«Dal Savuto al Pollino, dal Catanzarese al Reggino: agricoltori e autotrasportatori chiedono di poter vivere del proprio lavoro. Le ipotesi di infiltrazioni mafiose non possono trasformarsi in un'accusa collettiva senza prove»

 

di Fiore Sansalone

C'è un limite che non dovrebbe mai essere superato. Ed è quello che separa il dovere di vigilare sulla legalità dalla tentazione di guardare con sospetto un'intera protesta popolare.

In Calabria, da giorni, agricoltori e autotrasportatori stanno facendo sentire la propria voce. Lo fanno perché il costo del carburante pesa sui bilanci delle aziende, perché le spese aumentano, perché lavorare non sempre significa riuscire a guadagnare abbastanza per mantenere una famiglia.

Lo fanno perché, dietro un volante o sopra un trattore, non ci sono soltanto numeri, fatture e partite IVA.

Ci sono uomini e donne che ogni mattina si alzano per portare un pezzo di pane a casa.

Ci sono padri che partono quando è ancora buio. Ci sono madri che mandano avanti aziende agricole tra debiti, scadenze e sacrifici. Ci sono persone che trascorrono più tempo sulla strada che con i propri figli. Ci sono famiglie che hanno investito tutto in un camion, in un terreno, in un'attività costruita con anni di lavoro.

Ed è a queste persone che bisogna pensare quando si parla delle proteste calabresi.

Dal Savuto al Pollino, dal Catanzarese al Reggino, dal Vibonese al Crotonese, la preoccupazione è la stessa: come si continua a lavorare quando i costi rischiano di mangiarsi il frutto di ogni giornata di fatica. 

Poi arrivano le parole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.

Intervenendo a Sky TG24, il Guardasigilli ha sostenuto che vi sia una forte probabilità che la criminalità organizzata possa strumentalizzare o infiltrarsi nelle proteste dei camionisti.

Una dichiarazione pesante. Pesantissima, soprattutto in una terra come la Calabria.

Perché qui la parola mafia non è un'espressione da utilizzare con leggerezza. È una ferita reale. È una storia di violenza, intimidazioni, ricatti, imprese soffocate e cittadini che hanno pagato un prezzo altissimo.

Proprio per questo, la mafia va combattuta con il massimo rigore. Ma con lo stesso rigore bisogna distinguere i fatti dai sospetti. 

Una probabilità non è una prova. Un timore non è un'indagine conclusa. E una protesta non diventa mafiosa perché qualcuno ipotizza che possa essere infiltrata.

Se ci sono persone che minacciano, intimidiscono, danneggiano mezzi o impediscono con la violenza ad altri di lavorare, intervengano le forze dell'ordine. Si individuino i responsabili, si accertino le condotte e si applichi la legge.

Senza sconti.

Ma le eventuali responsabilità individuali non possono diventare una condanna morale collettiva.

Non si può chiedere a un camionista che manifesta pacificamente contro il caro gasolio di portare sulle spalle anche il peso di sospetti non dimostrati.

Non si può guardare un agricoltore negli occhi e lasciare intendere che dietro la sua protesta debba necessariamente nascondersi qualcosa di oscuro.

Non si può confondere la rabbia sociale con la criminalità.

E soprattutto non si può dimenticare che, prima ancora di discutere dei presìdi, bisognerebbe ascoltare le ragioni che hanno portato tante persone a scendere in strada.

Quanto costa oggi riempire il serbatoio di un camion? Quanto incide il gasolio sul lavoro nei campi? Quanto rimane davvero a un produttore dopo aver pagato tutte le spese?

Queste sono le domande alle quali chi governa deve rispondere.

Non basta annunciare risorse. Bisogna spiegare quando arriveranno, a chi saranno destinate e se saranno sufficienti a impedire la chiusura delle attività più fragili. 

La sospensione del fermo degli autotrasportatori, annunciata da Fedralog Calabria, è un segnale di responsabilità. La federazione ha scelto di riaprire i servizi per non aggravare ulteriormente le difficoltà delle filiere produttive e dei cittadini, in attesa del confronto con il Governo previsto per il 27 ottobre.

È una decisione che merita di essere valutata per ciò che rappresenta: la volontà di continuare a rivendicare soluzioni senza prolungare i disagi.

Eppure, mentre si discute delle possibili infiltrazioni, rischia di passare in secondo piano il cuore della questione.

La Calabria non è scesa in strada per capriccio.

Le persone che protestano raccontano un disagio economico concreto. Raccontano imprese che faticano a sostenere i costi. Raccontano la paura di non riuscire a pagare le rate, di perdere il lavoro, di dover chiudere ciò che hanno costruito. 

Questo non significa che ogni forma di protesta sia automaticamente legittima.

