscoprirla e raccontarla. Perché non si tratta solo di un oggetto d’arte sacra, ma di una testimonianza viva della fede e della maestria di uno degli scultori più intensi del Seicento italiano. Un artista capace di trasformare il dolore in bellezza, la meditazione in forma, la preghiera in opera d’arte.









