È un rito che si ripete ogni anno: a luglio il paese si riempie, ad agosto esplode, a settembre si svuota
di Maria Gabriella Gallo
È il rito di fine estate. Dopo settimane passate nel paese natio, molte persone stanno facendo il viaggio inverso. Valigie in auto, abbracci lunghi, foto sul telefono.
Le ferie finiscono e con loro si chiude quella parentesi fatta di tempi dilatati, con i ricordi delle cene fino a tardi e delle radici ritrovate, le chiacchiere in dialetto e il mare che sa d’infanzia. Si torna alla città, alla propria casa, al lavoro. Si torna alla vita normale. Ma si porta con sé qualcosa. Un pezzo di quel paese natio si mette nello zaino: l’energia delle persone che amiamo, i ricordi nuovi da aggiungere a quelli vecchi, la ricarica che ci servirà per affrontare i prossimi mesi.
Per molti è un ritorno a doppia distanza: geografica ed emotiva. Si lascia il luogo dove si è nati o dove affondano le proprie origini per rientrare nella quotidianità fatta di impegni, scadenze e ritmi serrati.
C’è un po’ di malinconia, è vero, ma c’è anche la consapevolezza che quei giorni servono proprio a questo: a ricordarci da dove veniamo, per affrontare meglio il presente tra propositi, speranze e quotidianità.
Resta il paese, con le sue vie più vuote ma con la memoria piena di questi giorni. Con la fine di agosto tutto ritorna come prima: finisce l’estate dei rientri e torna la quotidianità. Torna quel silenzio di montagna, l’aria fresca che pulisce tutto, quella malinconia dolce di fine estate.
Il silenzio torna nelle case, nelle piazze. Resta la certezza che chi è andato via, in fondo, non è mai partito davvero. Eppure non è tristezza, è solo il cambio di stagione.