La libertà di manifestare non autorizza a minacciare chi vuole lavorare, a bloccare servizi essenziali o a mettere in pericolo altre persone. Le regole valgono per tutti e devono essere rispettate. 

Ma il rispetto della legge deve camminare insieme al rispetto della dignità.

Perché un conto è perseguire un reato. Un altro è lasciare che il sospetto finisca per oscurare le ragioni di migliaia di persone.

E qui voglio essere chiarissimo.

La Calabria non ha bisogno di lezioni sulla gravità della mafia. La conosce fin troppo bene.

Sa che cosa significa convivere con il peso della criminalità organizzata. Sa quanto sia difficile costruire un'economia sana, difendere le imprese oneste e sottrarre spazio a chi vive di intimidazione e sopraffazione.

Ed è proprio per questo che la legalità non può diventare una parola da evocare genericamente ogni volta che una protesta crea tensione.

La legalità richiede precisione. Richiede fatti. Richiede responsabilità.

Se esistono elementi concreti su infiltrazioni criminali, siano le autorità competenti ad accertarli. Nessuno chiede protezione per chi commette reati. 

Ma fino a quel momento bisogna avere il coraggio di riconoscere ciò che è davanti agli occhi: tanti agricoltori e autotrasportatori stanno chiedendo di poter continuare a vivere del proprio lavoro.

E questa richiesta non ha nulla di vergognoso.

Vergognoso sarebbe smettere di ascoltarla.

Chi guida un Tir per ore, chi lavora un terreno sotto il sole o sotto la pioggia, chi affronta ogni mese costi sempre più pesanti non chiede privilegi per il solo fatto di protestare.

Chiede che la propria attività abbia un futuro.

Chiede di non essere costretto a scegliere tra lavorare in perdita e chiudere.

Chiede di poter guardare i propri figli senza la paura di non riuscire a garantire loro ciò che serve.

Ecco perché le parole di un ministro devono essere misurate con particolare attenzione.

Perché hanno un peso. Perché arrivano nelle case, nelle aziende, nei luoghi di lavoro. Perché possono contribuire a chiarire una situazione oppure ad alimentare diffidenza.

La Calabria ha bisogno di controlli rigorosi contro ogni possibile infiltrazione criminale. Ma ha altrettanto bisogno che il lavoro onesto non venga trascinato dentro un sospetto generalizzato.

Non si difende la legalità facendo coincidere la protesta con la mafia. La si difende individuando i criminali e tutelando chi esercita pacificamente i propri diritti.

Questa dovrebbe essere una distinzione elementare.

Dal Savuto al Pollino, dal Catanzarese al Reggino, dal Vibonese al Crotonese, ci sono persone che non chiedono di essere considerate eroi.

Chiedono di essere ascoltate.

E soprattutto chiedono di non essere giudicate per colpe che nessuno ha dimostrato appartengano loro.

Ministro Nordio, la mafia si combatte con le indagini e con le prove. La dignità di chi lavora si rispetta. Sempre.

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FIORE SANSALONE
Author: FIORE SANSALONE
Biografia:
Fiore Sansalone vive e lavora a Rogliano, in provincia di Cosenza. Editore e giornalista pubblicista, è iscritto all'albo della Calabria dal 2003. Ha studiato Scienze economiche presso l'Unical di Cosenza e Scienze politiche all'università "Aldo Moro" degli studi di Bari. Ha collaborato con il quotidiano "La Provincia cosentina". Dal 1998 dirige il periodico del territorio a sud di Cosenza, "La Voce del Savuto"; per alcuni anni ha diretto il mensile "Grimaldi 2000", edito dall'amministrazione comunale. Ed ancora, è stato editore e direttore responsabile de "La Voce del Savuto in Canada". È ideatore del "Premio Sabatum", un'importante rassegna che rende testimonianza ai protagonisti attivi delle arti, della cultura, delle scienze, dello spettacolo e del giornalismo che, negli anni, con passione e professione, hanno dato lustro alla terra del Savuto. Organizzatore di eventi, da un trentennio promuove concorsi letterari, mostre e rassegne culturali e musicali. Per 18 anni è stato direttore artistico del concorso regionale della canzone "Città di Rogliano". Studioso di tradizioni, da 22 anni pubblica "Il calendario del Savuto", ed è coautore in numerosi volumi sulla ricerca popolare. Nel 1980 ha pubblicato, insieme all'insegnante Brunella Aiello, "Trilogia della vita - Quannu sona la campana - Nascita, matrimonio e morte nella cultura contadina". È presidente dell'associazione culturale "Atlantide - Centro studi nazionale per le arti e la letteratura", con sede a Rogliano (Cosenza) e Pegli (Genova). Suona la chitarra e ama la pittura, la fotografia e la poesia.