di Antonietta Malito
Pierluigi Pedretti, studioso, divulgatore, docente presso il Liceo Bernardino Telesio di Cosenza, porta nella narrativa “Ester e il sovversivo”, l’incontro tra due mondi solo in apparenza lontani: il Trentino asburgico e la Calabria della valle del Savuto.
Ambientato negli anni del fascismo e del confino politico, il romanzo intreccia la grande storia del Novecento con le vicende intime dei suoi personaggi, restituendo il volto quotidiano del regime, fatto di paure, silenzi e conformismi radicati nella vita di paeseA Grimaldi si incontrano Ludovico, intellettuale trentino confinato, ed Ester, giovane donna custode di una memoria antica e marginale. Attraverso la loro relazione, l’autore racconta un’Italia periferica ma centrale nella formazione delle coscienze, dove l’amore e l’incontro con l’altro diventano strumenti di crescita, consapevolezza e resistenza morale. Pierluigi, in “Ester e il sovversivo” s’incontrano Trentino e Calabria, due terre per te centrali e solo in apparenza lontane.
Pierluigi, quale alchimia narrativa nasce da questo dialogo tra mondi così diversi?
«Il contesto storico e sociale del mio romanzo è quello riguardante due regioni italiane, che sembrano agli antipodi. La Calabria, terra difficile e problematica, assiste al passaggio dal liberalismo di inizio ‘900 al fascismo in modo apparentemente indolore. In realtà, nell’estrema regione peninsulare cova un profondo malessere causato dalla persistenza al potere dei notabili locali, padroni di terre ( i cosiddetti “Don”), che subito si adeguano ai nuovi governanti. I braccianti, i “turreri”, invece, continuano ad essere soggiogati. Il nuovo padrone, l’Italia, non lascia indenne neanche il Trentino, per secoli asburgico, che è “costretto”, dopo la Prima guerra mondiale, ad integrarsi nello stato italiano, subendone le conseguenze: nel Bel Paese molti diffidano dei trentini considerandoli “austriacanti” e molte questioni sociali - la povertà è molto diffusa - restano irrisolte. Non si dimentichi anche che decine di migliaia di contadini trentini morirono – come quelli meridionali che caddero per l’Italia – combattendo per l’imperatore Francesco Giuseppe. Insomma, l’alchimia narrativa a cui tu fai riferimento, nasce dal carcere di capire - come figlio di due mondi tanto lontani - chi sono io e chi erano i miei avi, calabresi e trentini. E quali fossero le analogie e le differenze tra regioni così apparentemente diverse. Tutto messo sotto forma di romanzo, anche d’amore, tra i due protagonisti: la calabrese Ester e il trentino Ludovico».
Nel libro, il fascismo è soprattutto paura quotidiana, fatta di piccoli gesti e di grandi silenzi. Cosa ci insegna oggi quel “fascismo di paese”, fondato su indifferenza e rassegnazione?
«La Calabria era, per la sua perifericità, la terra ideale per il confino di migliaia di italiani, più o meno noti – uno tra tutti Cesare Pavese – e la sola valle del Savuto ne accoglieva a centinaia. Ludovico è un uomo molto curioso, amante delle buone letture e ha sete di sapere, confinato nel 1938 dal fascismo a Grimaldi, scopre una realtà completamente sconosciuta. Per lui significa approdare in una terra esotica. Arriva in Calabria con una guida alla regione scritta da un misconosciuto (per lui) Corrado Alvaro, legge tanto e osserva molto parlando con le persone, soprattutto le più umili. Proprio a contatto con loro e con Ester, il trentino matura la sua totale repulsione al fascismo, che vede fondato non solo sulla violenza fisica e sulle vuote parole della propaganda, ma anche sulla paura e sull’opportunismo e vigliaccheria di molti. Dai grimaldesi apprende che i vecchi padroni, gli antichi Don, gli “sciammergari”, hanno legato coi nuovi per lasciare immutate le cose».
Chi è davvero Ludovico? Da quali “aree” della tua sensibilità o della tua memoria prende forma questo personaggio?
«Ludovico è la summa di diverse figure maschili appartenenti alla mia famiglia paterna, che era originaria di Fiavè, terra delle Giudicarie Esteriori chiusa tra il lago di Garda e le dolomiti del Brenta. Un’area connotata dalla povertà e dall’emigrazione. Ludovico, dal germanico Ludwig, significa “Luigi”, come mio nonno, il quale si ritrovò, dall’oggi al domani, catapultato in Calabria con la famiglia per aver insultato un capo fascista. Non a caso, Ludovico, in qualche modo alter ego dell’autore, è uomo di profonda moralità. L’educazione familiare, permeata di profonda moralità e di forte etica del lavoro, lo aiuta a tenere gli occhi aperti. Può così non farsi accecare dalla retorica fascista, pur essendo stato lui da ragazzo un fervente nazionalista, e guardare quanta miseria umana lo circonda, soprattutto in Calabria, dove clientele, invidie, odi e rassegnazione dominano incontrastate. Altro che “stato etico”».
