di Antonietta Malito
C’è un profumo che, d’estate, riempie l’aria della Valle del Savuto. È sottile ma persistente, pungente ma dolce: è quello del finocchietto selvatico, l’erba aromatica che cresce spontanea sui pendii assolati, tra i sentieri collinari e i muretti a secco che raccontano secoli di storia contadina. Un profumo che è, al contempo, casa, tradizione, memoria.
In questi mesi estivi, la natura calabrese si risveglia in tutta la sua generosità, e il finocchietto diventa protagonista silenzioso di passeggiate, raccolte e rituali antichi. C’è chi lo cerca per passione, chi per necessità, e chi per amore, come zu' Pasquale, 84 anni. «Ci andavo con mio nonno - mi racconta con emozione - avevo sei o sette anni. Mi portava con lui la mattina presto, con una sporta di stoffa e un bastone. Mi diceva sempre: "u finucchjeddu bonu 'u trovi addue vattadi 'u sule e l’aria è frisca". Da allora, non ho mai smesso di cercarlo».
Zu' Pasquale cammina piano, ma con passo deciso. Conosce ogni pietra, ogni radice, ogni curva del sentiero che si arrampica tra gli ulivi e i fichi d’India. Anche oggi, con il cappello di paglia calcato in testa e la camicia a quadri, si è incamminato all’alba per raccogliere qualche mazzo di finocchietto, quello buono, tenero, profumato. Il finocchietto selvatico è una spezia, una medicina naturale, un pezzo di cultura popolare. Le sue foglioline sottili e il profumo inconfondibile lo rendono un ingrediente insostituibile per aromatizzare le olive in salamoia, come si fa ancora in molte famiglie del Savuto. È l’anima nascosta dei taralli salati, un tocco di classe in alcuni dolci della tradizione, ma anche un alleato nella preparazione di liquori e infusi digestivi.

«Mia moglie - mi confida con un pizzico di malinconia - lo metteva nel pane che faceva in casa. Una volta si usava anche per calmare i dolori di stomaco, si faceva bollire e si beveva l’acqua. Niente medicine, solo finocchietto». Raccogliere il finocchietto selvatico è un rituale antico, un modo per restare legati alla terra, per ricordare chi siamo. Lo sanno bene i tanti appassionati che, armati di pazienza e amore per la natura, si inoltrano tra i boschi e le colline del Savuto. Ogni mazzetto raccolto è una piccola dichiarazione d’amore per la propria terra. E se oggi la fretta sembra aver cancellato molti di questi gesti, ci sono ancora giovani e anziani che si ostinano a conservarli, a tramandarli, a viverli.
Oltre al sapore, il finocchietto è noto per le sue proprietà benefiche perché aiuta la digestione, allevia il gonfiore addominale, ha effetti antinfiammatori e depurativi. Un concentrato di salute a costo zero, che cresce spontaneamente e senza bisogno di pesticidi o fertilizzanti, che potrebbe diventare anche una risorsa economica per il territorio. Valorizzarlo, magari attraverso piccole produzioni locali, mercatini contadini, laboratori di trasformazione, significherebbe dare nuova linfa a una tradizione che rischia di scomparire.
E mentre Zu' Pasquale torna lentamente a casa, col suo mazzo profumato sotto braccio, ci lascia un insegnamento prezioso: che nella semplicità della natura c’è tutto ciò che serve per essere felici. Basta solo saperlo cercare.









