PATERNO CALABRO – L’ultima seduta del Consiglio comunale di Paterno Calabro continua ad alimentare il dibattito politico e istituzionale. A intervenire è l’ex sindaca Lucia Papaianni, che affida a una nota alcune riflessioni sulle modalità con cui si è svolto il confronto nell’assise cittadina.
Al centro del suo intervento, il rispetto del contraddittorio, il ruolo delle istituzioni e la necessità di garantire un dibattito democratico nel quale tutte le posizioni possano trovare spazio. Attraverso il richiamo a un antico detto dialettale, «Sa canta e sa sona», l’ex prima cittadina esprime le proprie critiche e invita a riflettere sul significato del confronto politico.
Riceviamo e pubblichiamo integralmente la nota dell’ex sindaca Lucia Papaianni
“SA CANTA E SA SONA…”
C'è un vecchio detto dialettale che, nella sua semplicità, racchiude una grande verità: “Sa canta e sa sona”.
Si canta, si suona, si sceglie la musica, si stabiliscono i tempi e, possibilmente, si organizza anche il pubblico per ricevere gli applausi.
Tutto molto facile. Soprattutto quando manca il contraddittorio.
È facile parlare di chi non è presente. È facile raccontare la propria versione dei fatti senza che l'interessato o l'interessata possa intervenire, chiarire, documentare o semplicemente dire: «Guarda che forse stai esagerando».
Ma viene spontanea una domanda: perché si teme tanto il confronto?
È paura di essere smentiti? È bisogno di consenso? È la convinzione di possedere una verità assoluta, che non ammette repliche?
E soprattutto, quando il pubblico sembra già conoscere il copione, quando domande e interventi appaiono tutt'altro che spontanei e persino esclamazioni come «Per oggi direi che può bastare» sembrano voler mettere il punto finale a una rappresentazione, viene da chiedersi dove finisca il confronto democratico e dove cominci lo spettacolo.
Un Consiglio comunale non è un teatro.
È uno dei luoghi più alti della democrazia locale. È la casa del confronto, della responsabilità, della trasparenza e del rispetto istituzionale.
Non dovrebbe diventare il palcoscenico delle frustrazioni personali, delle rivincite, delle accuse rivolte agli assenti o della continua ricerca di qualcuno al quale attribuire responsabilità.
Perché è sempre troppo comodo individuare negli altri la causa di ogni problema, evitando di interrogarsi sulle proprie scelte, sulle proprie capacità e sulle proprie responsabilità.
È il vecchio principio del «me ne lavo le mani», possibilmente davanti a una platea pronta ad applaudire.
Eppure, la forza di chi ricopre un ruolo istituzionale non si misura dalla quantità di applausi che riesce a ottenere, ma dalla capacità di accettare il confronto, anche quando è scomodo.
Chi è davvero sicuro delle proprie ragioni non ha bisogno di costruire una narrazione a senso unico. Non teme le domande, non rifugge le risposte e non cerca di orientare il giudizio degli altri attraverso suggestioni e insinuazioni.
Il confronto è democrazia. Il monologo, invece, può diventare uno strumento per condizionare la percezione di chi ascolta.
E fortunatamente, anche nei momenti in cui il dibattito rischia di trasformarsi in rappresentazione, esistono figure istituzionali preparate, consapevoli del proprio ruolo e capaci di riportare l'attenzione sulle norme, sui fatti e sulla corretta interpretazione degli atti.
Perché talvolta basta un richiamo puntuale alla legge, una precisazione tecnica, una spiegazione competente per ricordare a tutti che le istituzioni non vivono di applausi, ma di regole, verità documentabili e responsabilità.
La democrazia non ha bisogno di registi, comparse o spettatori compiacenti.
Ha bisogno di persone libere, capaci di pensare con la propria testa.
E soprattutto ha bisogno di una cosa che nessun monologo potrà mai sostituire: il coraggio del contraddittorio.
Perché chi racconta una storia senza consentire all'altra parte di parlare non ha necessariamente raccontato la verità.
Ha raccontato soltanto la propria versione.
E alla fine, come sempre, il tempo saprà distinguere chi ha rispettato le istituzioni da chi le ha confuse con un palcoscenico.
Sa canta e sa sona… ma non sempre chi applaude conosce tutta la musica.