Ester è giovane, luminosa e piena di contrasti. Come nasce il suo personaggio?
«Ester nasce dalla stessa storia di Grimaldi e dalla deformazione immaginativa di personaggi realmente esistiti. Come molti paesi calabresi, anche Grimaldi aveva un quartiere ebraico, la cui memoria persisteva fra i più anziani. Alcuni stemmi ed epigrafi, posti sui portali, che riproducono stilizzate la Menorah, il candelabro a sette bracci, sono lì a rammentarlo. Lo attestano anche i ricordi delle famiglie che si tramandano la loro origine ebraica, così come i loro nomi e cognomi. Parliamo, in realtà, degli eredi dei marrani, i finti convertiti al cristianesimo che continuarono segretamente per secoli a praticare la fede degli avi, dopo che gli spagnoli li costrinsero nel ‘500 alla fuga o alla conversione forzata. Ester è forse il primo vero incontro con l’alterità assoluta in cui Ludovico si imbatte e che lo guida nella scoperta di un mondo nascosto e di tradizioni e rituali ormai limitati esclusivamente al ristretto ambito familiare di cui lei è l’ultima erede. Un mondo nuovo e affascinante si spalanca davanti al trentino che, curioso com’è, non si sottrae a questa esperienza straordinaria. Sicuramente la forte personalità di Ester, la sua risolutezza e il suo fascino hanno avuto un forte impatto emotivo sul più anziano Ludovico, tanto da spingerlo verso una maturità piena e più consapevole».
Anche Rachele, la nonna, sembra portare con sé una forza antica. Quanto hanno contato le donne, reali o letterarie, nel plasmare il tuo sguardo sul mondo?
«Rachele Aiello è depositaria della lunghissima tradizione marrana e la trasmette alla nipote Ester, orfana fin da bambina di madre e padre. La tradizione delle streghe guaritrici è antichissima e attraversa secoli e terre di ogni dove. Strie trentine e magare calabresi sono donne in sospetto delle Chiese, ma in realtà praticavano antichi riti pagani che miravano alla guarigione dei malati attraverso decotti, pozioni, infusi, unguenti e quant’altro forniva la natura. Rachele e Ester vi aggiungono la tradizione della magia di ambito ebraico, di cui il Liber Razielis non è che uno degli innumerevoli aspetti. Mille erano le voci incontrollate su Rachele. La più incredibile di esse sosteneva che avesse la capacità di levitare dal suolo: in molti giuravano di averla vista sollevarsi in cielo nelle notti di luna piena. I malevoli dicevano che nonna e nipote, da vere magare, usavano formule magiche per piegare le persone al loro volere. In un contesto di pregiudizi e miseria culturale alle due donne non restava che l’(auto)isolamento. L’immagine delle donne che emerge dal romanzo è certamente quella più intrigante e potente. Tanto che il romanzo avrebbe dovuto avere un solo protagonista, il maschio Ludovico, e invece - man mano che scrivevo - ad emergere è stata la femmina Ester, ben più giovane. Probabilmente ciò è dovuto anche alla mia esperienza di bambino quando seguivo mia nonna paterna (trentina) e mia madre (calabrese) nelle case delle comari, dove ascoltavo storie incredibili di terre, uomini e donne grimaldesi di ogni tempo e luogo».
Il romanzo è attraversato da segni, presagi, simboli. Hai voluto restituire la mentalità contadina di quegli anni o ti interessava soprattutto una dimensione quasi magica del passato?
«La mia esperienza si esauriva prima di “Ester e il sovversivo” in trent’anni di scrittura critica per giornali e riviste, poi ho provato la narrazione antropologica (Un demone in bicicletta, 2018) e la divulgazione storica (Roma sul Savuto, 2022). Quando mi sono capitate tra le mani due storie vere, una trentina e l’altra calabrese, non potevo fare altro che – come consigliava John Berger – raccoglierle e metterle insieme. Ovviamente mi sono sentito pronto solo dopo un anno di studio e raccolta di testimonianze, e tenendo a mente i consigli di Giorgio Bassani, che ricordava che scrivere un romanzo è prima di tutto costruire la struttura. Premessa necessaria per rispondere nello specifico alla tua domanda. Insomma ho voluto costruire una sorta di romanzo civile, sotto le spoglie del genere storico, per raccontare in realtà la contemporaneità attraverso la vicenda di protagonista e comprimari, che attraverso l’odio e l’amore raccontano quel che siamo. Dunque, “segni, presagi, simboli” non hanno alcunché di magico, ma sono funzionali ad una trama più che realista».
Nel finale richiami la vicenda reale di Basilio Bianchi. Cosa ti ha spinto a intrecciare la vita dei tuoi personaggi con la sua memoria storica?
«Siccome tutto il contesto storico è vero, ho immaginato - date le dimensioni di Grimaldi - che Ludovico Calza, confinato a Grimaldi nel 1938, incontrasse il quattordicenne Basilio Bianchi e con lui si stabilisse una sorta di relazione tra “maestro e allievo”. Nell’appendice al romanzo ho poi inserito una lettera inviata dall’antifascista grimaldese Bruno Sefardelli a Ludovico, in cui viene raccontata in forma narrativa la triste ed eroica fine di Basilio Bianchi, soldato di leva, sospeso dall’armistizio dell’8 settembre in Piemonte. I documenti dell’Istituto Storico della Resistenza di Biella lo ricordano con queste parole: “È da riconoscere a Basilio Bianchi di aver scelto la guerra partigiana in tempi in cui essa era ancora in fase embrionale, essendo molti gli ex militari rimasti in clandestinità in attesa degli eventi, alcuni dei quali avrebbero aderito alla Resistenza molto più tardi”. Aveva solo 19 anni quando fu preso, torturato (senza tradire i compagni) e trucidato a Biella dai nazisti alla vigilia di Natale del 1943. Cresciuto in un’Italia trasformata nel profondo dalla propaganda e dall’educazione fascista, Basilio seppe comunque compiere una scelta diversa: salire in montagna e combattere per la libertà. La sua vicenda — come quella di tanti altri — testimonia che la Resistenza non fu soltanto una guerra contro un nemico esterno, ma anche una battaglia interiore e morale, combattuta nelle coscienze di milioni di italiani che, in un tempo di tenebra, dovettero decidere quale Paese volessero contribuire a costruire».
I luoghi, le storie e le leggende di Grimaldi sono una fonte preziosa del tuo romanzo. C’è un luogo o un racconto che continua a essere per te particolarmente vivo e significativo?
«Sì, Santa Lucerna, la “montagna sacra” dei grimaldesi. Non tutti sono consapevoli dell’importanza del luogo, crocevia plurisecolare di genti e culture diverse. Fin dai tempi più antichi, prima ancora dell’arrivo di greci e brettii, il futuro monte di “Colombano” (perchè “Lucerna” era l’epiteto con cui veniva definito il santo irlandese dai monaci al seguito dei normanni) è stato popolato e conteso da popoli di ogni dove. Basti pensare che poco prima dell’anno 1000 era il confine tra arabi, bizantini e longobardi. Con questi ultimi che hanno gettato le basi di alcune tra le leggende più affascinanti che ancora oggi si raccontano a Grimaldi e dintorni. Per me è anche il simbolo della Calabria e delle sue potenzialità: la valorizzazione del suo territorio e dell’intricato sistema di mura antiche e vie che lo attraversano, nonché di casupole di pietra annidate quasi sulla cima, lo renderebbe - attraverso il reperimento di finanziamenti ad hoc previsti da Unione Europea e Stato italiano - qualcosa di unico, come attesta l’interesse di un importante archeologo come Fabrizio Mollo. E se poi si provvedesse anche alla salvaguardia e valorizzazione della Grimaldi medievale, distrutta nel 1638 dal terremoto, si potrebbe creare un circuito turistico-culturale legato alla storia di una vasta zona della Valle del Savuto».
Hai presentato il tuo libro a Trieste, nel famoso San Marco, il Caffè storico degli intellettuali triestini (Svevo, Saba, Slataper, Stuparich). Quali emozioni hai provato?
«Confesso che per molti aspetti ero timoroso. Due erano le ragioni. La prima, legata alla grande tradizione letteraria di Trieste e a un pubblico considerato tra i più colti d’Italia. Ne sarei stato all’altezza? La seconda, sarebbe piaciuto un romanzo come il mio che, come storia, sembrava aliena dalle vicende di quella città di confine travagliata dalla Storia e crogiolo di etnie diverse come la slovena, l’italiana, la greca, l’ungherese, la serba e la croata, nonché l’ebraica? Devo dire che tutto è andato benissimo, grazie soprattutto all’ANPI di Trieste che mi ha accolto calorosamente mettendomi subito a mio agio e facendomi sentire a casa. E, riflettendoci, un po’, a casa forse mi sono sentito anche considerando la comune “patria asburgica” dei miei antenati trentini».










